Quell’estate dell’82”: il viaggio emotivo di Emanuele Maria Latorre dentro il calcio e i ricordi di un’Italia che sapeva ancora sentirsi unita. Di Dorotj Biancanelli, Roma
In un’epoca in cui tutto
procede a ritmi elevati, dove perfino le emozioni sembrano consumarsi nel tempo
di una storia caricata sui social, esistono ancora importanti realtà che
cercano di restituire valore alla profondità per mezzo della riflessione e soprattutto
del pensiero, sorgente di coscienza e abilità ed espressione di libertà
intellettuale.
È da questa esigenza che
nasce “Divulgazione Libera”, un progetto culturale indipendente che
sceglie deliberatamente di sottrarsi al rumore contemporaneo per dare spazio a
contenuti capaci di lasciare una traccia autentica, senza assecondare il
desiderio di una visibilità immediata e senza dover rincorrere ad ogni costo
l’attenzione del pubblico. Non una semplice vetrina editoriale quindi, ma uno
spazio in cui libri, idee e racconti possano ancora creare un legame reale con
le persone.
Dietro questa visione c’è
anche la sensibilità di Emanuele Maria Latorre, autore capace di dare
voce ai ricordi e raccontare emozioni, restituendo il volto umano dell’Italia
attraverso una narrazione autentica, emotiva e profondamente sociale.
Laureato in Astronomia presso
l’Università di Bologna, lavora nel settore della validazione dei sistemi
computerizzati in ambito farmaceutico. Latorre appartiene a quella
categoria sempre più rara di autori che non scrivono per inseguire una
tendenza, ma per custodire realtà che meritano di essere ricordate.
Dopo “Io amo questo Paese,
storie drammatiche di un popolo comunque straordinario”, torna ora
con “Quell’estate dell’82, il mondiale di una generazione d’antologia”,
un libro che utilizza la storia sportiva come punto di partenza per raccontare
molto altro.
Perché il Mondiale del
1982, nelle pagine di Latorre, è il ritratto di un’Italia che resta sospesa tra
paura e speranza, tra gli ultimi strascichi degli anni di piombo e il bisogno
quasi disperato di tornare a sentirsi parte di una comunità. Dentro il libro emergono
vividi ricordi che appartengono all’immaginario collettivo di milioni di
italiani: i bar pieni davanti ai televisori, le famiglie riunite nei salotti,
le urla nelle strade e quei bambini che sognavano di essere Paolo Rossi o
Tardelli. Ma soprattutto emerge un Paese che, almeno per un certo periodo,
riuscì davvero a riconoscersi negli stessi volti e dentro quelle stesse emozioni.
Arricchito dalla prefazione,
di Michele Plastino, giornalista e volto storico del giornalismo
sportivo e, dalla postfazione di Jacopo Volpi, giornalista e dirigente
Rai, “Quell’estate dell’82” diventa un autentico viaggio culturale,
umano e generazionale dentro un’Italia che oggi appare lontanissima, ma che
continua ancora a toccare corde profonde dentro ognuno di noi.
Da queste riflessioni nasce
il desiderio di intervistare Emanuele Maria Latorre per comprendere non
soltanto il significato del libro, ma anche ciò che quella storica estate
rappresenta ancora oggi.
Nel tuo libro, il Mondiale dell’82 sembra quasi
diventare il simbolo di un’Italia che, almeno per un momento, riuscì a
ritrovare sé stessa. Secondo te oggi esiste ancora quella voglia di sentirsi
uniti?
«Credo di sì, ma in modo
molto diverso. Nel 1982 le emozioni erano più lente, più fisiche, quasi
obbligate a essere condivise davvero. Si scendeva in piazza, ci si abbracciava
tra sconosciuti, si viveva tutto insieme, senza telefoni, senza social, senza filtri.
Oggi condividiamo continuamente, ma spesso in maniera più veloce e dispersiva.
Però il bisogno umano di sentirsi parte di qualcosa non è scomparso. Anzi,
forse è ancora più forte proprio perché ci sentiamo più soli.»
Prima della vittoria c’erano critiche, sfiducia e
contestazioni verso quella Nazionale. Quanto pensi che quella storia insegni
ancora oggi il valore della resilienza?
«Credo che quella Nazionale abbia lasciato una lezione
ancora molto attuale. Nel 1982 l’Italia partì tra fischi, polemiche e sfiducia.
Eppure, proprio da quel frastuono nacque qualcosa di straordinario: un gruppo
che seppe resistere, isolarsi dal rumore e trasformare le difficoltà in forza.»
Nel libro c’è un passaggio molto toccante, quando porta suo figlio nel luogo dove sorgeva il Sarrià, lo stadio di Italia-Brasile. In quel momento ha avuto la sensazione che certe emozioni siano impossibili da trasmettere davvero a chi non le ha vissute?
«Sì, assolutamente. Quella scena per me è una delle più importanti del libro. Mio figlio aveva più o meno la mia età di allora, sei anni, ma guardava quel luogo con occhi completamente diversi dai miei. Per lui era semplicemente un parco di Barcellona. Per me invece era il posto dove, in qualche modo, era nata una parte della mia vita emotiva. In quel momento ho capito che certe emozioni non si possono spiegare fino in fondo. Si possono raccontare, condividere, tramandare… ma chi ha vissuto il Mundial dell’82 lo porta dentro in una maniera quasi fisica. È un pezzo di memoria collettiva che appartiene a una generazione intera. E forse il libro nasce proprio da lì: dal desiderio di non perdere quelle emozioni e di provare, almeno un po’, a consegnarle a chi viene dopo di noi.»
Nel libro emerge spesso la figura di Sandro Pertini. Perché, secondo lei, quell’immagine del Presidente che esulta al Bernabéu è rimasta così impressa nella memoria degli italiani?
«Perché Pertini, in quel momento, non sembrava soltanto il Presidente della Repubblica. Sembrava il nonno d’Italia, uno di noi. Esultava senza formalità, con una gioia vera, spontanea, quasi infantile. E gli italiani quella autenticità la percepirono immediatamente. Oggi siamo abituati a una comunicazione molto costruita, molto controllata. Quel Mundial rappresentò perfettamente lo spirito di quell’estate: un Paese che, dopo anni difficili e pesanti, ritrovava improvvisamente il sorriso. Ancora oggi quella sua immagine al Bernabéu continua a emozionare perché non racconta soltanto una vittoria sportiva, ma un’Italia che per qualche settimana riuscì davvero a sentirsi unita.»
Enzo Bearzot nel suo libro
sembra rappresentare molto più di un commissario tecnico. Che figura era
davvero per quell’Italia?
«Bearzot era l’opposto di molte figure pubbliche di oggi. Parlava poco, non cercava protagonismo, non inseguiva il consenso immediato. Eppure, trasmetteva autorevolezza, protezione, equilibrio. In un momento in cui quella Nazionale veniva criticata e attaccata continuamente, lui difese sempre i suoi giocatori, anche quando sarebbe stato più facile scaricarli. Credo che gli italiani, col tempo, abbiano capito che Bearzot rappresentava un’idea molto profonda di responsabilità e dignità. Non era soltanto un allenatore: era una guida silenziosa. E forse è anche per questo che quella squadra, prima ancora di diventare Campione del mondo, diventò una famiglia.»
Il libro esce in un momento
particolare, con l’Italia fuori dal Mondiale per la terza volta consecutiva.
Pensa che questo renda ancora più forte il bisogno di tornare con la memoria al
1982?
«Credo di sì. Se l’Italia fosse al Mondiale, forse questo libro sarebbe stato letto soprattutto come un racconto nostalgico. Oggi invece assume anche un altro significato. Molti italiani stanno vivendo questo Mondiale con un senso di vuoto, quasi di estraneità. E allora il 1982 torna inevitabilmente nella memoria collettiva, perché rappresenta l’esatto contrario: una Nazionale amata, un Paese coinvolto emotivamente, una sensazione di appartenenza condivisa. Il mio libro non nasce contro il calcio di oggi, ma forse prova a ricordarci che un tempo il calcio riusciva davvero a diventare parte della vita delle persone, delle famiglie, delle piazze e perfino dell’identità.»
Ringrazio Emanuele Maria Latorre per aver condiviso non soltanto il racconto di un Mondiale diventato leggenda, ma soprattutto una riflessione profonda sul valore della memoria identitaria, custode di emozioni autentiche che nemmeno il tempo, nonostante tutto, è riuscito a cancellare. “Quell’estate dell’82” è un libro dedicato a una vittoria sportiva che sapientemente delinea il ritratto umano di un’Italia che sapeva ancora riconoscersi negli stessi sogni e nelle stesse piazze. Ed è proprio questo il motivo per cui, giunti all’ultima pagina, il lettore porta con sé la sensazione di aver ritrovato, almeno per un momento, una parte autentica di sé stesso e di quel bisogno umano di appartenenza che continua a vivere, anche silenziosamente, dentro ognuno di noi.
Il libro "Quell’estate dell’82 – Il mondiale di una
generazione” è disponibile QUI
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