Ex Ilva di Novi, 530 famiglie davanti all’incognita: cosa succede se Taranto si ferma

Stabilimento siderurgico dell’ex Ilva di Novi Ligure con lavoratori, coils di acciaio e riferimento alla crisi produttiva e occupazionale.
Immagine editoriale dedicata alla crisi dell’ex Ilva di Novi Ligure e alle conseguenze per lavoratori, famiglie e territorio alessandrino.

La crisi dell’ex Ilva non è soltanto una questione di Taranto. A quasi mille chilometri di distanza, nello stabilimento di Novi Ligure, oltre cinquecento lavoratori e le loro famiglie guardano con crescente preoccupazione a ciò che accadrà nelle prossime settimane. La produzione è crollata, una parte consistente del personale è già interessata dalla cassa integrazione e senza un flusso stabile di acciaio il rischio è che le linee produttive possano progressivamente fermarsi. Una crisi industriale nazionale che, per il Piemonte e per la provincia di Alessandria, sta diventando sempre più concreta.

Pier Carlo Lava

L’ex Ilva di Novi Ligure è entrata probabilmente in una delle fasi più delicate della sua lunga storia. Non si tratta più soltanto di interrogarsi sul futuro a medio termine dello stabilimento: il problema riguarda ormai la continuità stessa della produzione.

Secondo i dati riportati oggi da La Stampa, nello stabilimento novese sono rimasti circa 530 lavoratori e 180 sono interessati dalla cassa integrazione a rotazione. Ancora più impressionante è il confronto con i volumi produttivi del passato: nell’ultimo anno la produzione viene indicata intorno alle 25 mila tonnellate mensili, contro circa 90 mila nel periodo ArcelorMittal e fino a 150 mila nei periodi di maggiore attività.

Numeri che raccontano meglio di molte parole la dimensione della crisi.

Perché Novi dipende da Taranto

Per capire quello che sta accadendo bisogna osservare come funziona il sistema dell’ex Ilva.

Novi Ligure non è un’acciaieria a ciclo integrale: è uno stabilimento specializzato nelle lavorazioni successive dell’acciaio. Il Senato, in un documento del 15 settembre, definisce esplicitamente Novi un sito specializzato nella produzione di laminati a freddo e zincati, con una funzione strategica soprattutto per le forniture destinate all’industria automobilistica.

Per continuare a produrre, però, Novi ha bisogno di un flusso stabile di coils e semilavorati. Ed è proprio qui che entra in gioco Taranto.

Il documento parlamentare sottolinea che senza questi approvvigionamenti la continuità produttiva di Novi sarebbe compromessa, con conseguenze non soltanto sull'occupazione locale ma anche sulla catena di fornitura dell'automotive nazionale.

In altre parole, se si interrompe il cuore produttivo che alimenta gli stabilimenti a valle, le conseguenze possono arrivare rapidamente anche in Piemonte.

Il rischio della fine di ottobre

È questo il punto che rende particolarmente preoccupante la situazione.

Secondo quanto riportato oggi, qualora Taranto interrompesse gli approvvigionamenti, Novi potrebbe avere materiale sufficiente per continuare a lavorare soltanto fino alla fine di ottobre, nella previsione più favorevole. Una valutazione analoga era già emersa nei giorni scorsi dopo l'incontro tra il sindaco Rocchino Muliere e le organizzazioni sindacali, quando era stata indicata come orizzonte massimo la fine di ottobre o l'inizio di novembre.

Dopo, senza una soluzione alternativa, lo scenario potrebbe diventare quello di un'ulteriore riduzione dell'attività e di un ricorso molto più esteso agli ammortizzatori sociali.

Ecco perché dietro la vertenza industriale ci sono 530 famiglie che oggi non sanno quale futuro attenda lo stabilimento.

La crisi sta già cambiando la fabbrica

C'è inoltre un fenomeno meno evidente dei dati produttivi ma altrettanto significativo: alcuni lavoratori stanno lasciando lo stabilimento.

Secondo la ricostruzione pubblicata oggi, tra i primi a cercare altre opportunità ci sono stati operai specializzati, alcuni dei quali assorbiti da aziende agroalimentari presenti sul territorio. Altri avrebbero preferito cambiare completamente settore piuttosto che continuare a convivere con l'incertezza.

È un problema che rischia di produrre conseguenze anche qualora lo stabilimento riuscisse successivamente a ripartire: perdere personale qualificato significa disperdere competenze industriali costruite nel corso degli anni.

La storia siderurgica di Novi, del resto, è più che centenaria. L'acciaio è parte della storia economica e sociale della città e l'Ilva vi è presente dagli anni Trenta.

Il nodo dell'area a caldo di Taranto

La situazione è diventata ancora più complessa dopo le vicende giudiziarie che riguardano Taranto.

L'11 settembre la Corte d'Appello di Milano ha respinto l'istanza di sospensione relativa al provvedimento sull'area a caldo. Secondo la ricostruzione della testata specializzata Siderweb, rimane quindi centrale la scadenza del 28 ottobre, mentre Acciaierie d'Italia ha intrapreso anche la strada del ricorso in Cassazione.

Una vicenda giudiziaria, ambientale e industriale che produce quindi conseguenze ben oltre la Puglia.

Ed è proprio per questo che il destino di Novi non può essere considerato una semplice appendice della vertenza di Taranto.

Una strada: rendere Novi meno dipendente da Taranto

Su questo punto arriva un elemento particolarmente significativo dal Parlamento.

Il documento discusso al Senato il 15 settembre sostiene esplicitamente la necessità di definire per Novi Ligure un piano autonomo di approvvigionamento, svincolato dalla dipendenza esclusiva dalla produzione di Taranto.

L'obiettivo indicato è assicurare fonti stabili e diversificate di coils, bramme e semilavorati attraverso accordi pluriennali di fornitura, partnership industriali e commerciali e possibili intese con produttori nazionali e internazionali.

Se realizzata, sarebbe una trasformazione importante del modello industriale.

Novi continuerebbe a essere parte della siderurgia nazionale, ma potrebbe non dipendere più da una sola fonte per il materiale necessario alle proprie linee.

La cordata italiana

Nel frattempo si è aperto un altro scenario.

Federacciai, insieme a quattordici imprese associate, ha presentato una manifestazione di interesse per gli stabilimenti dell'ex Ilva. Tra i gruppi coinvolti figurano alcuni dei maggiori protagonisti della siderurgia italiana, tra cui Arvedi, Duferco, Feralpi, Marcegaglia, Acciaierie Venete, Alfa Acciai e altri operatori del settore.

L'interesse riguarda gli impianti a valle e potrebbe quindi interessare direttamente anche il futuro degli stabilimenti del Nord.

Secondo quanto riportato oggi, rappresentanti della cordata dovrebbero inoltre visitare in settimana lo stabilimento di Novi Ligure.

Non significa naturalmente che la soluzione sia già trovata. Una manifestazione d'interesse non equivale a un'acquisizione e restano da definire condizioni economiche, industriali e occupazionali.

Ma rappresenta una delle strade oggi sul tavolo.

ANSA riferisce inoltre che una possibile offerta della cordata italiana potrebbe arrivare nelle prime settimane di ottobre.

Novi e Genova insieme?

Un'altra ipotesi riguarda una maggiore collaborazione tra gli stabilimenti del Nord.

Il sindaco di Novi Ligure Rocchino Muliere ha chiesto al presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio di ampliare il confronto coinvolgendo anche lo stabilimento di Genova Cornigliano, nella prospettiva di costruire una strategia comune.

Le posizioni sindacali non sono però completamente coincidenti.

Una parte considera utile un coordinamento Piemonte-Liguria, mentre altri rappresentanti sindacali ritengono fondamentale mantenere la vertenza nell'ambito nazionale e considerare Acciaierie d'Italia come un gruppo unitario.

È una differenza importante perché riguarda la domanda centrale di tutta la vicenda: gli stabilimenti del Nord devono continuare a essere strettamente legati a Taranto oppure devono conquistare una maggiore autonomia industriale?

Non sono soltanto 530 posti di lavoro

Limitare il problema ai dipendenti diretti sarebbe però riduttivo.

Uno stabilimento industriale di queste dimensioni genera attività per imprese esterne, manutenzione, trasporti, logistica e servizi. Inoltre Novi produce materiali destinati anche alla filiera automobilistica.

Il Senato richiama esplicitamente il rischio di conseguenze sull'intera catena di fornitura dell'industria automobilistica nazionale qualora venisse meno la continuità produttiva.

La questione, quindi, riguarda contemporaneamente Novi Ligure, la provincia di Alessandria e una parte dell'industria manifatturiera italiana.

Le prossime settimane saranno decisive

Oggi nello stabilimento è prevista una nuova assemblea dei lavoratori. Nel frattempo si attende la visita dei rappresentanti della cordata italiana e nelle prime settimane di ottobre potrebbe arrivare un'offerta più concreta. Sullo sfondo rimane la questione dell'area a caldo di Taranto e della sua continuità produttiva.

Sono quindi diverse le date da osservare da qui alla fine di ottobre.

Ma una cosa appare già evidente: Novi Ligure non può permettersi di aspettare semplicemente che venga deciso il destino di Taranto.

Occorre capire da dove arriverà l'acciaio, quale sarà il futuro proprietario degli impianti, quali volumi produttivi potranno essere garantiti e soprattutto quale prospettiva verrà offerta ai lavoratori.

Perché dietro le statistiche sulla produzione ci sono persone, competenze e famiglie. E dietro quelle 530 famiglie c'è anche una parte importante della storia industriale del territorio alessandrino.

La vera sfida, adesso, non è soltanto evitare la chiusura delle linee nelle prossime settimane. È dare allo stabilimento di Novi un progetto industriale capace di restituirgli una prospettiva di lungo periodo.

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GEO: Novi Ligure (Alessandria), Piemonte, Italia

Ex Ilva di Novi Ligure, 530 lavoratori e produzione in forte calo: il futuro dello stabilimento dipende dagli approvvigionamenti e dalle decisioni su Taranto.

Alessandria Post: piercarlolava.blogspot.com
Italian News Post: italianewspost.com

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Descrizione: Elaborazione grafica realistica che rappresenta simbolicamente lo stabilimento siderurgico di Novi Ligure e l’incertezza sul futuro dei circa 530 lavoratori, sullo sfondo della crisi di Acciaierie d’Italia e del legame produttivo con Taranto.

Crediti immagine: Immagine generata con intelligenza artificiale per Alessandria Post.

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