| Il narratore crede di udire un battito sempre più forte sotto le assi e, sopraffatto dalla propria coscienza, sta per confessare il delitto. |
Un uomo sostiene di non essere pazzo e racconta con orgoglio la precisione con la quale ha progettato e compiuto un delitto. Ma più cerca di dimostrare la propria lucidità, più le sue parole rivelano un’ossessione incontrollabile. Pubblicato nel 1843, “Il cuore rivelatore” di Edgar Allan Poe è un racconto breve e incalzante nel quale paura, follia e senso di colpa finiscono per confondersi. Il battito che il protagonista crede di udire sotto il pavimento diventa la voce di una coscienza che nessun nascondiglio può mettere a tacere.
Pier Carlo Lava
Il cuore rivelatore
È vero! Sono nervoso, spaventosamente nervoso; lo sono sempre stato. Ma perché pretendete che io sia pazzo?
La malattia ha acuito i miei sensi: non li ha distrutti, non li ha smussati. Più di tutti gli altri, il senso dell’udito era finissimo in me. Udii tutte le cose del cielo e della terra. Udii molte cose dell’inferno.
Come posso dunque essere pazzo?
State attenti! E osservate con quanta assennatezza, con quale calma posso raccontarvi tutta la storia.
È impossibile dire come l’idea mi entrò originariamente nel cervello; ma, quando l’ebbi concepita, mi assillò giorno e notte.
Un motivo non c’era. La passione non c’entrava affatto.
Volevo bene a quel vecchietto. Egli non mi aveva mai fatto alcun male. Non mi aveva mai insultato. Non desideravo affatto il suo oro.
Fu, credo, per il suo occhio!
Sì, fu per quello!
Uno dei suoi occhi pareva un occhio d’avvoltoio: era azzurro pallido, con un velo sopra.
Ogni volta che quell’occhio si posava su di me, mi si gelava il sangue. E così, lentamente, a poco a poco, mi fissai nella mente di togliere la vita al vecchio e, in questo modo, liberarmi per sempre del suo occhio.
Ora, ecco! Mi credete pazzo.
I pazzi non sanno nulla di nulla. Ma se mi aveste visto! Se aveste visto con quanta saggezza agii, con quali precauzioni, con quanta previdenza, con quanta capacità di dissimulare mi misi all’opera!
Non ero mai stato tanto cortese con il vecchio come lo fui durante tutta la settimana che precedette l’assassinio.
Ogni notte, verso mezzanotte, giravo la maniglia della sua porta e la aprivo. Oh, sì, molto lentamente!
Quando avevo aperto appena abbastanza per fare passare la testa, introducevo dalla fessura una lanterna cieca, ben chiusa, che non lasciava filtrare nemmeno un filo di luce. Poi introducevo la testa.
Ah! Avreste riso se aveste visto con quale destrezza la facevo passare dall’apertura!
La muovevo lentamente, molto, molto lentamente, in modo da non turbare il sonno del vecchio.
Impiegavo certamente un’ora per introdurre interamente la testa, abbastanza avanti da poterlo vedere disteso sul letto.
Ah! Un pazzo sarebbe stato tanto prudente?
Infine, quando la mia testa era dentro la camera, aprivo la lanterna con cautela. Oh, con quanta cautela, poiché la cerniera strideva!
L’aprivo esattamente quanto bastava perché un impercettibile filo di luce cadesse sull’occhio d’avvoltoio.
Feci questo per sette lunghe notti, ogni notte, a mezzanotte precisa. Ma trovai sempre chiuso quell’occhio e così mi fu impossibile compiere l’opera, poiché non era il vecchio a irritarmi: era il suo malocchio.
Ogni mattina, poi, entravo arditamente nella sua camera, gli parlavo con sicurezza, lo chiamavo cordialmente per nome e gli domandavo come avesse trascorso la notte.
Dunque, vedete, egli avrebbe dovuto essere un vecchio davvero molto perspicace per sospettare che ogni notte, a mezzanotte precisa, lo osservavo mentre dormiva.
L’ottava notte fui ancora più cauto del solito nell’aprire la porta. La lancetta dei minuti di un orologio si muove più rapidamente di quanto si muovesse la mia mano.
Mai, prima di quella notte, avevo sentito tutta l’estensione delle mie capacità, della mia sagacità. Riuscivo a stento a contenere la mia sensazione di trionfo.
Pensate: ero lì, ad aprire la porta poco alla volta, ed egli non immaginava nemmeno i miei atti e i miei pensieri segreti!
A quell’idea mi sfuggì una risatina. Forse egli mi udì, perché si mosse improvvisamente sul letto, come se si fosse svegliato.
Ora supporrete forse che mi sia ritirato.
Ma no.
La camera era nera come la pece, tanto erano dense le tenebre, poiché le imposte venivano accuratamente chiuse per timore dei ladri. Sapendo che non poteva vedere la porta socchiusa, continuai a spingerla lentamente.
Avevo introdotto la testa e stavo per aprire la lanterna, quando il mio pollice scivolò sulla chiusura metallica e il vecchio si rizzò sul letto, gridando:
— Chi è?
Rimasi assolutamente immobile e non dissi nulla.
Per un’ora intera non mossi un muscolo e, durante tutto quel tempo, non udii il vecchio coricarsi nuovamente.
Stava ancora seduto sul letto, in ascolto, proprio come avevo fatto io per notti intere, ascoltando i tarli nella parete.
A un tratto udii un debole gemito e compresi che era un gemito di terrore mortale.
Non era un gemito di dolore o di sofferenza. Oh, no! Era il suono basso e soffocato che nasce dal fondo di un’anima sopraffatta dallo sgomento.
Conoscevo bene quel suono.
Durante molte notti, a mezzanotte precisa, mentre il mondo intero dormiva, era sgorgato anche dal mio petto, approfondendo, con la sua terribile eco, i terrori che mi tormentavano.
Dico che lo conoscevo bene.
Sapevo che cosa provava il vecchio e avevo pietà di lui, sebbene ridessi dentro di me.
Sapevo che era rimasto sveglio dal primo lieve rumore, da quando si era voltato nel letto. I suoi timori erano cresciuti lentamente. Aveva cercato di convincersi che non avessero alcun fondamento, ma non ci era riuscito.
Aveva detto a se stesso:
“È soltanto il vento nel camino. È soltanto un topo che attraversa il pavimento. Oppure è semplicemente un grillo che ha emesso un unico verso.”
Sì, aveva tentato di farsi coraggio con queste spiegazioni, ma tutto era stato inutile.
Tutto inutile, perché la Morte, avvicinandosi, era passata davanti a lui con la propria ombra nera e aveva avvolto la vittima.
Era la funebre influenza di quell’ombra invisibile a fargli sentire, sebbene non vedesse e non udisse nulla, la presenza della mia testa nella camera.
Dopo avere aspettato a lungo, con infinita pazienza, senza sentirlo coricarsi nuovamente, decisi di schiudere un poco la lanterna. Ma così poco, quasi nulla.
La aprii tanto furtivamente che non potreste immaginarlo, fino a quando un unico raggio pallido, simile al filo di un ragno, scaturì dalla fessura e cadde sull’occhio d’avvoltoio.
Era aperto.
Era spalancato.
E io fui preso dal furore non appena lo guardai.
Lo vidi con perfetta chiarezza, tutto di un azzurro opaco e coperto da un velo orribile che mi gelava il midollo nelle ossa.
Non potevo però vedere altro del viso o della persona del vecchio, poiché avevo diretto il raggio, quasi per istinto, esattamente su quel punto maledetto.
E ora, non vi ho già detto che ciò che considerate pazzia non è altro che l’estrema acutezza dei miei sensi?
Ora, vi dico, giunse alle mie orecchie un suono basso, sordo e rapido, simile a quello prodotto da un orologio avvolto nel cotone.
Riconobbi perfettamente anche quel suono.
Era il battito del cuore del vecchio!
Accrebbe il mio furore, come il rullare del tamburo infonde coraggio al soldato.
Ma mi trattenni ancora e rimasi immobile. Respiravo appena.
Tenevo la lanterna assolutamente ferma. Con uno sforzo continuo mantenevo il raggio fisso sull’occhio.
Intanto il battito infernale del cuore diventava più forte, sempre più rapido e, a ogni istante, sempre più intenso.
Il terrore del vecchio doveva essere estremo!
Il battito, dico, diventava più forte a ogni istante!
Mi seguite bene?
Vi ho detto che sono molto nervoso. Infatti lo sono.
E ora, nel cuore della notte, nel terribile silenzio di quella vecchia casa, un suono tanto strano suscitava in me un terrore irresistibile.
Per alcuni minuti riuscii ancora a trattenermi e rimasi immobile.
Ma il battito diventava sempre più forte.
Pensavo che il cuore stesse per scoppiare.
Ed ecco che una nuova angoscia si impadronì di me: quel rumore avrebbe potuto essere udito da qualche vicino!
L’ora estrema del vecchio era arrivata.
Con un grande urlo spalancai la lanterna e mi precipitai nella camera.
Egli emise soltanto un grido. Uno solo.
In un istante lo gettai sul pavimento e rovesciai sopra di lui tutto il pesante letto.
Allora sorrisi con gioia, vedendo che la mia opera era ormai quasi compiuta.
Per alcuni minuti, tuttavia, il cuore continuò a battere con un suono soffocato.
Questo non mi tormentava. Certamente non poteva essere udito attraverso il muro.
Infine cessò.
Il vecchio era morto.
Sollevai il letto ed esaminai il corpo.
Sì, era rigido. Morto.
Posai una mano sul cuore e ve la tenni per parecchi minuti.
Nessuna pulsazione.
Era rigido. Morto.
Il suo occhio non mi avrebbe più tormentato.
Se continuate a credermi pazzo, questa vostra supposizione svanirà quando vi avrò descritto le sagge precauzioni che adottai per nascondere il cadavere.
La notte avanzava e io lavorai rapidamente, ma senza fare rumore.
Tagliai la testa, poi le braccia, poi le gambe.
In seguito sollevai tre assi del pavimento e deposi tutte quelle parti fra le travi.
Infine rimisi le tavole al loro posto tanto abilmente, tanto accuratamente, che nessun occhio umano, nemmeno il suo, avrebbe potuto scoprire qualcosa di sospetto.
Non c’era nulla da lavare. Non una macchia di sangue.
Ero stato estremamente prudente. Un mastello aveva raccolto tutto.
Ah! Ah!
Quando ebbi finito erano le quattro, ed era ancora buio come a mezzanotte.
Mentre l’orologio batteva l’ora, udii bussare alla porta d’ingresso.
Scesi ad aprire a cuor leggero, perché, ormai, che cosa potevo temere?
Entrarono tre uomini che si presentarono, con perfetta cortesia, come agenti di polizia.
Un vicino aveva udito un grido durante la notte e questo aveva suscitato il sospetto che fosse stato commesso un delitto. Una denuncia era stata trasmessa all’ufficio di polizia e quei signori erano stati mandati a esaminare la casa.
Io sorrisi, perché non avevo nulla da temere.
Diedi loro il benvenuto.
Il grido, dissi, mi era sfuggito durante un sogno. Il vecchietto, aggiunsi, era in viaggio.
Condussi i visitatori per tutta la casa. Li invitai a cercare e a cercare bene.
Infine li accompagnai nella sua camera. Mostrai loro i suoi tesori, perfettamente al sicuro e perfettamente in ordine.
Nell’entusiasmo della mia sicurezza portai alcune sedie nella camera e pregai gli agenti di riposarsi, mentre io stesso, con la folle audacia di un trionfo assoluto, collocavo la mia sedia esattamente sopra le assi che nascondevano il corpo della vittima.
I poliziotti erano soddisfatti.
I miei modi li avevano convinti.
Io mi sentivo straordinariamente tranquillo.
Si sedettero e parlarono di cose indifferenti, mentre io rispondevo allegramente.
Poco dopo, però, sentii che stavo impallidendo e desiderai che se ne andassero.
Avevo mal di testa e mi sembrava di avvertire un ronzio nelle orecchie. Ma quegli uomini rimanevano seduti e continuavano a conversare.
Il ronzio divenne più distinto.
Parlai più a lungo, per liberarmi da quella sensazione, ma essa continuò e assunse un carattere tanto preciso che, alla fine, scoprii che il rumore non proveniva dalle mie orecchie.
Certamente diventai pallidissimo, ma parlavo ancora più rapidamente e alzavo la voce.
Il rumore continuava ad aumentare.
Che cosa potevo fare?
Era un suono basso, sordo e rapido, molto simile a quello prodotto da un orologio avvolto nel cotone.
Respiravo con difficoltà.
Gli agenti non udivano ancora.
Parlai più in fretta, con maggiore veemenza, ma il rumore cresceva incessantemente.
Mi alzai e cominciai a discutere di cose insignificanti con voce molto alta e gesticolando violentemente.
Ma il rumore continuava a salire.
Perché quegli uomini non volevano andarsene?
Percorsi avanti e indietro il pavimento, con passi pesanti e lunghi, come se fossi esasperato dalle osservazioni dei miei interlocutori.
Ma il rumore cresceva regolarmente.
Oh, Dio! Che cosa potevo fare?
Deliravo, vaneggiavo, bestemmiavo!
Agitavo la sedia sulla quale ero stato seduto e la facevo stridere sul pavimento, ma il rumore sovrastava ogni cosa e cresceva senza fine.
Diventava più forte, più forte, sempre più forte!
Eppure quegli uomini continuavano a parlare, scherzavano e sorridevano.
Era possibile che non udissero?
Dio onnipotente!
No! No!
Udivano!
Sospettavano!
Sapevano!
Si divertivano davanti al mio terrore!
Lo pensai allora e lo credo ancora.
Ma qualsiasi cosa sarebbe stata più tollerabile di quella derisione. Non potevo sopportare più a lungo quei sorrisi ipocriti.
Sentii che avrei dovuto gridare oppure morire!
E anche adesso lo udite?
Ascoltate!
Più forte!
Più forte!
Ancora più forte!
Sempre più forte!
— Miserabili! — gridai. — Smettete di fingere! Confesso! Strappate quelle assi! È lì, è lì! È il battito del suo terribile cuore!
Il battito della coscienza
Fin dalle prime righe il narratore cerca di dimostrare la propria lucidità, ma ogni parola produce l’effetto opposto. La precisione con la quale descrive la preparazione del delitto non dimostra la sua sanità mentale: rivela invece la profondità della sua ossessione.
L’occhio del vecchio diventa il bersaglio sul quale il protagonista proietta un terrore che appartiene soltanto a lui. Non odia l’uomo, non desidera il suo denaro e non ha subito alcun torto. Vuole semplicemente eliminare uno sguardo che lo fa sentire osservato e minacciato.
Dopo il delitto, il narratore crede di avere raggiunto il controllo assoluto. Nasconde il corpo, accoglie serenamente gli agenti e arriva a sedersi proprio sopra il luogo in cui ha nascosto la vittima. È in quel momento, però, che il suo potere si sgretola.
Non sappiamo se il battito sia reale, un’allucinazione o la voce simbolica della coscienza. Sappiamo soltanto che diventa più forte quanto più il protagonista tenta di ignorarlo. Il cuore nascosto sotto il pavimento rivela così ciò che l’assassino aveva cercato di seppellire: la colpa può essere occultata agli occhi degli altri, ma non sempre può essere messa a tacere dentro di noi.
Nota editoriale: “Il cuore rivelatore” di Edgar Allan Poe, pubblicato per la prima volta nel 1843, è proposto a scopo culturale e divulgativo. L’opera originale e la traduzione italiana di Decio Cinti del 1920 sono di pubblico dominio. La grafia, la punteggiatura e alcune costruzioni antiquate sono state aggiornate per facilitare la lettura sul web, senza modificare la vicenda e il significato del racconto.
GEO: Stati Uniti d’America – Massachusetts – Boston
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Nota sull’intelligenza artificiale: L’intelligenza artificiale è stata utilizzata come supporto alla ricerca e all’organizzazione delle informazioni. Contenuti, revisione del testo e impostazione editoriale sono stati definiti e verificati dall’autore.
Nota immagine: Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale e ispirata al racconto “Il cuore rivelatore” di Edgar Allan Poe. I personaggi raffigurati sono ricostruzioni narrative e non rappresentano persone reali né lo scrittore.
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