Capita spesso
che storie e autori, quasi senza accorgersene, finiscano per raccontare
un'epoca. Questo è quello che è riuscito a fare Michele Rech, fumettista, autore e sceneggiatore italiano, in arte Zerocalcare. La sua forza viene
misurata nei numeri delle classifiche, nel numero delle copie vendute e nei
follower accumulati man mano che il tempo scorre. Ma la sua energia, quella
vera, si misura in quella rara capacità di riuscire ad entrare nella vita delle
persone scardinando le serrature d’accesso anche laddove la chiave risulti ben
conservata negli incastri dell’anima. L’inconsueta abilità risiede nel
saper trasformare esperienze personali in un grande patrimonio comune
restituendo forma alle emozioni che spesso creano disordine al loro interno e
che impediscono di trovare l’accesso alle parole adeguate per essere raccontate.
Esistono infatti emozioni che seppure non
vengano negate, risultano smarrite perché restano intrappolate in una stanza
talmente colma di paure, delusioni e abitudini da rendere impossibile perfino
trovare la porta d'ingresso. E proprio quella chiave giace da qualche parte,
nascosta sotto anni di silenzi e difese costruite per necessità. E quando un lettore o uno spettatore si accorge di non essere poi così solo
davanti alle proprie fragilità vive un’esperienza profonda di riconoscimento e
quasi di sollievo.
È esattamente
questa la sensazione che mi ha accompagnata durante la visione di Due Spicci.
La serie
animata di Zerocalcare ha un ritmo narrativo unico nel suo genere in quanto unisce
quella capacità di osservazione autentica ad un linguaggio immediato e diretto.
In questa potente struttura emotiva scorre qualcosa di molto profondo: la
storia di persone che cercano un posto nel mondo senza avere una mappa o una
bussola per orientarsi e che avanzano tra dubbi e incertezze tentando di ricostruire
un equilibrio mentre attorno a loro cambiano continuamente le regole del gioco.
Il racconto scivola tra le pieghe complicate di una generazione che ha imparato
a convivere con l'instabilità economica e affettiva ma sostanzialmente anche esistenziale
e che, nonostante tutto, continua ostinatamente a mettere un piede avanti
all’altro.
Forse il
titolo stesso, Due Spicci, merita una riflessione che va oltre il
significato ritenuto più scontato. Forse non rappresenta soltanto una sorta di tassello
di riferimento economico, sembra essere più la fotografia simbolica di una
generazione che si è ritrovata con due spicci di certezze e prospettive
rispetto a quelle che aveva immaginato. Una generazione testimone dello
sgretolamento di molte delle promesse sulle quali era stata educata a costruire
il proprio futuro e che si è trovata costretta a reinventare continuamente il
significato stesso della parola stabilità. La cosa più coraggiosa risiede
nell’ostinazione di cercare relazioni autentiche coltivando l’amore e le amicizie
mentre non smette di sperare che esista ancora qualcosa per cui valga la pena
restare umani.
È forse
proprio qui che si trova il segreto più profondo del lavoro di Zerocalcare. Non
vuole fotografare il presente sfoggiando la notorietà conquistata nel corso
degli anni, così come non ha mai cercato di diventare il maestro di qualcuno. Non
gli interessa spiegare al mondo quali siano le cosiddette verità definitive
della vita perché è rimasto dov'era: tra i propri dubbi e le proprie
contraddizioni che normalmente ciascuno di noi cerca di nascondere. E proprio
per questo milioni di persone si riconoscono in lui. Perché nelle sue storie
non c’è il supereroe e nessun individuo eccezionale, ma ci sono solo persone
che vivono con la costante paura di non essere all’altezza della loro esistenza
e che subiscono il peso delle aspettative divise tra il senso di colpa e la
delusione.
Viviamo nell’era
che premia la perfezione, l’apparire sovrasta l’essere dunque, bisogna apparire
forti ed efficienti, dei vincenti per farla breve, sempre pronti a dimostrare
qualcosa. Zerocalcare compie invece il
gesto che potremmo definire rivoluzionario perché restituisce la dignità
all'incertezza. Ci ricorda che sentirsi persi non significa necessariamente
aver smarrito la strada, che avere paura non rappresenta una colpa e che le
crepe che tentiamo disperatamente di nascondere sono spesso le stesse che ci
permettono di riconoscerci gli uni negli altri.
C'è inoltre un
aspetto che rende Due Spicci particolarmente vicino alla vita reale: l'assenza
di un vero lieto fine. Non perché nelle storie di Zerocalcare manchi la
speranza, ma perché manca l'illusione che ogni ferita possa essere guarita e
che ogni conflitto trovi necessariamente una soluzione definitiva. I suoi
personaggi continuano a vivere dentro le proprie contraddizioni. Continuano a sbagliare, a cercare un equilibrio e a fare i conti con ciò
che sono stati e con ciò che vorrebbero diventare.
È ciò che
accade a Cinghiale, a Sara, a Secco. Ecco perché nessuno di loro viene
trasformato in un eroe e nessuno di loro riceve una sorta di premio finale
capace di sistemare tutto. Restano persone reali, imperfette e in cammino. Le
loro vite non si chiudono, proseguono. E forse è proprio questa incompletezza a
renderle così credibili.
Emblematica, in questo senso,
è la riflessione che emerge nel finale attraverso Cinghiale. Per anni vive
nella convinzione che certe persone tornino a cercarlo soltanto per le
questioni economiche irrisolte. Poi arriva una riflessione capace di ribaltare
completamente la prospettiva: gli viene ricordato che ciò che teme potrebbe
essere molto peggiore di come lo immagina e che vivere nell'attesa di una
catastrofe spesso porta a dimenticare ciò che nel presente continua a
funzionare. Non si tratta di fingere che i problemi non esistano, ma di
riconoscere che gran parte della sofferenza nasce dall'abitudine di vivere
costantemente proiettati verso il peggio.
È una lezione semplice ma profonda: l'incertezza fa parte della vita e nessuno può eliminarla del tutto. Tentare di anticipare ogni possibile disgrazia non ci protegge dal dolore. Spesso ci impedisce soltanto di vivere serenamente il tempo che abbiamo davanti.
Tra i protagonisti più riusciti della serie, non può che spiccare fin dalle prime battute, l'Armadillo. Con la voce ineguagliabile di Valerio Mastandrea è la figura ormai iconica dell'universo narrativo di Zerocalcare. Svolge una funzione quasi terapeutica per lo spettatore. Dà forma a pensieri che normalmente restano invisibili. Molte persone, guardandolo, si riconoscono in quel flusso continuo di pensieri disarmanti che accompagna ogni scelta quotidiana. È la voce che dubita, anticipa i problemi, amplifica le paure e mette continuamente in discussione ogni decisione.
Esiste però un
altro aspetto della sua opera che negli anni è stato frequentemente oggetto di
discussioni, polemiche e critiche: il linguaggio tra le parolacce e il dialetto
romanesco con le sue espressioni popolari. Quel modo diretto, istintivo e
apparentemente ruvido di raccontare la realtà. C'è chi vi legge addirittura un
impoverimento culturale. Eppure, osservando attentamente il modo in cui queste
parole vengono utilizzate, viene spontaneo chiedersi se stiamo guardando il
fenomeno dalla giusta prospettiva.
Le parolacce
di Zerocalcare non sono quasi mai parole di potere perché l’utilizzo che ne fa
non serve né a schiacciare qualcuno, né a umiliare. Quelle strane parole
non servono nemmeno a costruire una posizione di superiorità. Servono piuttosto
a dare una maggiore profondità e uno spessore più ampio alle emozioni come, ad
esempio, per sottolineare il disagio, o così come per dare voce a una
fragilità. Nei
suoi dialoghi, infatti, la parolaccia non arriva quasi mai alla fine
dell'emozione: è il modo in cui un sentimento ancora informe si presenta al
mondo. È il primo linguaggio della rabbia, della
paura, e talvolta dell'affetto.
Certe emozioni
arrivano già vestite di grammatica mentre altre arrivano scalze. Quel dolore
arriva scalzo, la paura arriva scalza, la disperazione arriva scalza. Quando
una madre è terrorizzata per un figlio, quando qualcuno riceve una notizia
devastante o quando una rabbia autentica travolge ogni tentativo di controllo,
raramente le persone parlano come se fossero ad un evento letterario. La stessa
cosa accade quando capita di esprimere a parole ciò che si sente, lo sguardo si
intensifica e il linguaggio scivola nel dialetto che colora fugacemente qualche
parola. In quei momenti emerge qualcosa di più primitivo, più sincero e forse
più vero. Da questo punto di vista la parolaccia potrebbe essere letta non
come una ricerca della volgarità, ma come il tentativo di non filtrare
l'emozione.
Da romana
questa riflessione assume per me un significato ancora più particolare. Roma,
soprattutto quella popolare, non ha mai utilizzato la parolaccia soltanto come
insulto. La utilizza per ridere, per piangere, così come per raccontare la
rabbia e perfino per creare complicità. Chi conosce davvero questa città sa che
la stessa parola può cambiare significato dieci volte a seconda del tono con
cui viene pronunciata. Può diventare una carezza o una protesta. Per questo
motivo non riesco a leggere il linguaggio di Zerocalcare come un semplice
esercizio stilistico perché lo vedo come parte integrante di una cultura
emotiva che appartiene profondamente a Roma e che riesce a trasformare anche le
espressioni più ruvide in strumenti di verità.
Forse è per
questo che il dibattito sulle parolacce rischia talvolta di fermarsi alla
superficie. Le parole educate spiegano. Le parole sporche, a volte, sanguinano.
Zerocalcare
utilizza un linguaggio accessibile e profondamente umano, quasi come se
l'autore si sedesse accanto al lettore e gli dicesse: non sono qui per farti
una lezione, sto semplicemente condividendo con te qualcosa che conosco perché
ci sono passato anch'io. È proprio questa vicinanza a rendere la sua voce così
potente.
Le sue storie d’altronde
incontrano milioni di persone. Non sopra un piedistallo, ma accanto. È in questa
vicinanza, discreta e ostinata, che risiede la forza più rara: quella di far
sentire compresi senza mai pretendere di spiegare tutto.
Zerocalcare sembra proprio riuscire a raggiungere la più alta forma di empatia che un autore possa offrire.
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