Ci sono testi che non si limitano a raccontare una storia, ma spalancano una ferita. Espiazione, intenso scritto di Dolores Calì, è uno di questi. È una lunga confessione, un dialogo rivolto a una madre consumata dall'Alzheimer, nel quale il dolore, il senso di colpa, l'amore filiale e il rimpianto si intrecciano fino a diventare una riflessione universale sul tempo perduto e sui legami che nemmeno la malattia riesce a spezzare. La forza del testo non risiede soltanto nella sua intensa carica emotiva, ma nella capacità di trasformare un'esperienza personale in una meditazione che parla a chiunque abbia conosciuto la sofferenza dell'assenza, della distanza o dell'addio.
Pier Carlo Lava
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Espiazione di Dolores Calì
"È una condanna di vento nero e fango primordiale quella che mi trascino nel petto, l’eco di un’esistenza intera spesa a deluderti, mentre tu, fragile colonna di grazia incontaminata, continuavi a riversare su di me un amore incondizionato, assoluto, di cui mi riconosco indegna. Ti guardo oggi, consumata e rimpicciolita dal tempo, e reco in fronte il marchio di tutte le mie promesse infrante. Non ti ho concesso la gioia di veder fiorire in me quella medesima radice pura e indistruttibile che un tempo legava la tua carne a quella di mio padre: lui, quella maestosa montagna di virtù che ora ti attende, fantasma regale, oltre il velo della morte.
Io, invece, ho preferito inseguire spettri. Ho dissipato i miei giorni inseguendo vane speranze dietro a illusioni vuote e a uomini che non hanno saputo edificare con me quel castello di sogni, creature troppo deboli per scorgere le vette sacre su cui voi due avete camminato. Per inseguire quei deliri d'aria, trent'anni fa ho strappato le mie radici dalla mia città, abbandonandoti al gelo della mia assenza. Ma in quel distacco cruento, madre mia, è fiorito l'unico miracolo della mia terra desolata: mio figlio, oggi un uomo, che si erge come la sola risposta divina al mio esilio, l'assoluto che dà un senso al mio respirare nonostante le mille tempeste che ancora la vita riserva al mio petto. Eppure il rimorso mi artiglia: io non c'ero. Non c'ero negli anni della lunga, estenuante agonia di papà; non sono stata il sostegno fisico, vicino, saldo, che quel grande uomo meritava. Vi ho abbandonati nel momento del bisogno, e quando anche tu, anni dopo, hai iniziato a soccombere alla lentezza del male, hai dovuto persino rinunciare alla casa che era stata il vostro nido d’amore. Esserci solo con lo strazio del cuore, piangere da lontano mentre la tempesta infuria, non basta. Non è bastato a salvarvi, e non basta oggi a placare i sensi di colpa che mi lacerano le viscere come lupi famelici nella brughiera.
Ora, da cinque anni, abiti una nebbia fitta e impenetrabile che cancella i confini del mondo sensibile. In questa prigione d'ombra che chiamano Alzheimer, tu confondi il passato, il presente e l'eternità, e con la voce tremante di una bambina smarrita nella notte mi chiedi dove sia papà. Ti stai spegnendo lentamente, come una candela consumata dal gelo dell'inverno: rifiuti il cibo, bevi poco o nulla. I medici ripetono con freddezza geometrica che questo è il normale decorso della malattia, ma io conosco la verità ancestrale del tuo sangue. Io so che la tua anima si sta lasciando morire perché brama solo di spezzare queste catene di carne e ricongiungersi al suo eterno amore. Vuoi raggiungere papà, e vuoi riabbracciare mio fratello, volato via prima di lui nell'abisso, lasciandomi addosso una ferita sanguinante che nessuno curerà mai — una lacerazione profonda che mi ha spinto a un litigio eterno e feroce con Dio, di cui ora calpesto persino il cielo.
Ogni volta che salgo su quel treno per venire da te, cullata dal ritmo metallico, spietato e funebre dei binari, sento la distanza farsi ferro rovente nella mia carne. Volo verso il tuo capezzale con la fretta disperata dei dannati, al solo scopo egoistico e agonizzante di drogarmi del tuo odore, di affogare in quegli occhi grigi da gattina, specchi di una purezza che il fango del mondo non è riuscito a contaminare. Ti vedo così piccola, così fragile, un guscio d'ostia pronto a disfarsi. E ogni volta che il dovere mi impone di lasciarti e risalire su quel vagone, sento le giunture dell'anima spezzarsi con un gemito: stringerti la mano e sussurrarti addio senza sapere se le mie dita toccheranno ancora la tua pelle calda, o se quella sarà l'ultima volta che i miei occhi berranno la tua luce calante, è un supplizio che mi strappa i tessuti dal cuore. Torno alla mia vita con l'anima squarciata, consapevole di aver edificato un'esistenza interamente sbagliata.
Ma c'è una lama che penetra più a fondo delle altre, un ferro arroventato nel fuoco che mi uccide ogni volta. Mi guardi, volgi lo sguardo stanco verso l'uomo che da qualche anno cammina al mio fianco, e mi implori con una febbre che spezza il petto: "Quando vi sposate? Io voglio esserci, capisci? Devo comprarmi un bel vestito nuovo, e devo ballare, devo essere la più bella di tutte! Voglio vedere finalmente la mia bambina sistemata, stretta a un uomo che sappia prendersi cura di lei!". E poi, in altri momenti, all'improvviso, quella stessa identica urgenza ti squarcia i pensieri, e l'ombra si fa per un attimo luce affannosa quando mi chiedi di mio figlio: "E lui? Lavora? Quando si sposa? Io voglio esserci, devo esserci anche per lui! Voglio fargli un bel regalo!".
E io ti rispondo sempre, col fiato corto e le lacrime a soffocarmi la gola, che il regalo più bello, l'unico vero dono di questa terra, saresti soltanto tu.
E in quel momento il mondo frana sotto i miei piedi. Perché la distanza, i nodi ciechi del destino e la brutalità della vita stessa sembrano rimettermi sempre in riga, colpendomi come una bimba cattiva che non capisce la lezione, sussurrandomi nell'orecchio: "No, espia la tua colpa, per te quella felicità è negata".
E allora lo so, madre mia: non andremo mai a cercare quel vestito bello che tanto desideri indossare, né balleremo insieme tenendoci per mano sotto le luci di una festa. Ma tu sarai la sposa più bella, la regina eterna di ogni celebrazione, ovunque e per sempre, nel regno dei miei rimpianti. E la sola cosa che oggi urlo all'Universo insensibile, l'unico miracolo che elemosino in ginocchio, è di esserci. Di poter sentire il tuo respiro. Ancora una volta.
Anche se so che tu non vedrai mai, su questa terra di lacrime e spine, questa tua figlia interrotta realizzarsi infine come tu avresti voluto, e come avresti meritato di testimoniare. Questa figlia rotta, incapace di ancorarsi a quella felicità semplice che è sempre sfuggita al mio grido di aiuto, scivolando via dalle mie mani tese come acqua tra le rocce della brughiera. Te ne andrai sapendomi sola, esposta alla tempesta, e io rimarrò qui, un albero spoglio investito dal gelo eterno, a scontare l'inverno senza fine di non averti saputo amare come tu hai amato me."
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