Nuovi virus, vecchie paure e il costo economico dell’allarme sanitario di Dorotj Biancanelli, Roma

 


Oggi la società reagisce in modi profondamente differenti dinnanzi a una possibile minaccia sanitaria.
Non è solo paura, scetticismo o confusione generalizzata ma una forma autentica di stanchezza morale che origina quando l’emergenza sembra ripresentarsi travestita da buone maniere.

Negli ultimi mesi, tra Hantavirus, aviaria, virus respiratori e nuove allerte sanitarie che tornano periodicamente al centro dell’attenzione mediatica, emerge un aspetto ormai evidente perché ogni nuova notizia legata ai virus sembra richiamare nella popolazione una memoria piuttosto consolidata.

Quando determinati nomi compaiono nei titoli degli articoli o nei contenuti social, si mettono in luce due aspetti concreti: da una parte emerge la possibilità di un rischio reale, ben noto alla comunità scientifica; dall’altra, però, si incontra una popolazione che inizia a rivivere quella sensazione di bombardamento mediatico che molti hanno percepito ai tempi del coronavirus.

L’Hantavirus, così come altri virus monitorati negli ultimi tempi, non è un’invenzione. Sappiamo ormai che alcuni ceppi possono essere gravi, perfino letali, ed è per questo che richiedono cautela, prevenzione e soprattutto richiedono una corretta comunicazione. A tutt’oggi però, molti dei virus al centro dell’attenzione pare non abbiano le caratteristiche tipiche atte a generare una pandemia globale paragonabile al Covid.

Il punto, allora, non è negare completamente ogni tipo di rischio.
La questione realmente centrale è comprendere come un pericolo concreto finisca oggi per faticare a essere creduto.

Durante la pandemia, la paura è stata il metro comunicativo. Per molto tempo, i cittadini sono stati educati a reagire più che a comprendere attraverso dati numerici, bollettini, curve e pesanti restrizioni a cui hanno presto fatto seguito contraddizioni, annunci e smentite. Il contesto sociale ha alimentato un concept in cui la salute non era solo tutela ma diveniva motivo di tensione sociale, diffidenza e contrapposizione.

Le conseguenze sono state poco discusse in quanto la popolazione non ha perso soltanto fiducia nelle istituzioni ma soprattutto la fiducia nella propria capacità di interpretare il reale pericolo.
Ed è forse questo l’aspetto che quasi nessuno esprime con dovuta chiarezza.

Dopo quanto si è verificato con il Covid, molte persone oggigiorno non si chiedono più soltanto se si tratti di un virus ad alta pericolosità ma si domandano se l’informazione sia adeguata. Questa confusione assume allora i contorni di una problematica seria, poiché tende a trasformare ogni notizia sanitaria in un continuo processo alle intenzioni.

Quando si inizia a parlare di un nuovo virus, per alcune persone si tratta dell’ennesima minaccia da temere, per altre è invece l’ennesimo pretesto da smontare. Ma il fatto è che in entrambi i casi rischia di sparire ciò che conta di più: la realtà concreta del fenomeno.

Senza considerare il rapporto tra essere umano e ambiente: molte infezioni virali ricordano infatti una verità che la modernità tende spesso a dimenticare e riguarda il nostro ecosistema. Viviamo immersi dentro equilibri biologici estremamente fragili e per anni l’uomo occidentale ha coltivato l’illusione di poter controllare tutto attraverso la tecnologia intesa come processo evolutivo costante.

Ma ogni ecosistema continua a reagire alle trasformazioni imposte dall’attività umana e la diffusione di alcune malattie riguarda anche il modo in cui consumiamo territorio, alteriamo habitat naturali e riduciamo progressivamente la distanza tra spazi selvatici e la vita urbana stessa.

In questo senso, i virus che periodicamente tornano ad essere protagonisti rappresentando anche un richiamo culturale. Ricordano all’uomo contemporaneo che il concetto di sicurezza assoluta è spesso un’immagine falsata e che il rapporto con la natura non può essere affrontato solo quando emerge un’emergenza mediatica.

Si teme, infatti, che ci si abitui a parlare delle conseguenze senza interrogarsi mai davvero sulle cause profonde. Eppure, molte delle fragilità moderne nascono proprio da questa contraddizione in quanto la nostra società tecnologicamente avanzata continua a comportarsi come se fosse indipendente dagli equilibri ambientali che la circondano. La scienza, infatti, non chiede obbedienza cieca, chiede verifica ma anche metodo. E il metodo è esattamente ciò che manca quando la comunicazione pubblica oscilla tra allarme e rassicurazione, tra titolo sensazionalistico e minimizzazione difensiva.

Sul piano umano, quando una società vive troppo a lungo dentro un linguaggio emergenziale, comincia a difendersi non solo dal pericolo, ma anche dal messaggio che lo annuncia e che talvolta nasce dalla saturazione.

Le persone hanno pagato un prezzo psicologico molto alto, non solo economico: hanno visto attività chiudere, rapporti incrinarsi, famiglie dividersi, bambini crescere nella paura e anziani morire soli.
Ecco perché ora la popolazione reagisce con difesa.

Se il Covid avesse davvero insegnato qualcosa, allora dovrebbe aver insegnato che non ogni allarme si traduce necessariamente in una minaccia concreta. Dovrebbe aver insegnato che la salute pubblica richiede una comunicazione adulta, capace di distinguere tra rischio, probabilità e gravità.

Dire che un virus può essere pericoloso non significa dire che diventerà una pandemia.
Dire che non è paragonabile al Covid non significa dire che sia irrilevante.
Dire che bisogna informarsi non significa accettare ogni racconto dominante.
Dire che bisogna dubitare non significa negare tutto.

La maturità sociale e collettiva sta proprio nel dover uscire dalla logica binaria.

Sul piano commerciale, poi, esiste una questione che va affrontata senza ingenuità. La paura è diventata una merce di altissimo valore, sappiamo bene che produce clic, aumento delle vendite perché fa audience, induce l’acquisto di farmaci, dispositivi e, non ultima, la traduzione in aumento di visibilità; infatti, il coraggio si presenta spesso per mezzo di video che smontano, con pagine che denunciano e con influencer che costruiscono consenso sulla sfiducia.

Oggi non guadagna solo chi allarma ma anche chi convince le persone che ogni allarme sia una truffa. Questo è il nodo più moderno, interessante e inquietante allo stesso tempo: la paura e la negazione della paura sono ormai due industrie concorrenti.

Dal punto di vista economico, è noto che un virus non produca effetti soltanto quando diventi pandemia. A volte è sufficiente la percezione del rischio per modificare comportamenti, consumi e decisioni collettive.

Molti virus monitorati negli ultimi anni, proprio perché collegati a dinamiche ambientali, sanitarie o territoriali, aprono una riflessione che non riguarda solo la medicina ma anche la prevenzione in termini di investimento economico. L’igiene degli spazi, il controllo degli ambienti, la sicurezza nei luoghi di lavoro, la manutenzione di magazzini e strutture ricettive non sono dettagli marginali: sono misure preventive che, se trascurate, possono trasformarsi in costi sanitari, produttivi e sociali molto più elevati.

Il vero impatto economico di una minaccia sanitaria, infatti, non si misura soltanto nel numero dei casi, ma ha a che fare con la capacità di alterare la fiducia. La fiducia è una variabile economica invisibile ma decisiva perché influenza i consumi, la produttività e gli investimenti, perfino la propensione delle persone a frequentare determinati luoghi o a svolgere delle attività.

Dopo il Covid, ogni nuova parola sanitaria entra in un meccanismo fragile riconducibile alla massima attenzione. Una notizia può generare allarme, l’allarme può orientare i comportamenti che via via possono incidere sui settori economici. È qui che la comunicazione diventa anche politica economica perché informare in modo scorretto significa produrre costi sociali mentre dare la giusta informazione significa prevenire non solo la malattia, ma anche il panico, la sfiducia e le reazioni irrazionali.

Il punto, quindi, non è trasformare ogni nuovo virus in una nuova emergenza globale, ma comprendere che perfino un rischio circoscritto può diventare economicamente rilevante se viene raccontato male, sottovalutato o spettacolarizzato.

In mezzo rimane il cittadino, confuso e costretto a orientarsi tra comunicazione istituzionale, informazione giornalistica e interessi economici. Non è strano che molti finiscano per credere solo a ciò che conferma la loro stanchezza.

I virus, quindi, ci interrogano ben oltre la loro pericolosità biologica.

Una società sana non è quella che si spaventa a comando.
Una società sana è quella che riesce ancora a distinguere.

Distinguere tra un dato e un titolo.
Tra prevenzione e panico.
Tra memoria del trauma e incapacità di fidarsi ancora.

Siamo ancora capaci di credere a un pericolo senza consegnarci alla paura, e di dubitare senza precipitare nel cinismo?

Dorotj Biancanelli

 


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