Zerocalcare e Due Spicci di certezza. Di Dorotj Biancanelli, Roma

 


Capita spesso che storie e autori, quasi senza accorgersene, finiscano per raccontare un'epoca. Questo è quello che è riuscito a fare Michele Rech, fumettista, autore e sceneggiatore italiano, in arte Zerocalcare. La sua forza viene misurata nei numeri delle classifiche, nel numero delle copie vendute e nei follower accumulati man mano che il tempo scorre. Ma la sua energia, quella vera, si misura in quella rara capacità di riuscire ad entrare nella vita delle persone scardinando le serrature d’accesso anche laddove la chiave risulti ben conservata negli incastri dell’anima. L’inconsueta abilità risiede nel saper trasformare esperienze personali in un grande patrimonio comune restituendo forma alle emozioni che spesso creano disordine al loro interno e che impediscono di trovare l’accesso alle parole adeguate per essere raccontate.

Esistono infatti emozioni che seppure non vengano negate, risultano smarrite perché restano intrappolate in una stanza talmente colma di paure, delusioni e abitudini da rendere impossibile perfino trovare la porta d'ingresso. E proprio quella chiave giace da qualche parte, nascosta sotto anni di silenzi e difese costruite per necessità. E quando un lettore o uno spettatore si accorge di non essere poi così solo davanti alle proprie fragilità vive un’esperienza profonda di riconoscimento e quasi di sollievo.

È esattamente questa la sensazione che mi ha accompagnata durante la visione di Due Spicci.

La serie animata di Zerocalcare ha un ritmo narrativo unico nel suo genere in quanto unisce quella capacità di osservazione autentica ad un linguaggio immediato e diretto. In questa potente struttura emotiva scorre qualcosa di molto profondo: la storia di persone che cercano un posto nel mondo senza avere una mappa o una bussola per orientarsi e che avanzano tra dubbi e incertezze tentando di ricostruire un equilibrio mentre attorno a loro cambiano continuamente le regole del gioco. Il racconto scivola tra le pieghe complicate di una generazione che ha imparato a convivere con l'instabilità economica e affettiva ma sostanzialmente anche esistenziale e che, nonostante tutto, continua ostinatamente a mettere un piede avanti all’altro.

Forse il titolo stesso, Due Spicci, merita una riflessione che va oltre il significato ritenuto più scontato. Forse non rappresenta soltanto una sorta di tassello di riferimento economico, sembra essere più la fotografia simbolica di una generazione che si è ritrovata con due spicci di certezze e prospettive rispetto a quelle che aveva immaginato. Una generazione testimone dello sgretolamento di molte delle promesse sulle quali era stata educata a costruire il proprio futuro e che si è trovata costretta a reinventare continuamente il significato stesso della parola stabilità. La cosa più coraggiosa risiede nell’ostinazione di cercare relazioni autentiche coltivando l’amore e le amicizie mentre non smette di sperare che esista ancora qualcosa per cui valga la pena restare umani.

È forse proprio qui che si trova il segreto più profondo del lavoro di Zerocalcare. Non vuole fotografare il presente sfoggiando la notorietà conquistata nel corso degli anni, così come non ha mai cercato di diventare il maestro di qualcuno. Non gli interessa spiegare al mondo quali siano le cosiddette verità definitive della vita perché è rimasto dov'era: tra i propri dubbi e le proprie contraddizioni che normalmente ciascuno di noi cerca di nascondere. E proprio per questo milioni di persone si riconoscono in lui. Perché nelle sue storie non c’è il supereroe e nessun individuo eccezionale, ma ci sono solo persone che vivono con la costante paura di non essere all’altezza della loro esistenza e che subiscono il peso delle aspettative divise tra il senso di colpa e la delusione.

Viviamo nell’era che premia la perfezione, l’apparire sovrasta l’essere dunque, bisogna apparire forti ed efficienti, dei vincenti per farla breve, sempre pronti a dimostrare qualcosa.  Zerocalcare compie invece il gesto che potremmo definire rivoluzionario perché restituisce la dignità all'incertezza. Ci ricorda che sentirsi persi non significa necessariamente aver smarrito la strada, che avere paura non rappresenta una colpa e che le crepe che tentiamo disperatamente di nascondere sono spesso le stesse che ci permettono di riconoscerci gli uni negli altri.

C'è inoltre un aspetto che rende Due Spicci particolarmente vicino alla vita reale: l'assenza di un vero lieto fine. Non perché nelle storie di Zerocalcare manchi la speranza, ma perché manca l'illusione che ogni ferita possa essere guarita e che ogni conflitto trovi necessariamente una soluzione definitiva. I suoi personaggi continuano a vivere dentro le proprie contraddizioni. Continuano a sbagliare, a cercare un equilibrio e a fare i conti con ciò che sono stati e con ciò che vorrebbero diventare.

È ciò che accade a Cinghiale, a Sara, a Secco. Ecco perché nessuno di loro viene trasformato in un eroe e nessuno di loro riceve una sorta di premio finale capace di sistemare tutto. Restano persone reali, imperfette e in cammino. Le loro vite non si chiudono, proseguono. E forse è proprio questa incompletezza a renderle così credibili.

Emblematica, in questo senso, è la riflessione che emerge nel finale attraverso Cinghiale. Per anni vive nella convinzione che certe persone tornino a cercarlo soltanto per le questioni economiche irrisolte. Poi arriva una riflessione capace di ribaltare completamente la prospettiva: gli viene ricordato che ciò che teme potrebbe essere molto peggiore di come lo immagina e che vivere nell'attesa di una catastrofe spesso porta a dimenticare ciò che nel presente continua a funzionare. Non si tratta di fingere che i problemi non esistano, ma di riconoscere che gran parte della sofferenza nasce dall'abitudine di vivere costantemente proiettati verso il peggio.

È una lezione semplice ma profonda: l'incertezza fa parte della vita e nessuno può eliminarla del tutto. Tentare di anticipare ogni possibile disgrazia non ci protegge dal dolore. Spesso ci impedisce soltanto di vivere serenamente il tempo che abbiamo davanti.

Tra i protagonisti più riusciti della serie, non può che spiccare fin dalle prime battute, l'Armadillo. Con la voce ineguagliabile di Valerio Mastandrea è la figura ormai iconica dell'universo narrativo di Zerocalcare. Svolge una funzione quasi terapeutica per lo spettatore. Dà forma a pensieri che normalmente restano invisibili. Molte persone, guardandolo, si riconoscono in quel flusso continuo di pensieri disarmanti che accompagna ogni scelta quotidiana. È la voce che dubita, anticipa i problemi, amplifica le paure e mette continuamente in discussione ogni decisione. 

Esiste però un altro aspetto della sua opera che negli anni è stato frequentemente oggetto di discussioni, polemiche e critiche: il linguaggio tra le parolacce e il dialetto romanesco con le sue espressioni popolari. Quel modo diretto, istintivo e apparentemente ruvido di raccontare la realtà. C'è chi vi legge addirittura un impoverimento culturale. Eppure, osservando attentamente il modo in cui queste parole vengono utilizzate, viene spontaneo chiedersi se stiamo guardando il fenomeno dalla giusta prospettiva.

Le parolacce di Zerocalcare non sono quasi mai parole di potere perché l’utilizzo che ne fa non serve né a schiacciare qualcuno, né a umiliare. Quelle strane parole non servono nemmeno a costruire una posizione di superiorità. Servono piuttosto a dare una maggiore profondità e uno spessore più ampio alle emozioni come, ad esempio, per sottolineare il disagio, o così come per dare voce a una fragilità. Nei suoi dialoghi, infatti, la parolaccia non arriva quasi mai alla fine dell'emozione: è il modo in cui un sentimento ancora informe si presenta al mondo. È il primo linguaggio della rabbia, della paura, e talvolta dell'affetto.

Certe emozioni arrivano già vestite di grammatica mentre altre arrivano scalze. Quel dolore arriva scalzo, la paura arriva scalza, la disperazione arriva scalza. Quando una madre è terrorizzata per un figlio, quando qualcuno riceve una notizia devastante o quando una rabbia autentica travolge ogni tentativo di controllo, raramente le persone parlano come se fossero ad un evento letterario. La stessa cosa accade quando capita di esprimere a parole ciò che si sente, lo sguardo si intensifica e il linguaggio scivola nel dialetto che colora fugacemente qualche parola. In quei momenti emerge qualcosa di più primitivo, più sincero e forse più vero. Da questo punto di vista la parolaccia potrebbe essere letta non come una ricerca della volgarità, ma come il tentativo di non filtrare l'emozione.

Da romana questa riflessione assume per me un significato ancora più particolare. Roma, soprattutto quella popolare, non ha mai utilizzato la parolaccia soltanto come insulto. La utilizza per ridere, per piangere, così come per raccontare la rabbia e perfino per creare complicità. Chi conosce davvero questa città sa che la stessa parola può cambiare significato dieci volte a seconda del tono con cui viene pronunciata. Può diventare una carezza o una protesta. Per questo motivo non riesco a leggere il linguaggio di Zerocalcare come un semplice esercizio stilistico perché lo vedo come parte integrante di una cultura emotiva che appartiene profondamente a Roma e che riesce a trasformare anche le espressioni più ruvide in strumenti di verità.

Forse è per questo che il dibattito sulle parolacce rischia talvolta di fermarsi alla superficie. Le parole educate spiegano. Le parole sporche, a volte, sanguinano.

Zerocalcare utilizza un linguaggio accessibile e profondamente umano, quasi come se l'autore si sedesse accanto al lettore e gli dicesse: non sono qui per farti una lezione, sto semplicemente condividendo con te qualcosa che conosco perché ci sono passato anch'io. È proprio questa vicinanza a rendere la sua voce così potente.

Le sue storie d’altronde incontrano milioni di persone. Non sopra un piedistallo, ma accanto. È in questa vicinanza, discreta e ostinata, che risiede la forza più rara: quella di far sentire compresi senza mai pretendere di spiegare tutto.

Zerocalcare sembra proprio riuscire a raggiungere la più alta forma di empatia che un autore possa offrire.

Dorotj Biancanelli

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