Il punto ● Marco Ciani
L’espressione società aperta fu introdotta per la prima volta da Henri Bergson nel 1932, quando pubblicò “Le due fonti della morale e della religione”. Secondo Bergson, una delle fonti dell’etica è tribale, mentre l’altra è universale. La prima dà origine alla società chiusa, la seconda a quella aperta.
Il concetto venne sviluppato ulteriormente da Karl Popper. Egli sostenne, nel suo testo più celebre, “La società aperta e i suoi nemici”, che la società aperta è minacciata da quelle visioni del mondo che asseriscono di possedere la verità. E diede al concetto di società aperta un fondamento epistemologico: la nostra comprensione intrinsecamente imperfetta.
In parole semplici Popper proponeva un modello di società fondato sulla libertà, la democrazia, lo stato di diritto, i diritti umani, la giustizia e la responsabilità sociale intese come idee universali. In pratica, la democrazia liberale.
A conclusioni compatibili, per altre strade, giunse un altro grande pensatore politico del ‘900, John Rawls. Se prima di nascere, non sapendo quale sarà il nostro status (cioè se saremo ricchi o poveri, intelligenti o stupidi, bianchi o neri, etc.), dovessimo decidere un modello di società desiderabile, probabilmente sceglieremmo quello tra i tanti mondi possibili dove le disuguaglianze sono ridotte al minimo e quelle esistenti accettate unicamente in funzione dei benefici che possono arrecare ai più svantaggiati. Questo esperimento mentale nel quale ci si immagina di non sapere come e dove nasceremo è noto come “posizione originaria” e viene descritto nel saggio “Una teoria della giustizia” del 1971.
Se infatti ci toccasse in sorte di essere partoriti, ad esempio, in un paese in guerra dal quale fuggire, saremmo costretti a sperare che qualche stato più fortunato ci accolga, anziché sbatterci la porta in faccia. Si tratta in sostanza di immaginarsi nei panni di ciascuno dei possibili attori nei quali potremmo incarnarci a seconda di dove saremmo concepiti.
La sintesi di queste idee ci portano a quel tipo di società che nel titolo abbiamo definito, aperta, plurale, inclusiva. Potremmo aggiungere anche tollerante, eccezion fatta che per la violenza. Non si può essere comprensivi con i violenti.
Perché allora le spinte alla disgregazione, alla chiusura, all’isolamento simboleggiato dai nuovi muri e dalle vecchie frontiere, che si vorrebbero mettere o rimettere per impedire gli spostamenti delle persone, risultano così forti?
Certamente esiste una componente economica. La recente globalizzazione (ce ne sono state altre meno conosciute in passato) ha prodotto cambiamenti radicali nel modo di vivere dei popoli. Da un lato essa ha costituito un formidabile veicolo di “fuga”, per usare l’espressione del premio Nobel per l’economia 2015 Angus Deaton, affinché miliardi di individui nel mondo si allontanassero da una condizione di fame e di malattia. Pensiamo ai progressi di Cina, India ed economie emergenti. Dall’altro ha messo in crisi consolidati rapporti di produzione in Europa e America, impoverendo e rendendo precarie in particolare le classi medie dei paesi evoluti, mentre i ceti più benestanti vedevano esplodere i loro patrimoni.
In realtà, il rimescolamento di ricchezza al quale assistiamo accade non tanto e solamente perché il capitale industriale e finanziario risulta libero di muoversi (quasi) a piacimento nei quattro angoli del pianeta. Nel processo storico in atto con le relative ricadute, un ruolo fondamentale è svolto dall’evoluzione tecnologica e scientifica che, purtroppo, tende a penalizzare in modo determinante le professioni mediamente qualificate. Quelle cioè che contraddistinguevano in tempi recenti la maggioranza della popolazione.
Per questo problema una soluzione sostenibile per i lavoratori e per le aree più fragili deve essere trovata. Se vogliamo preservare la coesione della società. Da qui la reazione veemente e sottovalutata, fino agli ultimi sconvolgimenti, degli elettorati occidentali contro le rispettive classi politiche. Rivolta che ha registrato finora le sue più clamorose affermazioni con la Brexit e l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.
Ai fattori economici e tecnici, si aggiunge il tema delle migrazioni. Argomento che più di altri suscita antichi retaggi. Gli istinti “tribali”, per tornare a Bergson, inducono parti crescenti di opinione pubblica a riaffermare la propria identità contro le minacce del mondo, il cui simbolo più potente per l’immaginario collettivo è rappresentato dagli sbarchi di gente che fugge dalle guerre, dalle persecuzioni o dalla povertà (spesso dipinti come invasioni), ovvero dal contatto con culture e tradizioni diverse dalle nostre.
Il contraccolpo che investe e si diffonde tra i paesi sviluppati è la chiusura, anche in quanto reazione alla minaccia terroristica, enfatizzata ad arte ed additata quale capro espiatorio ben al di là delle sue implicazioni reali. Il ritorno indietro. All’epica della nazione, «Una d’arme, di lingua, d’altare, / Di memorie, di sangue e di cor», come declamava Alessandro Manzoni nell’ode Marzo 1821. Il pendolo della storia sembra invertire la sua marcia.
Insomma, la regressione come antidoto all’insicurezza.
Ma è veramente questo il mondo e il futuro che desideriamo per noi e i nostri figli?
Noi pensiamo di no. Non sono queste le nostre radici. Non è questa la nostra storia.
Se esiste un motivo di orgoglio per gli europei, una conquista della quale andare fieri, pur in mezzo a un elenco interminabile di crimini e follie, consiste nell’aver promosso l’evoluzione dell’umanità verso valori universali generalmente accettati.
Considera gli altri come fine, non come mezzo; agisci sempre come se stessi promulgando una legge universale; e fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te: sono gli imperativi categorici, mirabilmente sintetizzati da Immanuel Kant, dai quali scaturiscono i principi di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà.
Tali valori costituiscono il deposito di 2.500 anni di riflessione in Occidente: la filosofia greca, la concezione romana del diritto, la teologia cattolica (dal greco kata olos, cioè universale), il pensiero illuminista, le dichiarazioni dei diritti dell’uomo, l’internazionalismo liberale e poi socialista, l’affermazione della democrazia costituzionale, del suffragio universale, della giustizia sociale e, da ultimo ma non meno importante, dei diritti civili.
La corrente principale della nostra tradizione, mille e mille volte contrastata da forze disgregatrici, va nella direzione dell’integrazione. O dei ponti (come il Meier di Alessandria, nella fotografia in alto), se vogliamo utilizzare un’immagine simbolica, evocata più volte anche da Papa Francesco. «Nell’ essere cittadino dell’universo – affermava Bertrand Russel – consiste la vera libertà dell’uomo, e la sua emancipazione dalla schiavitù delle meschine speranze e timori».
Certo, rimane molto da fare per migliorare i processi alla base delle difficoltà attuali, e molto da lavorare per rimediare alle nostre società intrinsecamente imperfette. Ma sempre migliorabili e proprio per questo aperte. Siamo però certi che la soluzione non è, non può essere, far rivivere il passato (che non torna mai in forma identica), come gli Ebrei nel deserto del Sinai che durante l’esodo verso la Terra Promessa rimpiangevano le cipolle di cui si nutrivano in Egitto.
Oggi la tentazione di ripiegarsi su se stessi è rappresentata dalla ricomparsa del protezionismo, unito alla discriminazione su base nazionale, etnica, religiosa. Si tratta di falsi rimedi destinati, qualora realizzati, a far precipitare il mondo attuale, contraddistinto da catene del valore di tipo globale, nel caos economico e politico, e ad incrementare esponenzialmente i rischi per la stabilità e la convivenza pacifica.
Tentare di bloccare il commercio internazionale e gli spostamenti, con la scusa del pericolo esterno, è infatti un grave errore che, qualora realizzato, finirebbe per ridurre la ricchezza complessiva mondiale, con grave pregiudizio soprattutto per le classi sociali più deboli, e per innescare una spirale di reazioni improntate all’innalzamento dei livelli di scontro. Nella migliore delle ipotesi entreremmo in una nuova crisi economica e forse non solo economica.
Chi crede nell’unità del genere umano deve battersi per rendere il mondo un posto migliore e per difendere, pur con le necessarie riforme e garanzie, anche per la sicurezza dei popoli, la globalizzazione, la libertà di circolazione delle persone, gli scambi economici e culturali, l’equità sociale, le istituzioni sovranazionali, in primis per quanto ci riguarda, l’Unione Europea, la NATO e l’ONU. Dobbiamo proteggere la democrazia liberale, con la divisione dei poteri ed il sistema di pesi e contrappesi che la contraddistingue, dai suoi pericolosi, e talvolta perfino inconsapevoli, avversari.
Ma affinché il nostro sforzo abbia successo, serve un’iniziativa per unire coloro che hanno a cuore l’etica dell’integrazione. Si rende necessaria la nascita di un movimento trasversale che incoraggi e promuova, al di là delle appartenenze particolari e delle sensibilità individuali, una nuova visione dell’identità, molto diversa da quella annichilente esaltata dai populisti di ogni latitudine, un’identità che, parafrasando il filosofo Remo Bodei, sia «simile ad una corda da intrecciare» dove «più fili ci sono, più l´identità individuale e collettiva si esalta».
Questa è la nostra prospettiva, ciò in cui crediamo, ciò per il quale vogliamo batterci. All’insegna della società aperta, plurale, inclusiva. Affinché ciascuno abbia nel mondo il posto che gli spetta di diritto in quanto uomo, senza bisogno di altri aggettivi.

Commenti
Posta un commento
Grazie per il tuo commento torna a trovarci su Alessandria post