La
metamorfosi dell’anima nei versi di “Carezze di Luce”
Traccia un’inedita
traiettoria estetica tra spiritualità, astrazione metafisica e dramma
contemporaneo, “Carezze di Luce”, la silloge di Angelo Alessandro
Pantellaro, pubblicata nella collana “I Diamanti della Poesia” dell’Aletti
Editore e disponibile anche nella versione e-book. L’opera diviene ponte
ideale tra la dimensione terrena e quella celeste, offrendo un antidoto alle
ombre e ai vuoti dell’anima che avanzano in un tempo sempre più difficile e
frammentato. «La “carezza” - spiega l’autore che vive a Catania - si
materializza nell’atto umano di accudimento, mentre la “luce” racchiude e
custodisce la dimensione trascendente». Attraverso una scrittura
caratterizzata da armonia e soavità, dove l’emozione e la riflessione si
intrecciano con naturalezza, Pantellaro conduce il lettore in un viaggio
profondo nei meandri del cuore. «È la celebrazione della verità che non teme
l’oscurità - scrive, nella Prefazione, Cosimo Damiano Damato, regista e
sceneggiatore italiano, attivo soprattutto nel mondo del teatro - una
rivelazione per guarire il respiro affannoso di questo tempo che tornerà ad
essere luce».
L’autore scardina la
visione tradizionale dell’amore per proporlo come «uno stato di coscienza
indipendente e assoluto, capace di accordare le facoltà affinché vibrino all’unisono
nella Luce». «La vicinanza con l’arte creativa non modifica semplicemente il
modo di scrivere, ma ne amplia i confini sensoriali, esaltando la capacità
intrinseca che ha la poesia di generare visioni e scardinare le nostre consuete
abitudini percettive». Tra le righe emerge, così, un’esplosione di gioia
interiore e di risveglio cosmico, dove l’uomo sperimenta un’illuminazione
profonda e si riscopre intimamente connesso al cosmo sotto una luce totalmente
rinnovata. «L’arcobaleno è l’archetipo perfetto del ponte tra terra e cielo:
sorge dal suolo ed è fatto di pura luce che si scompone nei suoi colori dopo la
tempesta». Tuttavia, la ricerca letteraria di Pantellaro rifiuta ogni facile
via di fuga o utilizzo puramente decorativo della parola. Ispirato dalla
costante ricerca della bellezza dentro la verità, il poeta sceglie di non
evadere dalla realtà, ma di attraversarla integralmente, anche laddove si
manifesti dolorosa o ferisca l’individuo. La sensibilità dell’autore è stata
plasmata dal barocco catanese, con la sua estetica dell’eccesso e i
contrasti violenti tra la scura opacità della pietra lavica e l’abbaglio
accecante del sole solstiziale. «La mia poesia vive proprio di questa stessa
frizione: l’asprezza materica della terra e la costante tensione ascensionale
verso il cielo».
Nella poetica di
Pantellaro coesistono l’essenza della tradizione e l’impianto lessicale
contemporaneo, abbandonando l’uso decorativo del linguaggio a favore di
un’immagine cruda, tagliente e geometrica: «Mi ispirano le
crepe dell’esistenza, perché è esattamente da quelle fessure che la luce può
entrare e accarezzare l’anima». L’opera - esposta anche al Salone
Internazionale del Libro di Torino 2026, negli spazi Aletti Editore - si
offre come la fotografia autentica dell’anima contemporanea, spesso tesa
verso l’alto ma ferita e “inchiodata al muro” dalle contingenze del reale.
«La definirei - spiega l’autore - uno strumento di indagine spirituale che usa
la bellezza del verso per squarciare il buio del nostro tempo e rivelare la
luce che custodiamo dentro ciascuno di noi». E’ un invito a non sentirsi
solo nel proprio dramma quotidiano: «Vorrei che il lettore provasse la
vertigine di una metamorfosi: entrare nelle pagine del libro con la pesantezza
della pietra lavica ed uscirne con la leggerezza della pura luce».

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