Gordon Brown: Esiste un modo per mettere al bando i paradisi fiscali, e io personalmente dirò ai leader mondiali come fare (The New Statesman UK)
by francogavio
Il noto politologo statunitense democrats Robert Reich nel suo settimanale video “Resistance Report”, oltre a dipingere gli scenari politici americani, nelle sue conclusioni consiglia spassionatamente ai suoi 150.000 visitatori che, non solo nell’agire politico ma anche nel comprendere la politica, bisogna sempre “connect the dots”, cioè “connettere o collegare i punti”.
Questa comune forma idiomatica inglese si può tradurre in italiano con l’espressione “valutare con uno sguardo onnicomprensivo”.
Il non farlo, sostiene l’accademico di Berkeley, preclude sia al cittadino elettore il vagliare con accuratezza le offerte politiche, sia all’attore delle proposte l’agire con scrupolo e onestà intellettuale. Non sappiamo se il suo “connecting the dots” abbia avuto una sua influenza nel far deragliare la riforma sanitaria di Trump.
Però, l’unica cosa di cui siamo certi è il fatto che Reich abbia utilizzato più volte questa espressione idiomatica per concorrere a “salvare” l’Obama-care. In quel caso specifico, “connecting the dots” significava per Reich che entrambi i protagonisti del teatro politico (elettori, candidati e rappresentanti istituzionali) non devono prendere come oro colato alcune supposte considerazioni miranti a giustificare la drastica riduzione delle risorse in materia di sanità pubblica come soluzione di per sé ineludibile.
Sentiamo spesso parlare, affermava l’ex ministro del governo Clinton, di una presunta inefficacia dell’offerta pubblica in questo settore rispetto a quella privata, di un inarrestabile invecchiamento della popolazione, di una “dispersione” eccessiva dei presidi sanitari.
Motivazioni di natura statistica e microeconomica che apparentemente scagionerebbero quei partigiani (sinceri o meno) dalla colpa di essere sempre frettolosamente proni verso la non procrastinabile “razionalizzazione” della spesa, spesso intesa come “opportuno” bilanciamento tra costi e benefici.
Sennonché, arguisce Reich, quelle stesse autorità istituzionali che perorano l’inevitabilità tecnica di certe soluzioni “restrittive” dovrebbero altresì sapere che i ricchi cittadini americani nascondono più di 2 trilioni di dollari (2.000 miliardi) nei paradisi fiscali, i quali se fossero stati legalmente tassati, il resto della popolazione potrebbe godere di una rete di protezione sanitaria pubblica d’eccellenza, meglio di quanto lo sia attualmente l’Obama-care.
I politici in buona fede dovrebbero iniziare a “connecting the dots”, ossia ad agire nell’interesse collettivo, anziché ripetere querule cantilene; invece, coloro in mala fede non sarebbero altro che dei lestofanti come Trump. A supporto di Reich, interviene sull’altra sponda dell’Atlantico una figura assai conosciuta nel panorama socialdemocratico internazionale: l’ex PM inglese Gordon Brown. Il quale, forse per non avere sufficientemente “connected the dots” in materia di sanità pubblica (NHS) nel suo lungo sodalizio con Blair, avendone di conseguenza pagato una sconfitta cocente, fa un po’ ammenda del suo passato e oggi approda alle stesse conclusioni del politologo democrats americano.
There is a way to outlaw tax havens – and I’ll personally tell world leaders how to do it
If a million people sign my open letter to Argentine President Mauricio Macri, chair of the G20, I will personally deliver it to him.
By Gordon Brown
Otto anni fa, in occasione di un vertice del G20 a Londra, cercai di porre fine all’iniquità dei paradisi fiscali globali. Ma, come dimostrano la fuga di notizie sui Paradise Papers, trilioni di dollari stanno ancora sfruttando le nuove scappatoie nei luoghi più rarefatti dell’economia globale per evitare di essere tassati. Una delle ingiustizie più grandi dei nostri tempi è quella di permettere ai più ricchi di rimanere esclusi, mentre il resto di noi (contribuenti) paga per la salute, l’educazione e la protezione per i più vulnerabili.
Ma ora abbiamo la possibilità di fermarla attraverso un accordo internazionale che metta al bando i paradisi fiscali e imponga sanzioni, multe e condanne detentive per coloro che li gestiscono. Ecco, perché oggi ho appena lanciato una petizione globale dalla piattaforma online Avaaz, che esorta un’immediata azione internazionale contro lo scandalo dei paradisi fiscali.
Se un milione di persone firmerà la mia lettera aperta al Presidente argentino Mauricio Macri, Presidente del G20, la consegnerò personalmente, chiedendo al lui e ad altri leader del G20 di terminare il lavoro che abbiamo iniziato nel 2009.
Le aziende cercheranno sempre di minimizzare la loro fattura fiscale. I governi, a loro volta, devono dimostrare pari acume e perseveranza tenendo il passo. L’attività economica dovrebbe essere tassata dove si manifesta. Con una stima di 7 trilioni di dollari nei paradisi fiscali, affrontare questo indebito trasferimento – e il suo “cugino” criminale, l’evasione (domestica) – è da reputarsi fondamentale per affrontare la disuguaglianza.
Sulla scia della crisi finanziaria, abbiamo fatto qualche avanzamento in materia d’evasione fiscale quando abbiamo concordato, sia una lista nera di paradisi fiscali non rispettanti le norme internazionali per lo scambio di informazioni fiscali, sia la decisione di proporre nuovi standard globali per lo scambio automatico delle informazioni fiscali, tra cui una maggiore trasparenza su chi detiene effettivamente la proprietà di aziende e di trusts. Questo proposta è stata finalmente approvata nel 2013 al G8 di Lough Erne, Irlanda del Nord.
Mentre la maggior parte dei paesi l’hanno rispettata – il Regno Unito riceverà un resoconto [calibrato] paese per paese da parte delle multinazionali – l’America, sebbene concordi sul fatto di richiedere informazioni fiscali da altri paesi, rifiuta categoricamente ogni reciprocità. [A tal riguardo], abbiamo scoperto che lo stato del Nevada era l’ottavo più citato paradiso fiscale nei Panama Papers.
I paradisi fiscali sono numerosi, e mentre la Gran Bretagna si prepara a uscire dall’Unione Europea, alcuni esponenti di destra hanno suggerito che il paese dovrebbe diventarne uno. Ciò esacerberebbe le tensioni con i nostri più vicini confinanti, allargherebbe il divario di reddito che sussiste fra l’1% e il resto della popolazione britannica, e ci priverebbe in futuro delle risorse che abbiamo indubbiamente bisogno – e che il Labour rivendica nei confronti del governo – per i nostri servizi pubblici, e per l’NHS (Servizio Sanitario Nazionale).
Senza azioni intergovernative coordinate per riformare la supply chain industriali – e [la possibilità] di fissare norme e standard fiscali per ambiente e lavoro – il prezzo della nostra aperta economia globale sarà inevitabilmente l’insicurezza economica e sociale per milioni (di lavoratori).
L’ascesa dell’estrema destra nei paesi di tutto il mondo mostra perché non possiamo permetterci d’ignorare le attuale più evidenti ingiustizie che affliggono l’economia mondiale, e questo scandalo ci offre la possibilità di affrontare una delle più grandi.
Non sprechiamo questa occasione.
The Avaaz petition is available here. A more in depth discussion of clamping down on tax avoidance is available in Gordon Brown’s new book, My Life, Our Times, published by Penguin.

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