LO STATO PONTIFICIO DI IVAN POZZONI di Giuseppina De Biase

Il titolo "Lo Stato Pontificio", scelto dallo scrittore Ivan Pozzoni per la sua opera, richiama uno scenario storico preciso, il potere dei Papi,  che in queste pagine si trasforma in una potente metafora della cultura contemporanea. 
 
A un mio primo impatto
il libro si presenta con un linguaggio complesso e impegnativo ricco di "paroloni" concettuali che rischiano di creare una barriera immediata e di disorientare chi legge. L'impatto con concetti accademici molto complessi come il nuovo "paradigma an-estetico", i "fondamenti teoretici magmatici" o l'analisi di patologie del nostro tempo come la "sociomialgia", fa sembrare il libro un trattato filosofico per pochi eletti. Tuttavia, approfondendo la lettura ed entrando nel significato profondo dei concetti, ho compreso che questa dichiarata complessità linguistica è in realtà un'arma voluta dall'autore. Dietro questo muro di parole difficili emerge una protesta lucida che si sviluppa attraverso precisi e complessi argomenti storici e culturali.
Il fulcro dell'opera ruota attorno a un'immagine storica di forte impatto: l'autore evoca la figura del generale Cadorna sotto Porta Pia per invocare un vero e proprio assalto intellettuale. 
Secondo la mia lettura 
le "mura" da abbattere sono quelle del sistema editoriale contemporaneo, paragonato appunto allo  "Stato Pontificio", ossia  un ambiente chiuso, antico e dominato da dinamiche di potere che soffocano la vera arte e tutti gli artisti che hanno provano a proporre qualcosa di diverso.
Per cambiare questo sistema  Pozzoni introduce il concetto di tardomodernismo letterario, promuovendo un'azione che definirei  di rivolta culturale contro la mercificazione della scrittura.
Ma come funziona, in pratica, la teoria di Pozzoni?
Ora anche per me il concetto è semplice:
l'autore spiega che oggi i libri sono diventati come dei prodotti da supermercato, fatti apposta per rilassarci o per farci distrarre. Le grandi case editrici scelgono cosa farci leggere solo in base a quanto possono guadagnare, e questo ci rende tutti lettori passivi. La sua teoria vuole rompere questo meccanismo. Pozzoni non scrive per lasciarci tranquilli, ma usa parole forti e provocazioni per farci riflettere e darci  una svegliata.
Ed è vero... è così... e lo affermo con convinzione anch'io. Solo disturbando il lettore invece di coccolarlo, e rifiutando ogni compromesso, si può creare una cultura davvero libera e indipendente.
L'aspetto che mi ha più spiazzato è come l'autore è riuscito a unire due mondi lontanissimi:
contrappone la severità delle sue teorie filosofiche con la cultura popolare, del cinema e testi marcatamente provocatori.
Il mio giudizio finale è che "Lo Stato Pontificio" resta un’opera spigolosa, che per sua stessa natura può respingere chi cerca nella scrittura una lettura facile ma se si va  oltre la superficie dei suoi "paroloni" se ne apprezza il valore profondo e l'assoluta originalità. 
Alla fine, la mia conclusione è chiara:
piaccia o non piaccia, Pozzoni ha scritto un libro di un'originalità rara, che non accetta compromessi commerciali e che mette a nudo, con brutale onestà, lo stato attuale  di una letteratura che ha un disperato bisogno di svegliarsi.
Come scrittrice, lo appoggio con tutto il cuore. Chi scrive sa che la vera letteratura non nasce per seguire le mode del momento o per riempire uno scaffale, ma per dare voce a ciò che detta l'anima. Per me, la scrittura ha senso solo se riesce a emozionare prima me stessa e, subito dopo, chi mi legge, creando un legame sincero che va oltre le regole fredde del mercato. Sostenere Pozzoni significa proteggere questa libertà: quella di un'arte che non si vende, ma che continua a parlare al cuore delle persone.

Giuseppina De Biase 

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