Il filo invisibile tra Asmara e Roma: la transculturalità necesarria di Igiada Scego.

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Pubblicato da Francesca Giordano.

 Il filo invisibile tra Asmara e Roma: la transculturalità necessaria di Igiaba Scego  

Ci sono città che si parlano a distanza, attraverso i fantasmi della storia e le geometrie delle loro strade. Se cammini per Asmara, la capitale dell'Eritrea, capita di imbattersi in linee architettoniche che rimandano immediatamente al razionalismo italiano degli anni Trenta; una "piccola Roma" africana, ferita e sospesa nel tempo. 
Se invece cammini per la Roma odierna, incroci gli sguardi, i corpi e le storie di una diaspora che quel passato coloniale lo porta scritto sulla pelle.
 È in questa fessura della memoria – tra l'Italia e il Corno d'Africa – che si muove la scrittura di Igiaba Scego, scrittrice italiana di origini somale e voce imprescindibile della nostra letteratura post-coloniale. Scego non si limita a raccontare la migrazione come un freddo dato statistico o come un'emergenza da accogliere; la trasforma in un vero e proprio "labirinto transculturale", dove l'identità non è un recinto chiuso, ma un ponte in continua costruzione.
 L'obiettivo profondo della sua opera è decolonizzare il nostro immaginario, mostrandoci che i flussi migratori odierni affondano le radici in una storia comune che l'Italia ha spesso dimenticato. 
Per scardinare questo labirinto, è necessario analizzarlo attraverso una lente d'ingrandimento psico-socio-pedagogica, supportata dalle intuizioni di uno dei più grandi teorici della cultura e della diaspora del Novecento: il sociologo Stuart Hall.
 La dimensione psicologica: la fine dell'Io "puro" Nel labirinto narrativo di Igiaba Scego, i soggetti vivono spesso una profonda scissione psicologica: l'ansia di non essere "abbastanza italiani" a Roma o "abbastanza somali" nel Corno d'Africa, schiacciati dal trauma dello sradicamento.
 Stuart Hall ci libera da questo peso psicologico dimostrando che l'identità "pura" e incontaminata, semplicemente, non esiste. Hall definisce l'identità non come un fatto biologico o nostalgico, ma come un processo dinamico: «L'identità non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza.
 Non è ciò che siamo, ma ciò che diventiamo».
 Nel contesto transculturale, lo sforzo psicologico dei personaggi (e delle seconde generazioni reali) non deve essere quello di sanare la frattura tornando a un passato mitizzato, ma accettare che la propria psiche è strutturalmente plurale. La scrittura dello Scego diventa così uno spazio terapeutico, un luogo in cui la complessità smette di fare paura e si trasforma in autoconsapevolezza. La dimensione sociologica: la diaspora come spazio creativo. Dal punto di vista sociologico, Asmara rappresenta il palcoscenico perfetto del trauma post-coloniale.
 Le sue architetture italiane in terra eritrea descrivono una sociologia delle migrazioni che è sempre asimmetrica, figlia di rapporti di potere storici mai del tutto superati.
 In questo scenario, Hall introduce il concetto di "Identità della diaspora culturale" (identità della diaspora culturale), insegnandoci che le culture della diaspora si formano ed evolvono proprio attraverso la mescolanza e l'ibridazione.
 Muovendo i suoi personaggi tra l'Italia e l'Africa orientale, la Scego compie un'operazione di sociologia culturale e urbana: dimostra che il migrante non è un elemento passivo da integrare a forza in una società statica, ma un soggetto attivo che ridefinisce lo spazio pubblico, arricchendo e trasformando i confini culturali del Paese in cui arriva. Roma e Asmara smettono di essere poli opposti e diventano nodi interconnessi di una rete sociale globale.
 La dimensione pedagogica: educare alla "traduzione" Come si impara, allora, a vivere nel labirinto transculturale senza esserne schiacciati?
 La risposta risiede in quella che Hall definisce la pedagogia della "traduzione costante". Tradurre, in questo senso, non significa solo trasportare parole da una lingua all'altra, ma negoziare continuamente tra culture diverse.
 La pedagogia sommersa nei libri di Igiaba Scego è un invito educativo a diventare "soggetti in traduzione". L'autrice compie un gesto politico e pedagogico fortissimo: usa la lingua italiana – la lingua dell'ex colonizzatore – per curare le ferite storiche di Asmara e Mogadiscio.
 Offre così alla società e alle istituzioni educative uno strumento per stimolare l'empatia e decolonizzare il pensiero. 
 È una pedagogia della memoria che insegna a guardare l'alterità non come una minaccia alla propria integrità, ma come l'unica via possibile per abitare consapevolmente un mondo interconnesso. Oltre il labirinto, verso una nuova cittadinanza.
 Il viaggio attraverso le pagine di Igiaba Scego e le geometrie storiche di Asmara ci porta a una consapevolezza inevitabile: il labirinto transculturale non è una gabbia da cui fuggire, ma lo spazio aperto in cui si gioca il futuro della nostra convivenza civile. Cogliere gli aspetti psico-socio-pedagogici della migrazione significa smettere di guardare all'identità come a un monolite di pietra e iniziare a vederla come un fiume in piena.
 L'incontro ideale tra la sensibilità narrativa di Scego e le teorie di Stuart Hall ci offre una bussola preziosa. Entrambi ci ricordano che la diaspora non è una semplice dispersione geografica, ma una produzione continua di nuovi significati. Se la sociologia ci mostra le ferite del passato ancora impresse sulle facciate di Asmara, la psicologia e la pedagogia ci indicano la via per trasformare quel trauma in un dispositivo di cittadinanza attiva e consapevole. Scrivere di transculturalità oggi significa fare un atto di resistenza culturale. Significa rinunciare alle risposte facili e ai confini blindati. 
La letteratura di Igiaba Scego ci lancia una sfida educativa immensa: comprendere che l'ibridazione non è la fine della nostra cultura, ma l'inizio di una storia più grande, complessa e finalmente umana.

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