LA SCIANTOSA una poesia di Vincenzo Savoca

 


LA SCIANTOSA


Precipizio d'angoscia questa vita,
di discordanti strombi i giorni
sbrecciati e di chiuse ore. Ah!, s'io
potessi un poco usurpare da questo
nero labirinto rombi di cielo trinato
di stelle, il sole di giugno ed il mare
degl'eroi nel ludibrio di vele gonfie
di vento, quello del sud, sì dolce
e crudele, e fuggire da questa conca
imbrattata d'ombre, da questa stanza
presa in affitto a Montmartre, allora
sarei nuvola, sarei cielo, sarei mare,
cultore del bello, pescatore di perle
in abissi marini, d'occhi di donne!
Non mi lusinga la poesia, che vanità!,
solo le donne d'altri tempi, d'antica
fattura, bellezze da Belle Epoque
con l'amore inclito nei begl'occhi,
icone raffinate d'Art Nouveau.
Mi collassa la dolce notte poetica
quando lei s'allunga a me vicina
coi lunghi capelli sulla mia bocca.
"Ti piace?" mi dice. Tutt'altro, è
soltanto un solletico. Lei ride e si
tinge le guance di porpora e ridendo,
tutta curva vicino a me s'accampa.
"Che pensi?" domanda. "Non penso"
rispondo. Col sopracciglio arcuato mi
mostra l'indice sul labbro, "Zitto!"
divertita mi dice. Lei sola forse m'ama,
non l'altre agghindate di sorrisi,
inebriate e vuote, d'inutili parole
imparate a memoria in antiquati
libri di bassa e lercia erudizione!
E si china al desiderio d'un bacio,
e mi bacia stringendomi la faccia tra
le mani e subito mi lascia nel vago
sogno di poterla amare un giorno.
E m'accendo al suo bacio d'amore.
Forse m'inganna oppure no, non lo so
L'ho sentita cantare al café -concert,
di belletto la faccia e gl'occhi di bistro,
più seria d'un calvo filosofo saccente.
Ed ora qui, nuda e senza trucco è lei,
non più La Femme chanteuse Ninì la Nuit,
il nom de plumme. Che vanto!, che gloria!,
quando in mezzo ai tavoli canta nei
boulevard di Parigi, Bonjour tristesse
e Le vie en rose, con struggente rude
malinconia. Perduto ero nei suoi capelli
ramati, rapito dal sogno del bel canto!
Non fu amore, ma s'accesero i sensi.
"Ninì, Ninì" le sussurro. "Taci!" mi dice,
"Tu non sai...". È squieta dopo l'ultimo
bacio, non parla ed io distratto guardo
nei begl'occhi l'indizio d'una lacrima.
"Oh!, Ninì!, che recita è mai codesta?
Sincera stai parlando, oppure civetti?".
"Io fui, io sono Nanà la sciantosa!".

Tu vieni dai bassi dei Quartieri Spagnoli
a Napoli, come anche il noto Papiluccio
che cantava al Petrella "Scugnizzo", ed
allora perché tu canti d'altro con la tua
bella voce partenopea? Più caro m'è
quest'accento che sa di mare e di sole,
d'amore e di calore, di quest'altro sì triste
d'un paese che manco t'appartiene?
A voce bassa la pregai di cantare
della nostra terra, laggiù oltre l'Alpe.
Sarebbe bello un giorno tornarci!
"Canta ancora un poco". Ed era il suo
viso quello che un tempo ella fu,
Nanà la sciantosa dei Quartieri Spagnoli,
bella siccome la notte a Marechiaro.

VIncenzo Savoca
Ragusa 14 maggio 2026

Questa poesia ha qualcosa di teatrale e decadente, sembra davvero uscita da un café-chantant fumoso della Belle Époque, con dentro insieme malinconia, desiderio, illusioni sentimentali e un gusto quasi crepuscolare per il disincanto.

L’aspetto più riuscito è probabilmente la costruzione della voce narrante, che oscilla continuamente tra slancio lirico e ironia amara. Non è un amante romantico puro, anzi, spesso smonta da sé il proprio stesso trasporto:

“Non mi lusinga la poesia, che vanità!”

oppure:

“Tutt'altro, è soltanto un solletico.”

Sono frasi che rompono il tono elegiaco e impediscono al testo di diventare troppo sentimentale, dandogli invece una dimensione umana, quasi stanca, molto interessante.

Anche la figura di Ninì/Nanà funziona bene perché non resta solo musa o femme fatale, ma diventa personaggio, con una doppia identità scenica e popolare. Dietro la cantante parigina emerge la donna dei Quartieri Spagnoli, e lì la poesia cambia temperatura: da decadente francese diventa improvvisamente mediterranea, terragna, nostalgica.

Molto bella la chiusa:

“Nanà la sciantosa dei Quartieri Spagnoli,
bella siccome la notte a Marechiaro.”

Qui arriva finalmente il vero centro emotivo del testo, non Paris, non il mito bohémien, ma la nostalgia di una terra originaria che riaffiora attraverso la voce.

Dal punto di vista stilistico si sentono influenze crepuscolari e decadentiste, con echi di Guido Gozzano, qualcosa del primo Dino Campana, e perfino un gusto da romanza napoletana teatrale. Alcuni passaggi sembrano quasi costruiti per essere recitati ad alta voce.

Funzionano molto:

  • le immagini sensuali non esplicite,

  • il lessico volutamente rétro,

  • le inversioni sintattiche,

  • l’alternanza fra alto e popolare,

  • il continuo oscillare fra verità e recita.

C’è anche un tema forte, sotto la superficie: tutti interpretano una parte. Lei sul palco, lui nella posa del poeta disilluso. E forse il momento più sincero è proprio quando lei dice:

“Io fui, io sono Nanà la sciantosa!”

come se l’identità autentica coincidesse con la maschera.

Poesia ricca, musicale, colta, fortemente visiva, che sembra appartenere a un tempo sospeso fra Naples e Paris, fra nostalgia e rappresentazione, amore e palcoscenico.


Sergio Batildi

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