Negli ultimi
mesi, tra Hantavirus, aviaria, virus respiratori e nuove allerte sanitarie che
tornano periodicamente al centro dell’attenzione mediatica, emerge un aspetto
ormai evidente perché ogni nuova notizia legata ai virus sembra richiamare
nella popolazione una memoria piuttosto consolidata.
Quando
determinati nomi compaiono nei titoli degli articoli o nei contenuti social, si
mettono in luce due aspetti concreti: da una parte emerge la possibilità di un
rischio reale, ben noto alla comunità scientifica; dall’altra, però, si
incontra una popolazione che inizia a rivivere quella sensazione di
bombardamento mediatico che molti hanno percepito ai tempi del coronavirus.
L’Hantavirus,
così come altri virus monitorati negli ultimi tempi, non è un’invenzione.
Sappiamo ormai che alcuni ceppi possono essere gravi, perfino letali, ed è per
questo che richiedono cautela, prevenzione e soprattutto richiedono una
corretta comunicazione. A tutt’oggi però, molti dei virus al centro
dell’attenzione pare non abbiano le caratteristiche tipiche atte a generare una
pandemia globale paragonabile al Covid.
Il punto,
allora, non è negare completamente ogni tipo di rischio.
La questione realmente centrale è comprendere come un pericolo concreto finisca
oggi per faticare a essere creduto.
Durante la
pandemia, la paura è stata il metro comunicativo. Per molto tempo, i cittadini
sono stati educati a reagire più che a comprendere attraverso dati numerici,
bollettini, curve e pesanti restrizioni a cui hanno presto fatto seguito
contraddizioni, annunci e smentite. Il contesto sociale ha alimentato un
concept in cui la salute non era solo tutela ma diveniva motivo di tensione
sociale, diffidenza e contrapposizione.
Le conseguenze
sono state poco discusse in quanto la popolazione non ha perso soltanto fiducia
nelle istituzioni ma soprattutto la fiducia nella propria capacità di
interpretare il reale pericolo.
Ed è forse questo l’aspetto che quasi nessuno esprime con dovuta chiarezza.
Dopo quanto si
è verificato con il Covid, molte persone oggigiorno non si chiedono più
soltanto se si tratti di un virus ad alta pericolosità ma si domandano se
l’informazione sia adeguata. Questa confusione assume allora i contorni di una problematica
seria, poiché tende a trasformare ogni notizia sanitaria in un continuo
processo alle intenzioni.
Quando si
inizia a parlare di un nuovo virus, per alcune persone si tratta dell’ennesima
minaccia da temere, per altre è invece l’ennesimo pretesto da smontare. Ma il
fatto è che in entrambi i casi rischia di sparire ciò che conta di più: la
realtà concreta del fenomeno.
Senza
considerare il rapporto tra essere umano e ambiente: molte infezioni virali
ricordano infatti una verità che la modernità tende spesso a dimenticare e
riguarda il nostro ecosistema. Viviamo immersi dentro equilibri biologici
estremamente fragili e per anni l’uomo occidentale ha coltivato l’illusione di
poter controllare tutto attraverso la tecnologia intesa come processo evolutivo
costante.
Ma ogni
ecosistema continua a reagire alle trasformazioni imposte dall’attività umana e
la diffusione di alcune malattie riguarda anche il modo in cui consumiamo
territorio, alteriamo habitat naturali e riduciamo progressivamente la distanza
tra spazi selvatici e la vita urbana stessa.
In questo
senso, i virus che periodicamente tornano ad essere protagonisti rappresentando
anche un richiamo culturale. Ricordano all’uomo contemporaneo che il concetto
di sicurezza assoluta è spesso un’immagine falsata e che il rapporto con la
natura non può essere affrontato solo quando emerge un’emergenza mediatica.
Si teme,
infatti, che ci si abitui a parlare delle conseguenze senza interrogarsi mai
davvero sulle cause profonde. Eppure, molte delle fragilità moderne nascono
proprio da questa contraddizione in quanto la nostra società tecnologicamente
avanzata continua a comportarsi come se fosse indipendente dagli equilibri
ambientali che la circondano. La scienza, infatti, non chiede obbedienza cieca,
chiede verifica ma anche metodo. E il metodo è esattamente ciò che manca quando
la comunicazione pubblica oscilla tra allarme e rassicurazione, tra titolo
sensazionalistico e minimizzazione difensiva.
Sul piano
umano, quando una società vive troppo a lungo dentro un linguaggio
emergenziale, comincia a difendersi non solo dal pericolo, ma anche dal
messaggio che lo annuncia e che talvolta nasce dalla saturazione.
Le persone
hanno pagato un prezzo psicologico molto alto, non solo economico: hanno visto
attività chiudere, rapporti incrinarsi, famiglie dividersi, bambini crescere
nella paura e anziani morire soli.
Ecco perché ora la popolazione reagisce con difesa.
Se il Covid
avesse davvero insegnato qualcosa, allora dovrebbe aver insegnato che non ogni
allarme si traduce necessariamente in una minaccia concreta. Dovrebbe aver
insegnato che la salute pubblica richiede una comunicazione adulta, capace di
distinguere tra rischio, probabilità e gravità.
Dire che un
virus può essere pericoloso non significa dire che diventerà una pandemia.
Dire che non è paragonabile al Covid non significa dire che sia irrilevante.
Dire che bisogna informarsi non significa accettare ogni racconto dominante.
Dire che bisogna dubitare non significa negare tutto.
La maturità sociale
e collettiva sta proprio nel dover uscire dalla logica binaria.
Sul piano
commerciale, poi, esiste una questione che va affrontata senza ingenuità. La
paura è diventata una merce di altissimo valore, sappiamo bene che produce
clic, aumento delle vendite perché fa audience, induce l’acquisto di farmaci,
dispositivi e, non ultima, la traduzione in aumento di visibilità; infatti, il
coraggio si presenta spesso per mezzo di video che smontano, con pagine che
denunciano e con influencer che costruiscono consenso sulla sfiducia.
Oggi non
guadagna solo chi allarma ma anche chi convince le persone che ogni allarme sia
una truffa. Questo è il nodo più moderno, interessante e inquietante allo
stesso tempo: la paura e la negazione della paura sono ormai due industrie
concorrenti.
Dal punto di
vista economico, è noto che un virus non produca effetti soltanto quando
diventi pandemia. A volte è sufficiente la percezione del rischio per
modificare comportamenti, consumi e decisioni collettive.
Molti virus
monitorati negli ultimi anni, proprio perché collegati a dinamiche ambientali,
sanitarie o territoriali, aprono una riflessione che non riguarda solo la
medicina ma anche la prevenzione in termini di investimento economico. L’igiene
degli spazi, il controllo degli ambienti, la sicurezza nei luoghi di lavoro, la
manutenzione di magazzini e strutture ricettive non sono dettagli marginali:
sono misure preventive che, se trascurate, possono trasformarsi in costi
sanitari, produttivi e sociali molto più elevati.
Il vero
impatto economico di una minaccia sanitaria, infatti, non si misura soltanto
nel numero dei casi, ma ha a che fare con la capacità di alterare la fiducia.
La fiducia è una variabile economica invisibile ma decisiva perché influenza i
consumi, la produttività e gli investimenti, perfino la propensione delle
persone a frequentare determinati luoghi o a svolgere delle attività.
Dopo il Covid,
ogni nuova parola sanitaria entra in un meccanismo fragile riconducibile alla
massima attenzione. Una notizia può generare allarme, l’allarme può orientare i
comportamenti che via via possono incidere sui settori economici. È qui che la
comunicazione diventa anche politica economica perché informare in modo
scorretto significa produrre costi sociali mentre dare la giusta informazione
significa prevenire non solo la malattia, ma anche il panico, la sfiducia e le
reazioni irrazionali.
Il punto,
quindi, non è trasformare ogni nuovo virus in una nuova emergenza globale, ma
comprendere che perfino un rischio circoscritto può diventare economicamente
rilevante se viene raccontato male, sottovalutato o spettacolarizzato.
In mezzo
rimane il cittadino, confuso e costretto a orientarsi tra comunicazione
istituzionale, informazione giornalistica e interessi economici. Non è strano
che molti finiscano per credere solo a ciò che conferma la loro stanchezza.
I virus,
quindi, ci interrogano ben oltre la loro pericolosità biologica.
Una società
sana non è quella che si spaventa a comando.
Una società sana è quella che riesce ancora a distinguere.
Distinguere
tra un dato e un titolo.
Tra prevenzione e panico.
Tra memoria del trauma e incapacità di fidarsi ancora.
Siamo ancora
capaci di credere a un pericolo senza consegnarci alla paura, e di dubitare
senza precipitare nel cinismo?
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