GRUPPO DIVERSI E POETI - IL CARILLON by Giuseppe Guaragna & Silvia Cozzi

GRUPPO DI.VERSI E POETI- INSOMNIA
Da un’idea di Giuseppe Guaragna & Silvia Cozzi. Poesie, prosa e racconti a tema di  35 autori.
IL CARILLON-GIUSEPPE GUARAGNA & SILVIA COZZI (RACCONTO A QUATTRO MANI)
Erano passati trent’anni e gli pareva ieri.
Ne aveva sentito il richiamo forte, ineludibile, come il marinaio ode il richiamo del porto dove sarà al sicuro dal fortunale che sente arrivare.
Ed ora eccolo lì, di fronte alla vecchia casa di campagna che emanava un’aura di abbandono coi suoi muri scrostati, che mostravano i segni di anni di tinteggiature diverse e contrastanti, festoni di ragnatele a decorare i muri esterni e gli impianti sicuramente inutilizzabili.
Quello che era stato un meraviglioso giardino, orgoglio di più d’una generazione di donne, con i suoi preziosi rosai, i rampicanti a ricoprire e disegnare un delicato gazebo con le improbabili cromie delle buganvillee accostate all’azzurro del plumbago e all’arancio della bignonia. Il vecchio e profumatissimo glicine e le aiole sempre fiorite, fosse nel tepore della primavera o nel pieno gelo dell’inverno, le mimose e i tigli, s’erano inselvatichiti per mancanza di cure e potature, al punto da trasformarsi in una impraticabile e impenetrabile boscaglia preda dei rovi sui quali spiccavano le ultime more.

Riuscì con uno sforzo notevole, e l’uso di tanto olio lubrificante, ad aprire la porta con la vecchia chiave che aveva sempre conservato come rappresentasse l’ultimo legame con il tempo in cui la felicità non era una chimera ma un legittimo desiderio, e la vita aveva ancora tutte le sue offerte nel paniere.
Anche il grande ingresso era stato invaso dalle ragnatele e lo zampettio che pareva precedere ogni suo passo, non poteva che essere attribuito agli onnipresenti, maledettissimi topi, capaci di distruggere tutto ciò che era masticabile e di nidificare nei posti più impensabili.
La mobilia, coperta da uno strato di polvere ormai calcificata, emanava un odore di fungaia e fiori marci.
Prima che il sole tramontasse, in un capanno miracolosamente indenne dallo sfacelo imperante, Andrea trovò un vecchio lume a petrolio e una buona scorta di combustibile. Avrebbe passato la notte lì, nella vecchia casa di campagna.
Salito al primo piano, trovò che la camera da letto poteva essere usata anche se, tolte le coperte, le lenzuola, che ricordava profumate di bucato e di sapone di marsiglia, ora odoravano di muffa.
Avrebbe dormito vestito, non un grande sacrificio per chi ormai da anni dormiva pochissimo, passando le nottate spesso solo con un buon libro tra le mani.
Mentre passava con il lume acceso da una stanza all’altra, l’ombra proiettata sulla parete del corridoio, mise in risalto una sconnessura quadrata, come fosse uno sportello incassato nel muro.
Incuriosito ci battè su con le nocche e nello stesso istante in cui toccò il muro, l’aria si riempì delle malinconiche note di un carillon.
La melodia lo avvolse, struggente, trasportandolo in un'altra dimensione. Per qualche istante rimase sospeso tra sogno e realtà: gli sembrava di averla già sentita quella melodia, in un altro tempo, in un altro luogo.
Come in trance fece pressione con le mani sul tassello che si aprì mostrandogli un portasigarette di radica dipinto a mano. Il coperchio era aperto e al centro di esso piroettavano, dolcemente allacciati, e perfettamente scolpiti, una dama ed il suo cavaliere.
Andrea, con la trepidazione che si riserva alle cose preziose, lo prese tra le mani. Era il carillon di sua madre. E si ritrovò bambino quando, felice di poterlo fare, gli dava la carica e rimaneva incantato a guardare le due figurine danzare al ritmo di Greensleeves. Come mai era stato nascosto nel muro della casa di campagna? E quale segreto poteva mai nascondere un oggetto tanto bello e raffinato?
Non ne capiva la ragione, ma sentiva che c’era qualcosa di inquietante in quella scatola di radica. Qualcosa che pur affascinandolo, gli causava una forte sensazione di malessere. Si diresse verso il vecchio letto portando il carillon con se.
Ormai era calata la notte e la luce emanata dal lume a petrolio, adesso, sembrava dipingere sinistri fantasmi sul muro.
Si sdraiò facendo cigolare le molle arrugginite del letto, posò il carillon sul comodino, e mentre cercava di riflettere sull’accaduto, cullato dalla melodia che continuava ad espandersi nell’aria, si addormentò improvvisamente di un sonno agitato e pervaso da incubi angoscianti.
Nel sogno vide la casa di campagna in tutto il suo passato splendore. Sua madre, giovane e bella si stava pettinando davanti allo specchio della sua stanza, i lunghi capelli corvini le incorniciavano il viso; indossava una camicia da notte di seta verde come i suoi occhi di giada. Il carillon era poggiato sulla mensola vicino allo specchio.
Improvvisamente, come per una folata di vento, la porta si spalancò lasciando entrare un uomo.
- Ginevra sono venuta a prenderti, devi venire via con me. Io ti amo troppo per permettere che la vita ci divida, vestiti e andiamo, prima che rientri tuo marito.-
- Cosa ci fai qui? Gianni - rispose la donna - non posso, ne abbiamo già parlato. Devi rassegnarti, è stato bello, io ti ho amato tanto ma adesso è finita. E poi c’è Andrea, gli voglio troppo bene per sradicarlo dalle sue abitudini, dalla sua casa, da suo padre. Sai che non potrei mai lasciarlo e adesso vattene che mio marito potrebbe rincasare da un momento all’altro e mio figlio svegliarsi.-
L’uomo si avvicinò a sua madre con fare minaccioso.
-Bugiarda, sei una puttana bugiarda! Ti sei voluta divertire e adesso mi getti via come uno straccio.-Disse con gli occhi iniettati di sangue.
Ormai fuori di se e perso ogni controllo, le afferrò il collo. Mentre le mani di Gianni la stringevano sino quasi a soffocarla, Ginevra riuscì ad afferrare il carillon di radica e lo colpì sulla tempia con tutta la forza rimastale. L’uomo stramazzò per terra agonizzante, in una pozza di sangue che si espanse sul pavimento. Ginevra sconvolta cercò di riprendere padronanza di se e vide sull’uscio Andrea che la guardava terrorizzato. Aveva assistito a tutta la scena. Alle spalle di Andrea si stagliava la figura imponente di suo marito Luca. La donna scoppiò in lacrime.
-Luca! Mi avrebbe uccisa, io non volevo, non volevo! E’ certamente un pazzo, non so cosa cercasse. Forse violentarmi o derubarmi, mi sono dovuta difendere, Luca! Ho dovuto.-
- Stai calma Ginevra- rispose l’uomo- pensa al bambino, non è successo nulla, sistemo tutto io.-
Andrea si svegliò di soprassalto scosso da brividi che non erano di gelo, la gola asciutta, la bocca arsa.
Finalmente l’incantesimo si era spezzato, adesso ricordava tutto. Il suo inconscio lo aveva difeso rimuovendo l’accaduto per tanto, troppo tempo.
Da quel giorno di 30 anni fa, aveva cominciato a soffrire di insonnia. Nella casa di campagna non avevano messo più piede e l’oggetto del delitto era stato accuratamente occultato.

Mentre il carillon continuava a suonare la sua melanconica melodia Andrea, finalmente in pace con se stesso, si perse in un pianto liberatorio.


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