La roba di Giovanni Verga: quando possedere tutto significa non avere più nulla

L’anziano Mazzarò osserva dall’alto una sconfinata proprietà siciliana composta da campi coltivati, vigne, uliveti, fattorie e animali.
Mazzarò ha conquistato una terra immensa, ma non può possedere il tempo né impedire alla morte di separarlo dalla sua “roba”.
Per tutta la vita Mazzarò lavora, risparmia e accumula terre, fattorie, vigne, uliveti e animali. La sua ricchezza cresce fino a sembrare sconfinata, ma insieme alla “roba” cresce anche un’ossessione che finisce per occupare ogni spazio della sua esistenza. Nella celebre novella “La roba”, Giovanni Verga racconta l’ascesa di un uomo nato poverissimo e diventato un immenso proprietario terriero, mostrando però l’inganno nascosto dietro il possesso: si può conquistare quasi tutto, ma non si può comprare il tempo né impedire alla morte di separarci da ciò che abbiamo accumulato.

Pier Carlo Lava

La roba

di Giovanni Verga

Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini, steso là come un pezzo di mare morto, e le stoppie riarse della Piana di Catania, e gli aranci sempre verdi di Francofonte, e i sugheri grigi di Resecone, e i pascoli deserti di Passaneto e di Passanitello, se domandava, per ingannare la noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco dal caldo, nell’ora in cui i campanelli della lettiga suonano tristamente nell’immensa campagna, e i muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il lettighiere canta la sua canzone malinconica per non lasciarsi vincere dal sonno della malaria:

— Qui di chi è?

Sentiva rispondersi:

— Di Mazzarò.

E passando vicino a una fattoria grande quanto un paese, con i magazzini che sembrano chiese, e le galline a stormi accoccolate all’ombra del pozzo, e le donne che si mettevano la mano sugli occhi per vedere chi passava:

— E qui?

— Di Mazzarò.

E cammina e cammina, mentre la malaria vi pesava sugli occhi e vi scuoteva all’improvviso l’abbaiare di un cane, passando per una vigna che non finiva più e si allargava sul colle e sul piano, immobile, come le pesasse addosso la polvere, e il guardiano sdraiato bocconi sullo schioppo, accanto al vallone, levava il capo sonnacchioso e apriva un occhio per vedere chi fosse:

— Di Mazzarò.

Poi veniva un uliveto folto come un bosco, dove l’erba non spuntava mai e la raccolta durava fino a marzo.

Erano gli ulivi di Mazzarò.

E verso sera, allorché il sole tramontava rosso come il fuoco e la campagna si velava di tristezza, si incontravano le lunghe file degli aratri di Mazzarò che tornavano adagio adagio dal maggese, e i buoi che passavano il guado lentamente, con il muso nell’acqua scura; e si vedevano nei pascoli lontani della Canziria, sulla pendice brulla, le immense macchie biancastre delle mandrie di Mazzarò; e si udiva il fischio del pastore echeggiare nelle gole, e il campanaccio che risuonava ora sì e ora no, e il canto solitario perduto nella valle.

Tutta roba di Mazzarò.

Pareva che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi con il volo breve dietro le zolle, e il sibilo dell’assiolo nel bosco. Pareva che Mazzarò fosse disteso, grande per quanto era grande la terra, e che gli si camminasse sulla pancia.

Invece egli era un omiciattolo, diceva il lettighiere, al quale non avreste dato un baiocco, a vederlo; e di grasso non aveva altro che la pancia, e non si sapeva come facesse a riempirla, perché non mangiava altro che due soldi di pane; e sì che era ricco come un maiale, ma aveva la testa che era un brillante, quell’uomo.

Infatti, con la testa come un brillante, aveva accumulato tutta quella roba, dove prima veniva dalla mattina alla sera a zappare, a potare, a mietere, con il sole, con l’acqua, con il vento, senza scarpe ai piedi e senza uno straccio di cappotto; tanto che tutti si rammentavano di avergli dato dei calci nel didietro, quelli che ora gli davano dell’eccellenza e gli parlavano con il berretto in mano.

Né per questo egli era montato in superbia, adesso che tutte le eccellenze del paese erano suoi debitori; e diceva che eccellenza vuol dire povero diavolo e cattivo pagatore. Ma egli portava ancora il berretto, soltanto lo portava di seta nera: era la sua sola grandezza. Da ultimo era anche arrivato a mettere il cappello di feltro, perché costava meno del berretto di seta.

Della roba ne possedeva fin dove arrivava la vista, ed egli aveva la vista lunga: dappertutto, a destra e a sinistra, davanti e dietro, nel monte e nella pianura.

Più di cinquemila bocche, senza contare gli uccelli del cielo e gli animali della terra, mangiavano sulla sua terra; e senza contare la sua bocca, la quale mangiava meno di tutte e si contentava di due soldi di pane e un pezzo di formaggio, ingozzato in fretta e furia, in piedi, in un cantuccio del magazzino grande come una chiesa, in mezzo alla polvere del grano, che non ci si vedeva, mentre i contadini scaricavano i sacchi; oppure al riparo di un pagliaio, quando il vento spazzava la campagna gelata al tempo del seminare; o con la testa dentro un corbello, nelle calde giornate della mietitura.

Egli non beveva vino, non fumava, non usava tabacco, e sì che del tabacco ne producevano i suoi orti lungo il fiume, con le foglie larghe e alte come un fanciullo, di quelle che si vendevano a novantacinque lire.

Non aveva il vizio del gioco né quello delle donne. Di donne non aveva mai avuto sulle spalle che sua madre, la quale gli era costata anche dodici tarì, quando aveva dovuto farla portare al camposanto.

Era che ci aveva pensato e ripensato tanto a quel che vuol dire la roba, quando andava senza scarpe a lavorare nella terra che adesso era sua, e aveva provato quel che ci vuole a fare i tre tarì della giornata, nel mese di luglio, a stare con la schiena curva quattordici ore, con il soprastante a cavallo dietro, che vi prende a nerbate se provate a rizzarvi per un momento.

Per questo non aveva lasciato passare un minuto della sua vita che non fosse stato impiegato a fare della roba.

Adesso i suoi aratri erano numerosi come le lunghe file dei corvi che arrivavano in novembre; e altre file di muli, che non finivano più, portavano le sementi; le donne che stavano accoccolate nel fango, da ottobre a marzo, per raccogliere le sue olive, non si potevano contare, come non si possono contare le gazze che vengono a rubarle; e al tempo della vendemmia accorrevano villaggi interi alle sue vigne, e fin dove si sentiva cantare, nella campagna, era per la vendemmia di Mazzarò.

Alla mietitura, poi, i mietitori di Mazzarò sembravano un esercito di soldati. Per mantenere tutta quella gente, con il biscotto alla mattina, il pane e l’arancia amara a colazione, la merenda e le lasagne alla sera, ci volevano denari a manate, e le lasagne si scodellavano nelle madie larghe come tinozze.

Perciò adesso, quando andava a cavallo dietro la fila dei suoi mietitori, con il nerbo in mano, non ne perdeva di vista uno solo e badava a ripetere:

— Curviamoci, ragazzi!

Egli era tutto l’anno con le mani in tasca a spendere, e per la sola tassa fondiaria il re si prendeva tanto che a Mazzarò veniva la febbre ogni volta.

Però ciascun anno tutti quei magazzini grandi come chiese si riempivano di grano, tanto che bisognava scoperchiare il tetto per farcelo entrare tutto; e ogni volta che Mazzarò vendeva il vino, ci voleva più di un giorno per contare il denaro, tutto in monete d’argento da dodici tarì, perché lui non ne voleva di carta sudicia per la sua roba, e andava a comprare la carta sudicia soltanto quando aveva da pagare il re o gli altri.

Alle fiere gli armenti di Mazzarò coprivano tutto il campo e ingombravano le strade, tanto che ci voleva mezza giornata per lasciarli sfilare, e il santo, con la banda, qualche volta doveva cambiare strada e cedere il passo.

Tutta quella roba se l’era fatta lui, con le sue mani e con la sua testa, senza dormire la notte, prendendosi la febbre per il batticuore o per la malaria, affaticandosi dall’alba alla sera, andando in giro sotto il sole e sotto la pioggia, logorando i suoi stivali e le sue mule.

Egli solo non si logorava, pensando alla sua roba, che era tutto ciò che avesse al mondo, perché non aveva né figli, né nipoti, né parenti: non aveva altro che la sua roba.

Quando uno è fatto così vuol dire che è fatto per la roba.

E anche la roba era fatta per lui, tanto che pareva ci avesse la calamita, perché la roba vuol stare con chi sa tenerla e non la sciupa come quel barone che prima era stato il padrone di Mazzarò.

Il barone lo aveva raccolto per carità, nudo e crudo, nei suoi campi ed era stato il padrone di tutti quei prati, di tutti quei boschi, di tutte quelle vigne e di tutti quegli armenti.

Quando veniva nelle sue terre a cavallo, con i campieri dietro, pareva il re, e gli preparavano anche l’alloggio e il pranzo, al minchione, sicché ognuno sapeva l’ora e il momento in cui doveva arrivare e non si faceva sorprendere con le mani nel sacco.

— Costui vuole essere rubato per forza! — diceva Mazzarò.

E scoppiava dalle risate quando il barone gli dava dei calci nel didietro, e si fregava la schiena con le mani, borbottando:

— Chi è minchione se ne stia a casa. La roba non è di chi l’ha, ma di chi la sa fare.

Invece egli, dopo che ebbe fatta la sua roba, non mandava certo a dire se veniva a sorvegliare la mietitura o la vendemmia, e quando e come; ma capitava all’improvviso, a piedi o a cavallo della mula, senza campieri, con un pezzo di pane in tasca; e dormiva accanto ai suoi covoni, con gli occhi aperti e lo schioppo fra le gambe.

In tal modo, a poco a poco, Mazzarò divenne il padrone di tutta la roba del barone. Costui uscì prima dall’uliveto, poi dalle vigne, poi dai pascoli, poi dalle fattorie e infine dal suo stesso palazzo, perché non passava giorno che non firmasse delle carte bollate, e Mazzarò ci metteva sotto la sua brava croce.

Al barone non era rimasto altro che lo scudo di pietra che stava sopra il portone. Era la sola cosa che non avesse voluto vendere, dicendo a Mazzarò:

— Questo solo, di tutta la mia roba, non fa per te.

Ed era vero. Mazzarò non sapeva che farsene e non l’avrebbe pagato due baiocchi.

Il barone gli dava ancora del tu, ma non gli dava più calci nel didietro.

— Questa è una bella cosa, avere la fortuna che ha Mazzarò! — diceva la gente.

E non sapeva quel che ci era voluto ad afferrare quella fortuna: quanti pensieri, quante fatiche, quante menzogne, quanti pericoli di andare in galera; e come quella testa, che era un brillante, avesse lavorato giorno e notte, meglio di una macina del mulino, per fare la roba.

Se il proprietario di una chiusa confinante si ostinava a non cedergliela e voleva prendere Mazzarò per il collo, bisognava trovare uno stratagemma per costringerlo a vendere e farcelo cascare, malgrado la diffidenza contadinesca.

Egli gli andava a vantare, per esempio, la fertilità di una tenuta che non produceva nemmeno lupini, e arrivava a fargliela credere una terra promessa, finché il povero diavolo si lasciava indurre a prenderla in affitto, per specularci sopra, e ci perdeva poi l’affitto, la casa e la chiusa, che Mazzarò si prendeva per un pezzo di pane.

E quante seccature Mazzarò doveva sopportare!

I mezzadri che venivano a lamentarsi delle annate cattive, i debitori che mandavano in processione le loro donne a strapparsi i capelli e a picchiarsi il petto per scongiurarlo di non metterli in mezzo alla strada, prendendosi il mulo o l’asinello, così che non avessero più da mangiare.

— Lo vedete quel che mangio io? — rispondeva lui. — Pane e cipolla! E sì che ho i magazzini pieni zeppi e sono il padrone di tutta questa roba.

Se gli domandavano un pugno di fave, di tutta quella roba, egli diceva:

— Che, vi pare che l’abbia rubata? Non sapete quanto costano per seminarle, zapparle e raccoglierle?

E se gli domandavano un soldo rispondeva che non l’aveva.

E non l’aveva davvero, perché in tasca non teneva mai dodici tarì. Tanti ce ne volevano per far fruttare tutta quella roba, e il denaro entrava e usciva come un fiume dalla sua casa.

Del resto, a lui non importava del denaro. Diceva che non era roba e, appena metteva insieme una certa somma, comprava subito un pezzo di terra, perché voleva arrivare ad avere tanta terra quanta ne aveva il re ed essere migliore del re, perché il re non può né venderla né dire che è sua.

Di una cosa sola gli doleva: che cominciasse a farsi vecchio e che la terra dovesse lasciarla là dov’era.

Questa è un’ingiustizia di Dio: dopo essersi logorati la vita ad acquistare della roba, quando arrivate ad averla e ne vorreste ancora, dovete lasciarla!

E stava delle ore seduto sul corbello, con il mento fra le mani, a guardare le sue vigne che verdeggiavano sotto i suoi occhi, i campi che ondeggiavano di spighe come un mare e gli uliveti che velavano la montagna come una nebbia.

E se un ragazzo seminudo gli passava davanti, curvo sotto il peso come un asino stanco, gli lanciava il suo bastone fra le gambe, per invidia, e borbottava:

— Guardate chi ha i giorni lunghi! Costui che non ha niente!

Sicché, quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba per pensare all’anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anatre e i suoi tacchini, e strillava:

— Roba mia, vienitene con me!

L’uomo che possedeva la terra ma non il proprio tempo

Mazzarò non è semplicemente un uomo ricco. È qualcuno che ha trasformato il possesso nell’unica ragione della propria esistenza. Non ha affetti, riposo, piaceri o desideri che non siano legati all’accumulazione di nuova terra. Perfino il denaro non gli interessa davvero: per lui acquista valore soltanto quando può essere trasformato in altra “roba”.

La sua ascesa nasce dal lavoro durissimo e dalla miseria, ma nel tempo riproduce sugli altri la stessa violenza subita quando era povero. L’uomo che lavorava piegato sotto il controllo del soprastante diventa il proprietario che segue i mietitori con il nerbo in mano, ordinando loro di curvarsi.

Il fallimento di Mazzarò si rivela quando comprende che nessuna ricchezza può proteggerlo dalla vecchiaia e dalla morte. Ha trascorso l’intera vita a conquistare la terra, ma non può portarla con sé né evitare che finisca nelle mani di qualcun altro.

Il grido conclusivo — “Roba mia, vienitene con me!” — è insieme tragico e grottesco. Mazzarò possiede campi sconfinati, animali e magazzini colmi, ma davanti alla morte scopre di essere povero della sola cosa che vorrebbe ancora avere: il tempo.

Nota editoriale: “La roba” di Giovanni Verga, pubblicata per la prima volta nel 1880 e successivamente inserita nelle Novelle rusticane, è proposta a scopo culturale e divulgativo. L’opera è di pubblico dominio. Alcune grafie e la punteggiatura sono state aggiornate per facilitare la lettura sul web, senza modificare il contenuto e il significato della novella.

GEO: Italia – Sicilia – Catania – Lentini

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Descrizione della ricerca: “La roba” di Giovanni Verga: testo integrale e commento della celebre novella sull’avidità, sull’accumulo della ricchezza e sull’impossibilità di sconfiggere la morte.

Nota sull’intelligenza artificiale: L’intelligenza artificiale è stata utilizzata come supporto alla ricerca e all’organizzazione delle informazioni. Contenuti, revisione del testo e impostazione editoriale sono stati definiti e verificati dall’autore.

Tag: Giovanni Verga, La roba, Novelle rusticane, racconti brevi, letteratura italiana, verismo, Sicilia, Mazzarò, ricchezza, avidità, possesso, disuguaglianze sociali, narrativa dell’Ottocento, classici della letteratura,

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