| Fermarsi, ascoltare il silenzio e tornare verso se stessi: una rappresentazione visiva della riflessione di Chandra Livia Candiani. |
Pier Carlo Lava
Chandra Livia Candiani scrive:
“Fermarsi è una grande arte. È un’arte umile, è quella di intuire quando siamo stanchi o quando abbiamo bisogno di camminare piano piano verso noi stessi e non più verso qualcosa o qualcun altro. Fermarsi è ascoltare il battito delle cose, sentire il silenzio, le sue sfumature.”
Sono parole che sembrano semplici, ma che contengono una piccola rivoluzione. Fermarsi, nella società contemporanea, è diventato quasi un gesto controcorrente.
Siamo abituati a misurare le nostre giornate attraverso ciò che abbiamo fatto. Quante cose siamo riusciti a concludere, quanti problemi abbiamo risolto, quanti messaggi abbiamo letto, quante persone abbiamo incontrato. Persino quando non lavoriamo, continuiamo spesso a riempire il tempo: televisione, smartphone, social network, notifiche, appuntamenti.
Il silenzio può persino metterci a disagio.
E allora Candiani introduce una parola diversa: ascoltare.
L'umiltà di riconoscere la stanchezza
C'è un passaggio particolarmente significativo nella sua riflessione: fermarsi significa anche «intuire quando siamo stanchi».
Non sempre sappiamo farlo.
La stanchezza viene spesso considerata un ostacolo da superare. Si stringono i denti, si continua, si rimanda il riposo. Essere sempre impegnati può persino diventare una sorta di riconoscimento sociale: se abbiamo molte cose da fare significa che siamo necessari, richiesti, importanti.
Ma riconoscere un limite non significa necessariamente essere deboli. Può significare, al contrario, avere acquisito una maggiore conoscenza di sé.
Esiste un momento nel quale continuare a correre non ci porta più avanti.
Ci porta semplicemente più lontano da noi stessi.
Camminare verso noi stessi
Forse la frase più bella di Candiani è proprio questa: «camminare piano piano verso noi stessi».
Normalmente camminiamo verso qualcosa.
Verso un obiettivo professionale, una persona che amiamo, una sicurezza economica, un riconoscimento, un progetto, una speranza. Gran parte della nostra esistenza è costruita intorno a mete esterne.
Non c'è nulla di sbagliato in questo. Senza desideri e progetti probabilmente perderemmo una parte fondamentale della nostra capacità di vivere.
Ma può arrivare un momento nel quale abbiamo bisogno di invertire la direzione.
Non più verso qualcosa.
Non più verso qualcuno.
Verso noi stessi.
E forse proprio quel «piano piano» è essenziale. Perché non si torna a se stessi correndo.
Occorre tempo.
Abbiamo paura del silenzio?
Candiani parla poi del silenzio e delle sue sfumature.
È un'immagine poetica bellissima perché attribuisce al silenzio qualcosa che normalmente associamo ai colori, alla musica, alle emozioni.
Il silenzio, dunque, non sarebbe vuoto.
Avrebbe delle sfumature.
Esiste il silenzio della solitudine e quello della pace. Il silenzio dell'attesa e quello della contemplazione. Quello doloroso di un'assenza e quello rassicurante di due persone che non hanno bisogno di parlare per sentirsi vicine.
Esiste il silenzio della notte, quello di una casa ancora addormentata, quello di una strada deserta, quello della natura.
Ma per riconoscere queste differenze bisogna prima fermarsi ad ascoltare.
Ed è probabilmente una delle cose che abbiamo progressivamente disimparato.
Una società che ci chiede continuamente attenzione
C'è poi un elemento molto contemporaneo che rende queste parole ancora più significative.
Viviamo circondati da strumenti progettati per richiamare continuamente la nostra attenzione. Una notifica, un messaggio, una notizia, un video, un'immagine. Appena si crea uno spazio vuoto, qualcosa è pronto a occuparlo.
Aspettiamo pochi minuti e prendiamo il telefono.
Siamo in fila e prendiamo il telefono.
Ci sediamo sul divano e prendiamo il telefono.
A volte lo facciamo senza neppure aver deciso di farlo.
Così rischiamo di perdere proprio quegli intervalli nei quali il pensiero potrebbe vagare, rallentare, mettere ordine.
Non si tratta di demonizzare la tecnologia. Significa piuttosto ricordare che la nostra attenzione è una risorsa limitatae che non siamo obbligati a consegnarla continuamente a qualcosa.
Possiamo conservarne una parte per noi.
Fermarsi non significa smettere di vivere
Forse è questo l'equivoco più grande.
Pensiamo che fermarsi significhi interrompere il viaggio.
Potrebbe essere vero il contrario.
Ci fermiamo durante un lungo cammino proprio perché vogliamo continuare. Ci sediamo, respiriamo, guardiamo quanto abbiamo percorso e cerchiamo di capire dove stiamo andando.
Nella vita accade qualcosa di simile.
Ci sono momenti nei quali abbiamo bisogno di domandarci se la strada che stiamo percorrendo sia ancora quella che desideriamo.
Non sempre possiamo cambiare tutto. Esistono responsabilità, lavoro, famiglia, problemi economici, doveri quotidiani. Sarebbe ingenuo immaginare che basti decidere di rallentare perché improvvisamente il mondo rallenti insieme a noi.
Ma possiamo forse recuperare piccoli spazi di lentezza.
Dieci minuti senza telefono.
Una passeggiata senza una destinazione precisa.
Una stanza silenziosa.
Un libro.
Una finestra dalla quale guardare fuori.
Una conversazione nella quale non abbiamo fretta di rispondere.
Persino qualche minuto nel quale non facciamo assolutamente nulla.
Il battito delle cose
Rimane infine quell'espressione straordinaria: «ascoltare il battito delle cose».
Le cose, naturalmente, non hanno un cuore.
Eppure la poesia può permettersi di ascoltarlo.
Forse il battito delle cose è semplicemente ciò che continua a esistere mentre noi siamo troppo occupati per accorgercene.
Una luce che cambia durante il giorno. Una persona che invecchia accanto a noi. Una stagione che termina. Un albero che perde le foglie. Una voce familiare. Un animale che ci aspetta. Un gesto ripetuto migliaia di volte e che proprio per questo abbiamo smesso di vedere.
La vita è composta soprattutto da queste cose.
Non soltanto dai grandi avvenimenti che ricorderemo, ma da una quantità sterminata di piccoli momenti che spesso attraversiamo distrattamente.
Fermarsi significa forse restituire importanza a ciò che normalmente passa inosservato.
E allora l'arte di cui parla Chandra Livia Candiani è davvero un'arte umile.
Non richiede denaro, successo o riconoscimenti.
Richiede qualcosa che, paradossalmente, nel nostro tempo può essere ancora più difficile da trovare: la disponibilità a non correre.
Perché ci sono momenti nei quali andare più velocemente non serve.
Ci sono momenti nei quali bisogna rallentare.
E ce ne sono altri nei quali occorre semplicemente fermarsi, fare silenzio e ascoltare.
Forse scopriremo che ciò che stavamo cercando così lontano era rimasto, pazientemente, ad aspettarci molto più vicino.
Dentro di noi.
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GEO: Italia – Cultura, poesia e riflessioni sulla vita contemporanea
Una riflessione sulle parole di Chandra Livia Candiani e sull'arte di fermarsi, rallentare e ritrovare l'ascolto di sé in una società dominata dalla velocità.
Descrizione: Immagine in bianco e nero che rappresenta un momento di raccoglimento e introspezione, scelta a corredo dell’articolo dedicato alle parole di Chandra Livia Candiani sull’arte di fermarsi.
Credito: Immagine generata con intelligenza artificiale – elaborazione per Alessandria Post.
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