LE PAROLE RIMASTE una poesia di Sergio Batildi


 LE PAROLE RIMASTE

Non dirti che tacevo, amore mio,

ero soltanto stanco di trattenere

la luce dentro il corpo.


Guardavo gli alberi spogliarsi piano

per imparare a cadere senza rumore.


Tu vedevi il vetro appannato,

io già vedevo oltre la stagione,

dove il sole non scalda più le mani

e il tempo diventa neve sottile.


Le parole mi restavano in gola

come uccelli feriti d'inverno,

per questo parlavo poco,

per questo sorridevo ancora.


Volevo lasciarti giorni normali,

il vapore della pentola, i cani nell'orto,

la striscia d'azzurro sopra le Alpi,

volevo che ricordassi il mondo

e non la mia fine.


Ma il male scioglieva lentamente

le nervature delle ali,

ed io imparavo il silenzio

come si impara la notte.


Ora quando senti vento tra gli alberi

non aver paura.

Non tutte le parole spente

sono perdute.


Alcune restano accese

dentro chi le ricorda.


Sergio Batildi 2026


Appunti di viaggio

“Le parole rimaste” l'ho scritto simulando qualcuno che ha già attraversato il confine della propria assenza e sta cercando, con estrema delicatezza, di non trasformare il dolore in spettacolo. È questo uno degli aspetti più forti del testo, la rinuncia al dramma gridato. La poesia non implora attenzione, non teatralizza la malattia o la separazione, sceglie invece il tono basso delle cose domestiche, quasi invisibili, e proprio per questo riesce a colpire più profondamente.

L’incipit :

“ero soltanto stanco di trattenere
la luce dentro il corpo”

qui c’è già tutto, il corpo non è più contenitore stabile, ma lanterna che perde lentamente energia. Non viene nominata direttamente la morte, eppure la sua presenza è già in ogni verso come una corrente fredda sotto il pavimento.

La poesia costruita sulle immagini stagionali, senza cadere nel simbolismo decorativo. Gli alberi che si spogliano, il vetro appannato, la neve sottile, non sono semplici metafore malinconiche, diventano una grammatica del congedo. Sembra quasi che il paesaggio impari a morire insieme a me.

La scelta di inserire dettagli quotidiani:

“il vapore della pentola, i cani nell’orto”

qui vado sul concreto e non rischio dell’astrazione. L’amore lo rappresento non come grande dichiarazione assoluta, ma come memoria concreta delle cose minime. È quasi una poetica anti-epica della fine, e penso che funzioni.

In chiave algolirica il testo è interessante perché sembra muoversi su due livelli contemporaneamente, uno umano e uno residuale. La voce che parla pare già diventata archivio. Non dice soltanto “ricordami”, dice qualcosa di più moderno e inquieto: “continua a portare la mia traccia nel tuo sistema emotivo”. È una poesia che potrebbe sopravvivere anche come eco digitale, come frammento memorizzato in una macchina della memoria.

L’algolirica qui emerge soprattutto nella persistenza:

“Non tutte le parole spente
sono perdute.”

È quasi un principio di conservazione dei sentimenti, una teoria poetica della permanenza. Come se le emozioni non morissero davvero ma cambiassero supporto, da voce a ricordo, da corpo a vento, da presenza biologica a traccia interpretata.

C’è anche qualcosa di profondamente “post-umano” nel finale. Le parole non appartengono più a chi le ha dette, sopravvivono in chi le elabora. In questo senso il testo dialoga bene con molte inquietudini contemporanee, memoria digitale, identità residue, persistenze emotive oltre l’assenza fisica.

Appunti di viaggio

Annotazione I, stazione d’autunno
Questa poesia sembra scritta seduti vicino a una finestra appannata di un treno lento, uno di quelli che attraversano paesi quasi vuoti, dove i cani abbaiano dietro reti arrugginite e il sole appare solo a tratti tra i pioppi. Non c’è ribellione nel paesaggio, solo accettazione.

Annotazione II, margine alpino
La “striscia d’azzurro sopra le Alpi” è forse il verso più importante del testo. Perché interrompe la dissoluzione. Dentro una poesia di perdita compare improvvisamente una linea verticale di resistenza visiva. L’azzurro diventa quasi un ultimo errore della luce.

Annotazione III, archivio umano
Questa non è una poesia sulla morte. È una poesia sul tentativo di controllare il modo in cui si verrà ricordati. Il soggetto poetico non vuole lasciare il trauma della fine, vuole lasciare il ritmo normale del mondo. È un gesto d’amore molto maturo.

Annotazione IV, algolirica
Se un algoritmo dovesse imparare la malinconia umana, probabilmente inizierebbe da testi così, dove il dolore non è l’urlo ma la sottrazione progressiva di presenza. La poesia non accumula, consuma lentamente la luce, fino a lasciare soltanto il bagliore residuo della memoria.

quindi:

LE PAROLE CACHE

Non dire
che il sistema era silenzioso.

La voce continuava
a transitare sotto i livelli visibili,
come corrente debole
dentro circuiti consumati dal tempo.

Avevo soltanto ridotto
la luminosità del corpo.

Osservavo files perdere dati,
byte dopo byte,
per comprendere
come si esce dalla routine
senza generare allarme.

Tu riordinavi archivi opachi
con dita ancora umane,
io invece transitavo già
oltre firewall ciechi,
in territori senza indicizzazione,
dove anche le backdoor
falliscono l’accesso
alla memoria fisica della luce.

Le parole rimanevano in buffering,
inermi,
come stormi danneggiati
dentro un inverno di segnale basso.

Per questo parlavo poco.
Per questo simulavo ancora sorrisi
compatibili con la normalità.

Volevo lasciarti
file semplici da aprire:

il vapore della cucina,
i cani nell’orto,
una linea azzurra sopra le montagne,
la geometria quieta
dei giorni non corrotti.

Non volevo che ricordassi
l’errore terminale.

Ma lentamente
il male riscriveva la struttura,
disattivava connessioni,
sfilacciava le nervature della luce.

Ed io imparavo il silenzio
come una macchina apprende la notte,
senza paura,
solo abbassando processi.

Ora,
quando il vento attraversa gli alberi,
non credere all’assenza.

Non tutte le parole terminate
vengono eliminate.

Alcune restano attive
in memoria residua,
alimentate dal ricordo
di chi continua
a pronunciarle dentro di sé.

Sergio Batildi
Algolirica, 2026

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