L'Infinito in un Sorso: "Sull'orlo d'una tazzina"


 Vincenzo Savoca ci regala una poesia intimista e fotografica, capace di fermare il tempo. "Sull'orlo d'una tazzina" è un invito a guardare oltre la superficie delle cose, a riconoscere che anche nel gesto più abitudinario e "precario" della nostra giornata si nasconde un frammento di assoluto. Una lettura che lascia, proprio come un buon caffè, un retrogusto persistente di riflessione e bellezza.


SULL'ORLO D'UNA TAZZINA
Dal mare subbuglio d'acqua,
l'origlio a frastuono d'onde.
Brillio di solecchi l'alba.
Nella tazzina scrollati raggi
di sole, e di lento profumo
il caffè, di tenero fumo.
E m'impauro a questo delirio,
precario malinconico infinito.

Vincenzo Savoca
Marina di Ragusa

'Infinito in un Sorso: "Sull'orlo d'una tazzina" di Vincenzo Savoca

L'Immensità del Quotidiano

Nella poesia "Sull'orlo d'una tazzina", Vincenzo Savoca compie un miracolo lirico tanto semplice quanto potente: racchiudere l'immensità del cosmo e del sentimento umano dentro il perimetro ristretto di un rito quotidiano, quello del caffè mattutino. Sullo sfondo di Marina di Ragusa, il testo si configura come un profondo monologo interiore che dialoga direttamente con gli elementi della natura.

Tra Sinergismo Visivo e Sensoriale

La prima quartina si apre con una sinestesia marina: il "subbuglio d'acqua" e il "frastuono d'onde" non sono solo elementi visivi e uditivi del paesaggio costiero, ma riflettono un moto dell'anima. L'alba irrompe con un "brillìo di solecchi", un termine che evoca frammenti di luce, piccoli specchi dorati che preparano il terreno alla transizione successiva.

È nella seconda strofa che la maestria di Savoca si rivela appieno. La tazzina da caffè diventa un microcosmo ricettivo:

"Nella tazzina scrollati raggi / di sole, e di lento profumo / il caffè, di tenero fumo."

Il sole non illumina più solo il mare, ma si "scrolla" dentro la tazzina, fondendosi con il "lento profumo" e il "tenero fumo" della bevanda. C'è una delicatezza estrema in queste immagini, una transizione intima in cui il grande (il mare, il sole) si fa piccolo e accessibile (il caffè).

Il Delirio dell'Esistenza

Il componimento si chiude con un distico di straordinaria densità filosofica. Di fronte a questa totale fusione tra macrocosmo e microcosmo, il poeta sperimenta uno smarrimento esistenziale: "E m'impauro a questo delirio".

L'uso degli aggettivi finali è una vera e propria dichiarazione di poetica: precario, malinconico, infinito.

Precario come l'attimo che svanisce, come il fumo che si dissolve;

Malinconico come la consapevolezza della nostra piccolezza;

Infinito come il mare e il tempo che ci sovrastano.

Recensione di Francesca Giordano

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