LA VENERE DORMIENTE, RAOUL BIANCHINI



LA VENERE DORMIENTE, RAOUL BIANCHINI
Raoul BianchiniLa critica D'arte come la vedo io
La Venere dormiente, nota anche come Venere di Dresda, venne vista in casa di Girolamo Marcello da Marcantonio Michiel verso il 1525.Venne commissionata subito dopo le nozze del committente, nel 1507. Nella descrizione del Michiel si cita anche un Cupido, che doveva trovarsi a destra, coperto da un restauro ottocentesco. 

Lasciata probabilmente incompleta alla morte del pittore nel 1510, venne completata da Tiziano negli anni immediatamente successivi, come riportò Giorgio Vasari. Probabilmente a Tiziano fu richiesto di modificare il dipinto perché ritenuto troppo idealizzato, non adatto all'occasione matrimoniale: allora Tiziano inserì particolari che – come il morbido panneggio su cui posa il corpo nudo di Venere – accentuavano l'erotismo della rappresentazione. 
La figura di Venere stata scelta per giustificare le pretese di discendenza della famiglia Marcello dalla Gens Iulia, che nell'Eneide è celebrata come stirpe nata dalla dea. La composizione di quest'opera ebbe un'ampia risonanza innanzitutto a Venezia, dove venne ripresa da Tiziano (la celebre Venere di Urbino), Lorenzo Lotto (Venere e Cupido), Dosso Dossi (Pan e la ninfa), Domenico Campagnola e Palma il Vecchio (Ninfa in un paesaggio). Ispirò poi le generazioni di artisti seguenti, come
Rubens,Ingres o Eduard Manet (Olympia).
Ispirato a gemme antiche, o a rappresentazioni dell'Arianna dormiente o dell'Ermafrodito, la Venere dormiente di Tiziano ispirò un vero e proprio genere, ripreso da altri artisti veneziani. 
Forse si ispirò anche a una figura presente in una delle illustrazioni incise nella Hypnerotomachia Poliphili del 1499. Il dipinto ritrae una donna nuda, languidamente addormentata all'aperto, distesa su un telo bianco e un cuscino coperto da un drappo rosso, sullo sfondo di un paesaggio aperto (le case sono identiche a quelle del Noli me tangere di Tiziano). 
Come hanno confermato le analisi ai raggi infrarossi, Tiziano dovette riparare alcuni danni riducendo il lenzuolo ed ampliando il manto erboso, con l'aggiunta del drappo rosso. 
Sua è anche la massa rocciosa scura dietro la testa della donna, che dà l'idea di un anfratto sotto il quale la donna riposa; inoltre curò il cielo e il paesaggio, che da allora usò come repertorio: si trova identico nel Noli me tangere di Londra e speculare nell'Amor Sacro e Amor Profano. Nonostante il pesante intervento tizianesco, l'invenzione del soggetto è attribuita interamente a Giorgione, che dovette anche aver impostato l'andamento dolce del paesaggio che riecheggia le forme del corpo nudo. Sottili implicazioni erotiche si trovano nel braccio alzato di Venere e nel posizionamento della sua mano sinistra sul suo inguine, che riprende la posa della Venus pudica, sebbene aggiornandola a una posizione distesa. 
Si tratta però di un'atmosfera misuratamente sensuale e sognante, ben diversa dalle interpretazioni che daranno gli artisti successivi del tema, dove la donna ben sveglia si rivolge spudoratamente allo spettatore, esibendo apertamente la propria nudità, a volte senza neanche il gesto di coprirsi pudicamente. 
Inoltre la Venere completata da Tiziano si distingue per la "brevità poetica", ovvero la capacità di condensare il significato mitologico in pochi attributi essenziali, ridotti a un messaggio di immediata e durevole presa emozionale suscitata dal nudo idealizzato, che non esclude però l'allusione a significati più complessi. 
In altre raffigurazioni successive invece si perderà questa selettività di riferimenti, simbolici, arricchendosi di molteplici segnali iconografici. Attraverso la purezza formale della sua figura quindi, Giorgione trasfigura tale posa forzata del braccio in un gesto di rilassatezza e quiete. 
La sua innaturalezza non incrina minimamente la perfetta armonia della figura le cui forme sinuose ed allungate di gusto ancora gotico trovano eco nei profili del paesaggio. È una figura che ha la "quieta semplicità", per usare le parole di Winckelmann, delle figure classiche, senza essere classica sia nelle proporzioni allungate che nella posa un poco artificiosa del braccio. 
Un'iconografia la cui classicità ci fa sorprendere di come, secondo quanto ricorda opportunamente Clark, "nessuna opera famosa dell'antichità abbia per soggetto una figura di donna nuda sdraiata, sebbene la si trovi talvolta agli angoli dei sarcofagi bacchici". 
In questo senso, allora, si può ripensare anche alla perentoria affermazione del grande Bernard Berenson che nel parlare del maestro di Castelfranco afferma come "sarebbe effettivamente difficile dire di Giorgione qualcosa più di questo: che le sue opere sono il limpido specchio della Rinascenza alla sua altezza suprema". È questa una delle magie dell'arte giorgionesca, sospesa tra antico e moderno, in cui forma quattrocentesca e sensibilità cinquecentesca si fondono in un equilibrio tanto affascinante quanto sottile.
Raoul Bianchini

05/07/15-(diritti riservati)

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