Hikikomori, quando la propria stanza diventa il mondo: in Italia quasi 50 mila studenti in ritiro sociale prolungato
Non è semplicemente un ragazzo che passa troppo tempo davanti al computer. Non è necessariamente timidezza e neppure una scelta che possa essere liquidata con un «non ha voglia di uscire». Dietro la parola giapponese hikikomorisi nasconde una condizione di ritiro sociale prolungato, nella quale la casa – e spesso la propria camera – diventa progressivamente il confine entro cui si svolge quasi tutta la vita. Il fenomeno, nato all'attenzione pubblica in Giappone, riguarda ormai anche l'Italia. I dati più recenti disponibili del CNR, relativi al 2024, stimano che circa il 2% degli studenti italiani tra 15 e 19 anni, quasi 50.000 adolescenti, abbia sperimentato un isolamento volontario di almeno sei mesi. Altri quasi 58.000 si trovano nella fascia definita “pre-hikikomori”, con periodi di isolamento tra tre e sei mesi. Numeri che meritano attenzione, ma anche molta cautela: non ogni ragazzo isolato può essere automaticamente definito hikikomori e dietro comportamenti apparentemente simili possono esserci situazioni profondamente differenti.
Pier Carlo Lava
Il termine hikikomori deriva dal giapponese e indica, letteralmente, il ritirarsi, lo stare in disparte. Nella ricerca viene generalmente utilizzato per descrivere forme severe e persistenti di ritiro dalla vita sociale, caratterizzate da permanenza prevalentemente in casa, forte riduzione delle relazioni personali e difficoltà o interruzione della partecipazione alla scuola o al lavoro.
La soglia temporale dei sei mesi viene frequentemente utilizzata negli studi per distinguere le forme più consolidate di ritiro. Ma è importante non trasformarla in un confine rigido oltre il quale scatta automaticamente una diagnosi: il fenomeno è complesso e richiede una valutazione individuale.
In Italia quasi 50 mila studenti hikikomori
Il quadro italiano è particolarmente interessante perché negli ultimi anni il Consiglio Nazionale delle Ricerche ha prodotto alcune delle analisi quantitative più ampie sul fenomeno.
Il rapporto ESPAD Italia relativo al 2024 indica che il 2% dei ragazzi tra 15 e 19 anni rientra, secondo i criteri utilizzati nello studio, nella categoria degli studenti hikikomori, corrispondente a quasi 50.000 giovani. In questo rilevamento la prevalenza è risultata superiore tra i maschi: 2,3% contro l'1,7% delle femmine.
A questi si aggiunge un altro 2,3%, quasi 58.000 adolescenti, che ha sperimentato periodi di isolamento compresi tra tre e sei mesi e viene classificato nella fascia “pre-hikikomori”, cioè a rischio di evoluzione verso un ritiro più duraturo. Il rapporto sottolinea inoltre che le percentuali del 2024 risultano sostanzialmente in linea con quelle degli anni precedenti.
Uno studio pubblicato nel 2025 su Epidemiologia & Prevenzione, basato su 36.868 studenti italiani tra 15 e 19 anniosservati attraverso i dati ESPAD 2021-2023, aveva trovato nel 2023 una percentuale analoga: il 2% dichiarava di avere sperimentato almeno una volta nella vita un isolamento volontario durato sei mesi o più.
È interessante confrontare questi risultati con la prima grande stima nazionale resa nota dal CNR nel 2023. Su oltre 12.000 studenti, la ricerca aveva stimato circa 44.000 hikikomori e altri 67.000 ragazzi a grave rischio. L'età indicata come particolarmente delicata era quella tra 15 e 17 anni, con segnali che potevano iniziare già durante la scuola media.
I numeri delle diverse ricerche non sono perfettamente sovrapponibili perché cambiano campioni, domande e criteri di classificazione. Nel loro insieme, tuttavia, mostrano che il ritiro sociale prolungato non è un fenomeno marginale in Italia.
Dopo la pandemia qualcosa è cambiato
La pandemia non ha inventato gli hikikomori. Il fenomeno esisteva molto prima del Covid-19 e sarebbe sbagliato stabilire un rapporto automatico di causa ed effetto.
Esistono però dati interessanti sull'evoluzione delle relazioni sociali degli adolescenti italiani.
Uno studio del CNR-Irpps pubblicato nel gennaio 2025 su Scientific Reports ha confrontato due campioni nazionali di studenti delle scuole superiori, uno del 2019 e uno del 2022. I ricercatori hanno individuato, all'interno del gruppo degli adolescenti socialmente più isolati, un sottogruppo di ragazzi che non incontrava mai gli amici fuori dalla scuola: questa componente risultava circa raddoppiata dopo la pandemia.
Non significa che tutti questi adolescenti siano hikikomori. Significa però che esiste un'area più ampia di fragilità delle relazioni sociali sulla quale vale la pena intervenire prima che l'isolamento diventi cronico.
Perché un ragazzo smette di uscire?
È probabilmente la domanda più difficile.
Non esiste una sola causa dell'hikikomori.
Nella prima indagine nazionale CNR emergeva con particolare forza il senso di inadeguatezza rispetto ai coetanei, accompagnato da frustrazione e autosvalutazione. Contrariamente a una convinzione piuttosto diffusa, il bullismo non risultava essere la spiegazione prevalente, anche se può naturalmente rappresentare un importante fattore di rischio in singoli casi.
Lo studio italiano pubblicato nel 2025 ha trovato associazioni tra ritiro prolungato e diversi fattori: sensazione di esclusione, insoddisfazione nelle amicizie, cyberbullismo e comportamenti problematici legati a Internet e videogiochi, oltre ad altri elementi individuali e familiari. Trattandosi di studi osservazionali, però, un'associazione non dimostra automaticamente che uno di questi fattori sia la causa del ritiro.
È un punto fondamentale.
Un adolescente può rifugiarsi online perché sta male socialmente; un utilizzo problematico della rete può a sua volta contribuire a ridurre ulteriormente le relazioni reali. Stabilire quale fenomeno venga prima non è sempre semplice.
Internet e videogiochi: causa o rifugio?
L'immagine stereotipata dell'hikikomori è quella del ragazzo chiuso in camera davanti a uno schermo per tutta la notte.
La realtà è più complessa.
Internet può diventare problematico, ma per alcuni ragazzi rappresenta contemporaneamente l'ultimo ponte rimasto verso il mondo esterno. Attraverso videogiochi, chat e social network possono continuare a comunicare quando il contatto faccia a faccia è diventato troppo difficile.
Uno studio clinico italiano condotto su 80 adolescenti tra 13 e 18 anni arrivati all'osservazione specialistica per grave isolamento sociale ha rilevato frequentemente problemi psicologici o psichiatrici concomitanti, in particolare disturbi d'ansia, dell'umore e dello spettro autistico. Più della metà superava inoltre la soglia utilizzata dal test per l'uso problematico di Internet e il 42,4% soddisfaceva i criteri considerati nello studio per Internet Gaming Disorder. Si tratta però di un campione clinico selezionato, non rappresentativo di tutti gli adolescenti italiani.
Ridurre tutto alla frase «è colpa dei videogiochi» rischia quindi di confondere una possibile associazione con una spiegazione universale.
I segnali che una famiglia non dovrebbe ignorare
Un figlio che trascorre un fine settimana in camera non è un hikikomori. Anche il desiderio adolescenziale di avere maggiore privacy fa parte della crescita.
A preoccupare dovrebbe essere piuttosto un cambiamento progressivo e persistente: le uscite diventano sempre più rare, gli amici scompaiono, aumenta la difficoltà ad andare a scuola, gli orari di sonno possono invertirsi, diminuiscono le occasioni condivise con la famiglia e attività che prima davano piacere vengono abbandonate.
Il punto cruciale è la durata e, soprattutto, quanto il comportamento comprometta la vita quotidiana.
Aspettare necessariamente sei mesi prima di chiedere aiuto non avrebbe senso: quella soglia serve agli studi e alle classificazioni, non è un invito alle famiglie a rimanere ferme.
Un dato sorprendente sui quattordicenni
Un'altra ricerca CNR, riferita agli studenti del primo anno delle scuole superiori, offre una fotografia ancora diversa e permette di comprendere quanto sia importante distinguere il generico isolamento dall'hikikomori vero e proprio.
Il 48,7% degli adolescenti intervistati dichiarava di essersi isolato a casa almeno una volta; nella maggior parte dei casi, però, per periodi molto più brevi. Il 5,9% riferiva invece un isolamento di sei mesi o più. Tra le motivazioni indicate comparivano il sentirsi incompresi (32,8%), le esigenze di studio (30%), la depressione riferita dai ragazzi (14,9%), lo scarso interesse verso le proprie conoscenze (14,5%) e il bullismo (10,7%).
È significativo anche un altro dato: secondo quella ricerca, gli insegnanti erano intervenuti soltanto nel 2% dei casidi isolamento riferiti.
E qui emerge il ruolo decisivo della scuola.
Famiglia e scuola: intervenire prima che la porta si chiuda
Quando il ritiro diventa profondo, costringere semplicemente il ragazzo a uscire o accusarlo di pigrizia può non affrontare il problema reale.
È necessario innanzitutto capire perché il mondo esterno sia diventato così difficile da affrontare.
Famiglia, scuola, pediatra o medico di famiglia e servizi psicologici e neuropsichiatrici possono avere ruoli differenti ma complementari. Soprattutto nei minorenni, il ritiro scolastico può rappresentare uno dei primi segnali visibili.
La buona notizia è che il ritiro sociale non deve essere considerato necessariamente irreversibile. Nel piccolo studio clinico italiano citato in precedenza, tra i ragazzi seguiti per 4-6 mesi il 75% mostrava un miglioramento del ritiro sociale dopo presa in carico specialistica. Anche questo dato non può essere generalizzato all'intera popolazione, ma indica che un intervento appropriato può produrre miglioramenti.
Una stanza che lentamente diventa troppo piccola
Forse l'errore maggiore sarebbe guardare gli hikikomori soltanto attraverso una porta chiusa e pensare che dietro quella porta ci sia qualcuno che ha semplicemente deciso di non partecipare alla vita.
Molto spesso quella porta rappresenta invece il punto di arrivo di un percorso: sentirsi inadeguati, non trovare il proprio posto nel gruppo, temere il giudizio, sperimentare fallimenti nelle relazioni e scoprire progressivamente che restare a casa sembra meno doloroso che uscire.
All'inizio può essere un giorno.
Poi una settimana.
Poi diventa sempre più difficile tornare indietro.
I dati italiani ci dicono che il fenomeno esiste e riguarda decine di migliaia di adolescenti. Ma dietro ogni percentuale c'è una storia differente.
Per questo la parola più importante non dovrebbe essere soltanto hikikomori.
Dovrebbe essere ascolto.
Perché prima ancora di convincere un ragazzo ad aprire la porta della propria stanza, occorre capire che cosa, fuori da quella porta, lo abbia portato a chiuderla.
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GEO: Italia – Alessandria, Piemonte
Il fenomeno degli hikikomori riguarda anche l’Italia: secondo i dati ESPAD Italia 2024 del CNR, circa il 2% degli studenti tra 15 e 19 anni, quasi 50.000 adolescenti, ha sperimentato un isolamento volontario di almeno sei mesi. Un approfondimento su ritiro sociale, segnali da riconoscere, possibili fattori di rischio e ruolo di famiglia e scuola.
Alessandria Post: piercarlolava.blogspot.com
Italian News Post: italianewspost.com
Una figura giovanile osserva il mondo esterno dalla propria camera. La finestra luminosa contrasta con l'ambiente più scuro della stanza, mentre le parole scuola, amicizia, futuro, ascoltare, capire e accompagnare richiamano le dimensioni coinvolte nel fenomeno del ritiro sociale e l'importanza di un sostegno attento e non giudicante.
Crediti: Immagine originale generata con Intelligenza Artificiale – ChatGPT/OpenAI, per Alessandria Post.
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