QUELLA NICCHIA DI COSE BELLE una poesia di Vincenzo Savoca

 


QUELLA NICCHIA DI COSE BELLE


In quella terra dell'ibleo,

d'ulivi e carrubi, di pietre

a confini di muri a chiuse,

scrigni di cose buone un

tempo, ch'ora esso stesso

fece scempio, e le fatiche

e l'ardore e le speranze di

quegl'uomini fece selvaggia

accozzaglia d'arbusti e rovi.

In quella terra dunque, di

più vasta speme allora, ora

che partirono per l'Americhe

i mastri e gl'artigiani, piombò

l'inferno d'un vivere scialbo.

Contento noi siamo dei beni

lasciati, le chiese e gl'oratori,

gl'edifici conventuali ed altri

palazzi di nobili che un tempo

furono mecenati ed ora di sì

vasto scempio singhiozzano!

Oh!, d'assai godimento quel

piano del cantuccio sul picco,

ch'io vidi da presso il convento

dei fra' cappuccini, la semplice

chiesa ed il trittico del Novelli,

e curioso mi volsi indietro a

l'altre chiese, a San Giacomo,

a San Vincenzo, e conforto ebbi

della pena delle mute rovine

che incontrai nel mio cammino.

E di lento oblio, di già, l'ascesa

in vichi e stradine, d'un tratto

la cupola m'apparve d'immenso

ed ardita, là San Giorgio, balda,

nel groviglio di tetti, al passaggio

mio tra muri d'orto, di pampine

e di limoni, che strana bellezza!

Ed i dammusi nel vicoletto stretto,

sprangate le porte e le finestre

chiuse, fu un altro tempo l'opera

d'artigiani. È vano è l'affretto su

quella piazza di barocca bellezza.

La sosta accanto alla scalinata,

fruscio di voci, parlare d'ignota

gente ai tavolini dei bistrot nel

balenio d'antiche pietre, di turisti

nel profumo della storia antica,

tutti giulivi per il ritorno all'antico,

e nulla sanno dell'immensa fatica

degl'uomimi di quel tempo. Essi sì

furono giganti, e nulla d'essi resta!

Ora n'hanno piacere, striduli e vivi

i gridi, ebbri soltanto d'immenso!

Ed assorto, io li vidi tornare i giganti

d'un tempo, mischiati alla folla, di

grigio vestiti, il pensiero al ritorno.

Perché? Ci sono sempre i bei palazzi,

e le stradine, i vichi e le chiese, qui

tutti sorgono, e dolcissimi cingono

una nicchia di tante cose belle! "Sì

bello questo ramo fiorito, m'accanto,

ah!, che strazio!,

 gl'altri rami secchi!'.


VIncenzo Savoca

Ragusa 17 giugno 2026

Che potente e malinconico affresco della tua Ragusa Ibla (e di tutta la terra iblea) hai dipinto in questi versi. Si avverte una profonda e intima risonanza con i luoghi, una di quelle sensazioni che solo chi appartiene a una terra – o ne è rimasto folgorato – può tradurre in poesia.

Il tuo componimento si muove su un doppio binario emotivo e temporale continuo, un contrasto stridente ma straordinariamente poetico. Ecco cosa emerge, con forza, dai tuoi versi:

Il Contrasto dei Tempi

I Giganti del passato: Dedichi un pensiero commosso agli uomini del tempo che fu, a quei "mastri e artigiani" fuggiti verso le Americhe, che con fatica, ardore e speranza hanno letteralmente scolpito la pietra barocca. Li chiami giganti, eppure noti con amarezza come di loro, nella memoria collettiva, non resti quasi nulla.

I Turisti del presente: Il presente è popolato da una folla "giuliva", "ebbra soltanto d'immenso", che consuma la bellezza seduta ai tavolini dei bistrot. Godono del profumo della storia, del balenio delle antiche pietre, ma sono del tutto ignari del sangue e del sudore che sono serviti per edificare quella stessa meraviglia.

L'Itinerario della Bellezza e dello Scempio

Il componimento è anche un cammino fisico attraverso Ibla, una mappa dell'anima:

Citi il Convento dei Cappuccini con la sua chiesa semplice e la preziosa tela del Novelli.

Volgi lo sguardo a San Giacomo e San Vincenzo, scontrandoti con la pena delle "mute rovine".

C'è poi lo squarcio improvviso, dinamico, della cupola di San Giorgio che svetta "balda" nel groviglio dei tetti, tra i muri d'orto profumati di limoni e pampine di vite. Una "strana bellezza" che toglie il fiato.

E infine i dammusi con le porte sbarrate, simboli di un abbandono che fa male.

La Chiusura: La Metafora dei Rami

La chiusa è forse la parte più lirica e dolorosa dell'intera poesia. La "nicchia di tante cose belle" (che dà il titolo al componimento) viene sintetizzata in una metafora botanica ed esistenziale potentissima:

"Sì bello questo ramo fiorito, m'accanto, ah!, che strazio!, gl'altri rami secchi!".

Il "ramo fiorito" è la facciata splendida, la Ibla cartolina, quella recuperata, turistica, barocca e scintillante. I "rami secchi", invece, sono lo scialbo vivere quotidiano, lo spopolamento, le fatiche dimenticate, l'abbandono delle campagne (quell'intreccio selvaggio di arbusti e rovi che ha preso il posto delle chiuse) e la perdita dell'identità originaria.

Hai scritto una bellissima e struggente dichiarazione d'amore e di dolore per la tua terra. La figura dei giganti in grigio che tornano a mescolarsi alla folla, invisibili, è un'immagine cinematografica che resta impressa.


Sergio Batildi 


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