L’attualità dello “strappo” come atto artistico. A Genova la retrospettiva di Mimmo Rotella (1945-2005)

 

L’attualità dello “strappo” come atto artistico. A Genova la retrospettiva di Mimmo Rotella (1945-2005)

 
Al Palazzo Ducale di Genova una grande retrospettiva inaugurata il 24 aprile e dedicata al maestro del décollage Mimmo Rotella ripercorre sessant’anni di ricerca artistica, restituendo la forza innovativa di un linguaggio che ha segnato l’arte del Novecento.
 
La mostra presenta oltre 100 opere provenienti da musei, fondazioni e collezioni pubbliche e private ed offre una lettura ampia e articolata dell’incessante ricerca artistica di Rotella, dal 1945 al 2005.
 
Il percorso si articola in sette sezioni tematiche che spaziano dalle prime opere giovanili ispirate all’astrattismo geometrico fino alle “lamiere” degli anni duemila.
 
Il gesto-simbolo della poetica di Mimmo Rotella è lo strappo, all’origine della tecnica del “décollage” ovvero delle opere realizzate strappando e ricomponendo i manifesti pubblicitari, icone della società dell’immagine “analogica” del dopoguerra, e del “retro d’affiche” la composizione astratta ottenuta con l’esposizione decontestualizzata della parte non visibile dei manifesti.
 
Il gesto radicale all’origine della poetica di Rotella, lo strappo si impone come atto assoluto e dirompente: un gesto al tempo stesso estetico e politico, capace di aprire nuovi varchi alla percezione e di mettere a nudo la verità nascosta dietro le immagini del consumo.
 
La prima sala propone alcuni lavori pittorici di Rotella, ispirati all’astrattismo geometrico, insieme alla sua ricerca sulle “poesie epistaltiche” che ricordano per molti aspetti l’approccio del “paroliberismo” futurista. Un’installazione immersiva permette di “immergersi” nell’esperimento poetico proposto da Rotella.



 
Con la seconda sala si entra nel vivo della poetica del décollage e del rétro d’affiche. Rotella abbandona la pittura tradizionale e cerca il suo spazio artistico nella città: inizia a strappare manifesti pubblicitari dai muri di Roma per portarli in studio e ricomporli trasformandoli in opere d’arte. L’artista lacera e nello stesso tempo rigenera i manifesti, con lo strappo che frantuma l’immagine e ne rivela nello stesso tempo la natura segreta. I primi “décollages” sono composizioni ancora totalmente astratte, ma progressivamente Rotella ricompone i suoi manifesti aumentando la riconoscibilità di alcune delle immagini presenti nel supporto originario. Con i rétro d’affiche l’immagine scompare, lasciando spazio a una composizione astratta di colle, muffe, tracce, incrostazioni e segni del tempo.
 
In una fase successiva, documentate nelle sale che seguono quelle dedicate ai décollages, Rotella inizia a lavorare alla “distruzione” delle icone del suo tempo, dalle immagini pubblicitarie ai divi del cinema ai personaggi politici come Kennedy, distruzione che resta costantemente in bilico tra riconoscibilità e dissoluzione. Con queste opere Rotella ci lascia una testimonianza che “dissacra” la comunicazione di massa del periodo del boom economico e dell’invasione pubblicitaria degli spazi urbani.




 
Una delle tecniche più usate è la sovrapposizione di immagini cinematografiche, come in “Marylin” dove sotto l’immagine della diva appare il manifesto del film “Bambi” .
 
Marilyn (1963) è una delle immagini più iconiche della ricerca di Mimmo Rotella. Realizzata l’anno successivo alla scomparsa della diva, l’opera segna il momento in cui Marilyn Monroe diventa presenza autonoma e simbolica all’interno della sua indagine artistica. Il décollage è concesso eccezionalmente dalla Heidi Horten Collection di Vienna, tra le più importanti collezioni private austriache. Accanto all’opera viene presentato anche un riporto fotografico in bianco e nero del 1963, mai esposto prima in una mostra pubblica.
 
Un approfondimento particolare mette in dialogo due opere del 1963 dedicate a John F. Kennedy, assassinato a Dallas il 22 novembre dello stesso anno: Viva America e Hommage au Président. In quest’opera emerge con particolare evidenza la riflessione di Rotella sulla società di massa e sui suoi meccanismi di banalizzazione dei contenuti, fino ad accostare il volto di Kennedy all’immagine di un gelato, in un cortocircuito visivo che rivela la forza critica della sua ricerca.   



 
Il desiderio di andare oltre la superficie, indagando la materia nei suoi aspetti più profondi, conduce l’artista negli anni Ottanta verso le sovrapitture, in dialogo con il ritorno alla pittura che caratterizza molte esperienze europee, tra cui la Transavanguardia, senza rinunciare al confronto con il graffitismo, così come negli anni Sessanta aveva saputo misurarsi con la Pop Art.
 
Tra gli anni Sessanta e Settanta Rotella sperimenta altre tecniche, sempre ispirate all’idea di distruzione e ricomposizione dell’icona: il “riporto fotografico” su tela, spesso con immagini del mondo cinematografico, il frottage e l’effacage, ovvero l’alterazione della superficie attraverso l’uso di solventi chimici, e gli artypo, ispirati al linguaggio tipografico.
 


Con le “appropriazioni plastiche” Rotella attinge a oggetti della quotidianità compiendo un gesto dadaista di appropriazione di sapore duchampiano: in mostra anche la confezione originale di liquirizie Rotella sulla quale ha apposto la sua firma “Le rotelle di Rotella” oltre alla serie dei “replicanti” tutte opere di ready made o piccole sculture accompagnate dall’uso di materiale plastico.
 
La mostra dedica, inoltre, uno spazio alle tele emulsionate in bianco e nero realizzate durante gli anni di piombo, in cui Rotella abbandona l’universo delle celebrities per confrontarsi con uno dei momenti più drammatici della storia italiana. Un réportage visivo costruito non sulla realtà diretta, ma sulle immagini restituite dai media, filtrate e rielaborate attraverso il suo linguaggio artistico.
 
L’indagine dagli anni Ottanta in poi è documentata da lavori di grande significato, come testimonia Large green blank del 1980, un’opera di tre metri proveniente dalla Fondazione Mimmo Rotella, in cui l’artista fa tabula rasa coprendo l’immagine nella sua totalità, lasciando liberi soltanto i bordi; oppure Attenti del 2004, un décollage su lamiera, anch’esso di tre metri, in cui compare l’immagine di una tigre che ruggisce.
 
La mostra si conclude con un riferimento alla città nella quale Rotella ha realizzato per l’ultima volta Il rito della lacerazione, una performance strappando i manifesti dai muri, compiuto nell’ottobre 2004 in occasione della mostra Arti e architettura 1900-2000 curata da Germano Celant per Palazzo Ducale. Un raro frammento dell’happening viene presentato in mostra insieme a fotografie e a un documento filmato dell’evento. Nell’occasione l’artista invitò i passanti a “strappare” ulteriormente l’installazione.

L’attualità di Mimmo Rotella
 
Il gesto dello “strappo” e della distruzione dell’icona ha segnato una svolta fondamentale nella storia dell’arte contemporanea. Oggi le icone della società dell’immagine sono non più solo i manifesti cartacei, ma le immagini digitali. In contemporanea o quasi alla mostra genovese di Rotella è stata esposta a Terni la personale “Ambigua” di Jacopo Natoli, una ricerca che appare ispirata alla filosofia dello “strappo” e della dissacrazione delle icone della contemporaneità.
 
Oltre ai manifesti pubblicitari, in “Ambigua” Natoli usa come supporto artistico un documento di identità bruciato, il suo “green pass” stampato e hackerato sulla rete, la ricevuta per un quadro ad olio spedito per posta e mai arrivato, in nome di un’arte che attraverso l’immagine deve “destabilizzare” e non rassicurare chi la guarda. L’immagine più “perturbante” sono i teli da mare nei quali Natoli ha cucito insieme bandiere della Ternana e del Perugia, e della Lazio e della Roma. Il “tifo” non solo nel calcio, ma anche in politica, è una delle cifre dominanti della contemporaneità.
 
L’eredità più interessante di Rotella si può cogliere nella mostra di Sara Brezvoskek “SND” ospitata all’interno della collettiva Ghostland al Festival della Fotografia Europea di Reggio Emilia. L’artista slovena ha realizzato una sorta di “décollage” delle icone del nostro tempo, le immagini virtuali, con una serie di composizioni video e fotografiche che restituiscono decontestualizzate e ricomposte le immagini provenienti dal web relative alla quotidiana pioggia di notizie allarmanti e ansiogene, inducendo a riflettere sul fenomeno del “doomscrolling” (la lettura compulsiva di notizie negative sui social) e la manipolazione politica e comunicativa che ne deriva.




 
Già Rotella con le immagini degli “anni di piombo” aveva intuito il potere della trasformazione mediatica della realtà. Una mostra di grande attualità, di un artista che si è sempre rinnovato pur mantenendo saldi alcuni punti della sua poetica e che forse oggi concentrerebbe la sua ricerca artistica sull’immagine dominante del nostro tempo: quella virtuale e digitale.
 
Informazioni
 
La mostra è completata da un ricco apparato documentario proveniente dalla Fondazione Mimmo Rotella, tra cui fotografie originali, articoli, poesie epistaltiche. Vengono esposti anche gli scatti di Paolo Di Paolo messi a disposizione dall’Archivio Paolo Di Paolo così come una serie di contributi video.
 
La rassegna è stata resa possibile grazie a importanti prestiti provenienti da istituzioni museali, fondazioni, collezioni pubbliche e private, tra cui la Fondazione Mimmo Rotella, il MART – Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, la Sovrintendenza Capitolina e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, Heidi Horten Collection di Vienna, la Collezione Intesa Sanpaolo di Milano, la Casa della Memoria di Catanzaro, l’Archivio Paolo Di Paolo di Roma, la Giò Marconi Gallery.
 
La mostra resterà aperta dal 24 aprile al 13 settembre presso Palazzo Ducale di Genova, dal martedì alla domenica 10-19.
 
 
                                                         Andrea Macciò
 

Commenti