La sfida dell’Unione Europea: come restare uniti in tempo di guerra

 


L’Unione Europea, assediata all’esterno dai russi e costretta all’interno a

fronteggiare i nazionalisti, si sta ponendo da qualche tempo il problema di

come possa restare unita in tempo di guerra e cementare meglio la

solidarietà tra gli Stati membri.

Dopo la trasformazione del suo alleato storico, l’America, in un avversario

senza scrupoli ad opera del suo presidente, non può più pensare di difendersi

appellandosi alla solidarietà atlantica, anche perché Trump ha cominciato a

ridurre la presenza militare americana in Europa e ha riaperto il conflitto

commerciale con l’Unione, mettendo in discussione alleanze e accordi

transatlantici.

Un’offensiva, quest’ultima, che è partita immediatamente dal settore cruciale

dell’auto con l’aumento dei dazi dal 15% attuale al 25%, ma il cui tempismo

non manca di destare timori sulla fragilità dei rapporti non solo economici. Il

sospetto, del tutto legittimo, è quello di un Trump in affanno per la guerra in

Medio Oriente e per il blocco dello Stretto di Hormuz, che ha spinto il tycoon

ad intensificare le tensioni transatlantiche, mai sopite, nell’era dell’America

First, che vanno dalla guerra in Ucraina al ruolo della Nato.

Purtroppo l’Unione Europea manifesta da tempo, non da adesso, una

disomogeneità interna, protetta dal principio dell’unanimità, che le impedisce

di agire, come dovrebbe, soprattutto nel campo della sicurezza.

In un’intervista dello scorso gennaio al Der Spiegel, Manfred Weber,

esponente di spicco del PPE, affermava di essere favorevole ad un nuovo

trattato di sovranità, che consenta agli Stati disposti a farlo di collaborare più

strettamente in materia di politica estera e sicurezza e, nel caso del

raggiungimento della pace in Ucraina, schierando forze di pace europee,

come primo nucleo di un futuro esercito europeo.

Finalmente l’Unione Europea ha deciso di farsi carico della propria difesa e lo

ha fatto, sospendendo i vincoli sugli Stati membri del Patto di stabilità e

crescita, per quanto riguarda le spese militari.

Quanto deciso a Bruxelles ha favorito in particolare la Germania, il Paese con

il più ampio spazio fiscale e la più estesa struttura industriale in Europa, che

ha speso per la difesa più di ogni altro Paese europeo nel 2025, al punto che

il suo budget militare è oggi il quarto nel mondo dopo quello della Russia e


nel 2030 il suo esercito, la Bundeswher, sarà il più potente esercito in

Europa.

Dopo essere stata per ottant’anni uno stato tra gli stati, la Germania sta

tornando ad essere la più grande potenza militare europea, anche perché la

Francia, che mantiene la supremazia nucleare, dati i costi elevati per tenerla

sempre aggiornata, non può rafforzare e modernizzare la sua difesa

convenzionale.

Ma, con l’abbandono degli americani, per le scellerate scelte di Trump, una

Germania militarmente forte non è una risorsa, anche perché la Francia non

dispone di una legittimità all’egemonia in sede europea, come quella che ha

permesso all’America di mantenere un equilibro tra i Paesi all’interno della

Nato.

Se poi aggiungiamo il pericolo che in Francia nel 2027, e in Germania nel

2029, leader e partiti nazionalisti potrebbero andare al governo, gli squilibri

già esistenti potrebbero trasformarsi in rivalità tra gli Stati che fanno parte

dell’Unione.

Angela Casilli

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