Emergenza fiume Po e laghi in secca. Legambiente lancia appello e otto proposte a Governo e Regioni del bacino del padano.
Per far fronte a questa ennesima situazione di emergenza – che per chi ha poca memoria, si era presentata allo stesso modo nel 2022 e ancora prima nel 2017 – amministratori, agricoltori e consorzi di bonifica invocano a gran voce la costruzione di invasi, tra cui la famigerata Diga di Vetto. Quest’ultima è un’opera dai costi ingenti, con tempi di costruzione stimati in 10 anni e con risvolti per l’ecosistema fluviale ancora da stimare. Nel frattempo, poco o nulla è stato fatto per gestire l’acqua disponibile con interventi di scala inferiore, sia sul fronte degli stoccaggi sia su quello del risparmio idrico nei diversi settori, interventi che sarebbero fondamentali per cambiare un modello di sviluppo ormai non più sostenibile. Dall’altra parte, la costa è soggetta ad erosione e subsidenza, che comportano la perdita di superficie, e ogni inverno è sempre più colpita dalle mareggiate, che compromettono la conservazione anche di aree protette uniche al mondo.
Dal
Po in secca ai grandi laghi in sofferenza idrica
agli
accumuli nevosi residuali in quota pressoché
nulli e inferiori alla media:
Il
Paese ancora una volta interviene in fase emergenziale e a colpi di ordinanze
di limitazione dei consumi
Legambiente lancia un appello e otto proposte al Governo e alle Regioni del bacino padano:
“Occorre ripensare la gestione del bacino del Po e della risorsa idrica intervenendo
a livello strutturale e non solo nel periodo
dell’emergenza.
Chiediamo al Governo Meloni che fine hanno fatto il DPR sul riutilizzo delle acque reflue in agricoltura
e lo stanziamento dei fondi per attuare il
Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici?
Le
nostre otto proposte mettono al centro la tutela del fiume e dell’acqua: quello
che si fa a monte influisce su quello che accade a valle”
Il fiume Po è sempre più in secca, insieme a lui anche i principali laghi della Penisola, mentre in alta quota gli accumuli nevosi residuali sono pressoché nulli e inferiori alla media. L’Italia, dal canto suo, ancora una volta interviene in fase emergenziale e a colpi di ordinanze di limitazione dei consumi. A denunciare il “modus operandi” del Paese è Legambiente che lancia un appello al Governo e alla Regioni del bacino padano indirizzando loro otto proposte per una gestione strutturale del bacino del Fiume Po. Qui ogni anno vengono prelevati oltre 20 miliardi di metri cubi d’acqua, sia dalle fonti superficiali che dalle acque sotterranee. Di questi, quasi il 75% è destinato agli usi irrigui; la restante parte, proveniente soprattutto dalle acque sotterranee, è per usi industriali e civili.
Legambiente chiede all’Esecutivo e agli organi istituzionali regionali più responsabilità e interventi strutturali a partire dall'approvazione definitiva del DPR sul riutilizzo delle acque reflue per combattere la siccità in agricoltura e dallo stanziamento delle risorse economiche necessarie per attuare il Piano nazionale di Adattamento ai cambiamenti climatici. Accanto a questi due interventi, è inoltre importante la piena integrazione dell’adattamento climatico nei Piani di Gestione dei Bacini Idrografici previsti dalla Direttiva Quadro Acque e, più in generale, mettere in campo una transizione agroecologica del settore primario (che tenga insieme la revisione degli ordinamenti colturali, la domanda irrigua, le pratiche agricole, valorizzando anche il ruolo dei suoli nella ricarica delle falde), definire una governance unica a livello di bacino per la gestione della risorsa idrica e una strategia che integri infrastrutture (evitando nuove dighe e facilitando la realizzazione di piccoli bacini su scala aziendale), gestione della domanda, Nature Based Solutions. Senza dimenticare quegli interventi che includono risparmio, economia circolare e tutela degli ecosistemi come ridurre le perdite delle reti, il recupero della capacità degli invasi esistenti, il ripristino degli ecosistemi fluviali e la capacità del territorio di trattenere l'acqua per la sua infiltrazione in falda. È importante, inoltre, portare avanti una politica permanente di informazione, monitoraggio, controlli e coinvolgimento di tutti gli utilizzatori della risorsa idrica. Ad oggi per l’associazione ambientalista le ordinanze di limitazione dei consumi e gli appelli al risparmio sono strumenti importanti e utili nelle situazioni di emergenza, ma non possono essere la risposta principale a un fenomeno che, ormai, è in grado di mettere in crisi l'agricoltura, le attività produttive, gli ecosistemi della pianura e quindi la qualità della vita delle comunità.
FOCUS DATI, Po, laghi e accumuli nevosi in quota: I dati del Po in secca sono sempre più preoccupanti: le portate del fiume sono inferiori ai valori medi climatici dello stesso periodo 1991-2020, con anomalie, per il mese di giugno, che superano il 60% per tutte le stazioni di riferimento. Le peggiori sono Piacenza (-67%) e Cremona (-65%), ma anche Pontelagoscuro (-65%), Borgoforte (-64%) e Boretto (-62%) presentano condizioni critiche. Pontelagoscuro in particolare è sotto i riflettori perché la portata registrata in questa stazione fa da campanello d’allarme all’ingressione dell’acqua del mare nel Delta. Attualmente la portata è di 264 m³/s, ben al di sotto della soglia di 450 m³/s necessaria a contenere il cuneo salino nel Delta. Preoccupa anche la situazione dei grandi laghi della Penisola, che presentano altezze idrometriche inferiori alla media e che sono sempre più sotto pressione anche a causa di inquinamento e attività antropiche, come raccontato da Legambiente nel suo ultimo report “Laghi sotto pressione”. In alta quota intanto accelera la fusione dei ghiacciai: il valore complessivo dello Snow Water Equivalent (SWE, misura quanta acqua è contenuta nella neve accumulata) evidenzia accumuli nevosi residuali pressoché nulli e inferiori alla media, sempre secondo l’osservatorio ADBPO; dunque, le riserve naturali d'acqua immagazzinate nella neve sono ormai esaurite, riducendo il contributo alla fusione estiva che alimenta il Po e i suoi affluenti.
“La crisi climatica avanza e ne dobbiamo tenere conto nella gestione di una risorsa vitale come l’acqua. Il problema – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente - non è solo la scarsità d'acqua, ma il ritardo con cui il Paese sta adattando la gestione della risorsa a un clima ormai profondamente cambiato. Gli strumenti di pianificazione esistono – dai Piani di Gestione delle Acque al Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) – ma la loro attuazione procede ancora troppo lentamente rispetto alla rapidità con cui evolve la crisi climatica. Che fine hanno fatto il DPR sul riutilizzo delle acque reflue in agricoltura e lo stanziamento dei fondi per attuare il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici? Nonostante negli ultimi anni si sia investito nell'ammodernamento delle infrastrutture irrigue, anche attraverso interventi di digitalizzazione, telecontrollo, misurazione dei volumi e riduzione delle perdite, sostenuti anche dal PNRR, non abbiamo risolto il problema. È attivato il momento degli interventi strutturali e non delle iniziative spot, occorre fare di più”.
“L'adattamento – continua Ciafani - non riguarda solo l'efficienza dell'irrigazione, ma il sistema agricolo nel suo complesso. Serve un cambio di paradigma che coinvolga anche la pianificazione degli ordinamenti colturali, la gestione della domanda irrigua, delle pratiche agronomiche e il ripristino delle funzioni naturali del territorio. Non è più sufficiente irrigare in modo più efficiente, ma serve adattare gli orientamenti colturali al nuovo quadro climatico, considerando che le disponibilità idriche per la stagione estiva non potranno mai più essere quelle del passato: se cambia il clima, deve cambiare anche l’agricoltura, che è anche la prima vittima della crisi climatica. Il tutto nella piena consapevolezza che non serve più intervenire quando l’emergenza è in corso, il grosso del lavoro va fatto prima”.
Legambiente ricorda, inoltre, che uno dei nodi strutturali della gestione della risorsa nel bacino del Po riguarda il sistema delle concessioni di derivazione, che in molti casi riflette esigenze storiche e dei singoli territori più che una pianificazione integrata a scala di bacino. Molte concessioni risalgono a condizioni climatiche e disponibilità idriche profondamente diverse dalle attuali e non sempre sono state riviste per tenere conto delle reali disponibilità e della necessità di garantire il deflusso ecologico dei fiumi (vincolo ambientale normativo), e dunque gli obiettivi di tutela degli ecosistemi. A conferma della problematicità della questione derivazioni, pesa sull’Italia la procedura d’infrazione (2027/2025) arrivata a gennaio 2026 per non aver correttamente recepito la Direttiva quadro sulle Acque in quanto la normativa nazionale non prevede la registrazione di tutte le autorizzazioni per il prelievo o l’arginamento delle acque.
FOCUS REGIONALE
Veneto: Un granchio blu spiaggiato sul letto in secca del Po, a 70 chilometri dalla foce.
È forse
l’immagine più emblematica della crisi che sta attraversando il fiume Po nel
tratto Veneto, proprio in quel tratto d’Alto Polesine, che è stato recentemente
riconosciuto come parte della Riserva della Biosfera Mab Unesco Po Grande. Al
Delta non arriva più acqua, perché è saltato il regime idrologico di piogge e
disgelo dei ghiacciai che lo alimentava come un tempo, mentre un modello
agricolo sempre più bisognoso di acqua ha fatto il resto. Il progressivo
abbassamento del livello del fiume e l’accumulo di carico organico e nutrienti
derivanti da agricoltura, allevamenti e scarichi dei depuratori, che a
differenza del primo non diminuiscono, portano ad una distrofia dell’ambiente
fluviale, con conseguente abnorme crescita di piante acquatiche e alghe e moria
della fauna acquatica, con rischio per la conservazione della biodiversità del
fiume. La situazione è altrettanto critica nelle aree lagunari, le
temperature elevate e l’assenza prolungata del contributo di acqua dolce dal
fiume, effetti sinergici del cambiamento climatico, trasformano le sacche in
una vera e propria "pentola salata" naturale, mettendo in
ginocchio il comparto della pesca e dell'acquacoltura, già provato dalla
presenza del granchio blu. La Regione Veneto nei giorni scorsi ha dichiarato lo
stato di emergenza e ha emanato un'ordinanza sulla siccità, ma vedendo gli
inefficienti irrigatori a pioggia in funzione in questi giorni sui campi di
mais ancora accesi, non sembra che tutti l’abbiano colta. Quelle che un tempo
si consideravano eccezionali condizioni di carenza idrica, sono ormai
situazioni che si ripresentano con una frequenza tale da non poter più essere
considerate eccezionali.
Piemonte. Il Po soffoca, la Regione vuole togliere l'acqua al fiume
La
fioritura algale che in questi giorni interessa il Po a Torino è l'ennesimo
campanello d'allarme di una crisi idrica sempre più grave. Temperature elevate,
portate ridotte e l'eccesso di nitrati, provenienti dalle attività agricole e
zootecniche e dai depuratori cittadini che non vengono più diluiti, a monte
favoriscono la proliferazione di alghe e specie vegetali alloctone e invasive,
alterando l'equilibrio dell'ecosistema fluviale. Quanto sta accadendo evidenzia
tutta la contraddizione delle politiche regionali. L'assessore regionale
all’ambiente Matteo Marnati continua a portare avanti una battaglia per
indebolire il principio del deflusso ecologico, ossia quella quantità minima
d'acqua necessaria a garantire la vita del corso d'acqua. Presentare il deflusso
ecologico come un ostacolo alla salvaguardia dell'agricoltura è una visione
miope. Senza un fiume in salute non esiste futuro nemmeno per l'agricoltura. La
crisi climatica impone di ridurre sprechi e pressioni sulla risorsa idrica, non
di sottrarre ulteriore acqua agli ecosistemi.
Lombardia. In Lombardia i problemi per la stagione irrigua erano chiari già a inizio marzo: è questo, infatti, il periodo in cui il bilancio del principale serbatoio idrico lombardo, quello costituito dall’accumulo nevoso in montagna, raggiunge il suo picco. Mentre negli ultimi vent’anni il dato dell’equivalente idrico della neve al 1° marzo è stato in media di 2,3 miliardi di metri cubi di acqua, nel 2026 il dato risultava inferiore a 1,3 miliardi di mc. A peggiorare la situazione anche l’aumento delle temperature primaverili, che ha fatto sì che le nevi risultassero sostanzialmente già esaurite a fine maggio, contro un dato, basato sulla media ventennale, che colloca la data di fine disgelo alla prima settimana di luglio. Questo anticipo del disgelo, insieme alla fusione delle masse glaciali, ridefinisce l’idrologia dell’intera regione rendendo critica e incerta la disponibilità di risorsa idrica utilizzabile a scopi irrigui nei mesi cruciali per le colture estive.
Un
miliardo di metri cubi in meno per l’estate non è un dato trascurabile nemmeno
nella regione italiana più ricca di acque dolci: gli invasi che
interessano il territorio lombardo sono in grado di stoccare 2,5 miliardi di
metri cubi, considerando insieme il volume regolato dei grandi laghi prealpini
e quello degli invasi idroelettrici alle quote montane. Secondo l’ultimo
bollettino delle risorse idriche, a fine giugno il valore complessivo degli
stoccaggi idrici lacustri è sceso a 1,2 miliardi di metri cubi, 0,7 miliardi in
meno dell’atteso: il beneficio delle abbondanti piogge tra maggio e inizio
giugno si è già quasi esaurito.
Il
quadro delle carenze idriche estive si sta consolidando come situazione sempre
più strutturale per il sistema agricolo lombardo. È evidente che il cambiamento
climatico ha reso insostenibile l’ordinamento colturale della pianura: se
cambia il clima devono cambiare anche le colture, in particolare quelle a
raccolto estivo. Tra queste la più esigente, quella del mais, dovrà
necessariamente cedere spazio ad altre coltivazioni, mentre per quanto riguarda
il riso occorrerà ridurre l’intensità di coltivazione e ripristinare metodi
tradizionali di irrigazione, abbandonando la semina in asciutta, che posticipa
l’allagamento e così concentra il fabbisogno idrico proprio nei mesi estivi.
Allo stesso tempo occorrerà ripristinare gli usi invernali e primaverili delle
acque, ad esempio per alimentare le marcite, che permettono di utilizzare la
risorsa in momenti in cui essa non è scarsa, rifornendo allo stesso tempo la
falda, con effetti benefici per le portate fluviali nei mesi successivi.
Emilia-Romagna: La portata del fiume Po a Pontelagoscuro al 7 luglio era di 323 m³/s, quando la media storica 1923-2024 parla di portate per questo periodo pari a 1100 m³/s: il risultato di questa ridottissima portata è la risalita del cuneo salino – ovvero dell’acqua salata dal mare – per 25 km dalla foce. Un evento di risalita del cuneo salino così importante produrrà danni agli ecosistemi e all’agricoltura, quest’ultima già sotto pressione a causa delle alte temperature. Ma non solo il Po è in sofferenza: anche molti dei suoi affluenti hanno portate esternamente ridotte, tanto che la Regione Emilia-Romagna già da fine giugno si è attivata con un determina per regolare i prelievi idrici da acque superficiali.
A cura di Francesca Giordano
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