Il cuore del poeta: Bahtiyar Hidayet e la luce fragile della libertà

 

Poeta solitario davanti a una scrivania illuminata, mentre le luci della polizia attraversano una finestra bagnata dalla pioggia.
Tra la luce della poesia e l’oscurità della repressione, il poeta continua a interrogare la coscienza del proprio tempo. Immagine creata con intelligenza artificiale a solo scopo illustrativo.

Con immagini quotidiane trasformate in simboli inquietanti, il poeta azero Bahtiyar Hidayet costruisce una denuncia contro la solitudine, l’indifferenza e ogni potere che pretende di spegnere la coscienza degli uomini. “Il cuore del poeta” è una composizione aspra e provocatoria, nella quale la luce della poesia si confronta con l’oscurità della repressione.

Pier Carlo Lava - Alessandria Post - italianewspost.com

Bahtiyar Hidayet è nato nel 1974 nella regione di Gazakh, nella Repubblica dell’Azerbaigian. Laureatosi nel 1995, lavora come insegnante di storia dal 1998. Ha iniziato a scrivere poesie durante gli anni della scuola superiore e ha pubblicato quattro raccolte poetiche nel suo Paese. La sua scrittura affronta frequentemente la libertà, le contraddizioni della società contemporanea, la dignità dell’individuo e il difficile rapporto tra il cittadino e il potere. La poesia “The Poet’s Heart”, qui presentata nella traduzione italiana “Il cuore del poeta”, è stata pubblicata anche dalla rivista internazionale Sindh Courier.

Il cuore del poeta

Il cuore di un vero poeta
È come un contatore elettrico;
Se non è caricato, si arresta.

Anche un poeta è come una lampada;
Se non è appesa, non fa luce.
Ma il patibolo
Si trova sotto i piedi di colui che lo impicca.

Gli sgabelli sono creature a quattro zampe davvero strane.
Sono più fedeli degli esseri bipedi e delle creature quadrupedi.
Ci sediamo su di essi per riposare,
E noi ci appoggiamo anche con le spalle contro di loro.
Non c’è più nessuno su cui appoggiarti.
Ma comunque,
Anche gli sgabelli sono molto infedeli.
Quando veniamo impiccati, scappano via da sotto i nostri piedi.
Precipitiamo nelle tenebre eterne.

E tale oscurità eterna
È meglio di questo mondo.
Perché ora la fonte di luce
Non si tratta di persone illuminate.
Ora la fonte di luce
Sono auto della polizia.
Può il cuore del poeta sopportare tutto questo?

La poesia si apre con una similitudine deliberatamente insolita: il cuore del poeta viene paragonato a un contatore elettrico. Hidayet rinuncia alle immagini tradizionalmente associate alla poesia – il fiore, il cielo, il canto, la luna – e sceglie un oggetto tecnico, freddo e impersonale. Il contatore misura l’energia, registra il consumo e si ferma quando non viene alimentato. Allo stesso modo, sembra suggerire l’autore, il cuore del poeta deve essere continuamente attraversato dalla vita, dalle emozioni e dalle contraddizioni del proprio tempo. Se non riceve energia dalla realtà, dalla sofferenza e dalla speranza degli uomini, smette di funzionare.

Subito dopo compare la lampada, oggetto che porta naturalmente con sé il significato della luce. Il poeta dovrebbe illuminare ciò che la società preferisce lasciare nell’ombra, rendere visibile l’ingiustizia e trovare parole per chi non può parlare. Tuttavia, l’azione necessaria per appendere una lampada si trasforma improvvisamente nel gesto terribile dell’impiccagione. La luce e il patibolo finiscono così per appartenere alla stessa immagine: chi prova a rischiarare il mondo può diventare il bersaglio di coloro che hanno interesse a conservarne l’oscurità.

Lo sgabello costituisce il centro simbolico della composizione. È un oggetto comune, generalmente associato al riposo, alla stabilità e alla possibilità di sostenere il corpo. Nella poesia assume invece una doppia natura: prima accoglie l’uomo, poi scompare da sotto i suoi piedi. Hidayet gli attribuisce quasi un’esistenza animale, definendolo una creatura a quattro zampe. Il tono sembra inizialmente ironico, ma progressivamente diventa tragico. Lo sgabello rappresenta tutto ciò su cui crediamo di poter contare: le persone, le amicizie, le istituzioni, la società. Nel momento decisivo, però, ogni sostegno può venire meno.

Particolarmente amara è l’affermazione: “Non c’è più nessuno su cui appoggiarti”. In questa frase si concentra la solitudine dell’individuo che tenta di difendere la verità. Quando la paura prevale, anche quanti sembravano vicini possono allontanarsi. La poesia non parla soltanto della morte fisica, ma anche dell’isolamento morale di chi rifiuta di adattarsi, di tacere o di partecipare alla menzogna collettiva.

Il finale conduce il lettore nelle “tenebre eterne”, ma rovescia ancora una volta il significato delle immagini. L’oscurità della morte viene giudicata preferibile a un mondo nel quale la luce non proviene più dalle persone illuminate, dalla cultura o dalla conoscenza. A rischiarare le strade sono soltanto le auto della polizia. È probabilmente l’immagine più potente dell’intera poesia: una società nella quale i lampeggianti dei mezzi delle forze dell’ordine hanno sostituito la luce della coscienza. Non si tratta di una semplice descrizione urbana, ma di una metafora politica e morale. La luce non guida più: sorveglia, insegue e intimidisce.

La domanda conclusiva – “Può il cuore del poeta sopportare tutto questo?” – rimane volutamente senza risposta. È una domanda rivolta all’autore, ma anche a ogni lettore. Il cuore del poeta può essere vulnerabile, esposto e perfino condannato, ma continua a registrare ciò che accade, proprio come il contatore elettrico dei versi iniziali. Sopportare, in questo caso, non significa accettare passivamente. Significa custodire la memoria, denunciare l’ingiustizia e trasformare il dolore in parola.

“Il cuore del poeta” è dunque una poesia civile, costruita attraverso un linguaggio semplice e oggetti appartenenti alla vita quotidiana. Dietro il contatore, la lampada e lo sgabello si nasconde una riflessione universale sulla libertà di espressione e sulla responsabilità della poesia. Bahtiyar Hidayet ci ricorda che il poeta non è soltanto colui che crea bellezza: è anche colui che continua a cercare la luce quando il mondo sembra averla consegnata definitivamente al potere. 

GEO: Dall’Azerbaigian arriva la voce intensa e coraggiosa di Bahtiyar Hidayet. Nella poesia “Il cuore del poeta”, l’autore trasforma il contatore elettrico, la lampada e lo sgabello in potenti simboli della libertà, della solitudine e della repressione. Una poesia civile che interroga il nostro tempo e difende il ruolo della parola contro l’oscurità del potere.

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Immagine creata con intelligenza artificiale a solo scopo illustrativo.

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