"PERDERSI" è un componimento di rara potenza visiva e psicologica, che fotografa l'istante preciso in cui il dolore cessa di essere un grido e diventa uno stato d'animo assoluto: il vuoto. L'autore ci conduce

PERDERSI
Si inginocchia sul nulla,
come chi chiede perdono parlando al vento.
I capelli le scendono sul viso,
veli neri che non nascondono niente.
La pelle sulle spalle... nuda
mentre il cuore si nasconde.
Le unghie affondano nella carne,
dita come radici spettrali.
Il vestito e la pelle si confondono,
una donna senza confini.
Non regala nessuna promessa,
solo grigio silenzio.
È sogno sfumato, una bellezza greve
nella distruzione, né lieta né tragica,
solo il peso di ciò che resta
quando tutto si sgretola.
Rimango a guardare,
imparo a non fare rumore,
perché il suo mondo
non fa e non sarà più parte del mio...
La dissoluzione del Sé: La figura femminile descritta attraversa una vera e propria metamorfosi nichilista. Non ci sono più barriere tra l'interno e l'esterno ("Il vestito e la pelle si confondono"), i confini identitari svaniscono e la donna diventa un tutt'uno con il proprio sgretolamento.
La materialità del dolore: Il testo gioca magnificamente sul contrasto tra l'intangibile e il fisico. Se da un lato c'è il "nulla" e il "vento", dall'altro la sofferenza si fa violentemente carnale ("Le unghie affondano nella carne / dita come radici spettrali"), come a cercare un punto di ancoraggio in una realtà che sta scomparendo.
L'estetica della fine: La bellezza non viene negata, ma ridefinita. È una "bellezza greve nella distruzione", che rifiuta la retorica del tragico a tutti i costi. Non c'è dramma urlato, c'è solo il "grigio silenzio" di ciò che rimane dopo il crollo.
Il finale segna un cambio di prospettiva fondamentale. L'ingresso del sé lirico ("Rimango a guardare") non è un tentativo di salvataggio, bensì un atto di rispetto e rassegnazione.
L'osservatore capisce che l'empatia ha un limite invalicabile: ci sono abissi così personali in cui non si può entrare. "Imparo a non fare rumore" diventa una lezione di pudore davanti al dolore altrui, la dolorosa consapevolezza di una separazione ormai netta e irreversibile ("il suo mondo non fa e non sarà più parte del mio...").
PERDERSI è una poesia densa, che riesce a dare una forma e un corpo all'astrazione dell'abbandono. Un testo malinconico ma lucido, che cattura perfettamente il peso specifico della fine.
all'interno di un'oscurità che non fa rumore, ma che schiaccia con il peso della sua immobilità.

PERDERSI
Si inginocchia sul nulla,
come chi chiede perdono parlando al vento.
I capelli le scendono sul viso,
veli neri che non nascondono niente.
La pelle sulle spalle... nuda
mentre il cuore si nasconde.
Le unghie affondano nella carne,
dita come radici spettrali.
Il vestito e la pelle si confondono,
una donna senza confini.
Non regala nessuna promessa,
solo grigio silenzio.
È sogno sfumato, una bellezza greve
nella distruzione, né lieta né tragica,
solo il peso di ciò che resta
quando tutto si sgretola.
Rimango a guardare,
imparo a non fare rumore,
perché il suo mondo
non fa e non sarà più parte del mio...
La dissoluzione del Sé: La figura femminile descritta attraversa una vera e propria metamorfosi nichilista. Non ci sono più barriere tra l'interno e l'esterno ("Il vestito e la pelle si confondono"), i confini identitari svaniscono e la donna diventa un tutt'uno con il proprio sgretolamento.
La materialità del dolore: Il testo gioca magnificamente sul contrasto tra l'intangibile e il fisico. Se da un lato c'è il "nulla" e il "vento", dall'altro la sofferenza si fa violentemente carnale ("Le unghie affondano nella carne / dita come radici spettrali"), come a cercare un punto di ancoraggio in una realtà che sta scomparendo.
L'estetica della fine: La bellezza non viene negata, ma ridefinita. È una "bellezza greve nella distruzione", che rifiuta la retorica del tragico a tutti i costi. Non c'è dramma urlato, c'è solo il "grigio silenzio" di ciò che rimane dopo il crollo.
Il finale segna un cambio di prospettiva fondamentale. L'ingresso del sé lirico ("Rimango a guardare") non è un tentativo di salvataggio, bensì un atto di rispetto e rassegnazione.
L'osservatore capisce che l'empatia ha un limite invalicabile: ci sono abissi così personali in cui non si può entrare. "Imparo a non fare rumore" diventa una lezione di pudore davanti al dolore altrui, la dolorosa consapevolezza di una separazione ormai netta e irreversibile ("il suo mondo non fa e non sarà più parte del mio...").
PERDERSI è una poesia densa, che riesce a dare una forma e un corpo all'astrazione dell'abbandono. Un testo malinconico ma lucido, che cattura perfettamente il peso specifico della fine.
Invito alla lettura:https://italianewspost.com/
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