by Maria Cristina Pesce
Riponendo alcuni libri negli scaffali delle mie librerie stracolme, prossime al rigurgito, tanto sono pressati e stratificati, é scivolato a terraL’angelo di Avrigue di Francesco Biamonti. Un segno? Forse. Tanto è che memore di quanto avevo amato questo libro, presa dall’impellente desiderio di rileggerlo ho abbandonato il senso del dovere che mi ‘ordinava’ di riassettare, per sprofondarmi nella rilettura di un libro che ha avuto su di me un forte impatto emozionale. Volevo ritrovare alcuni passi che ormai, dopo tanti anni, erano confusi nelle retrovie nebbiose della memoria.
Una scrittura essenziale e profonda quella di Francesco Biamonti, alla Montale, che mi viene naturale associare ad un altro grande scrittore ligure che ho studiato e amato molto, Camillo Sbarbaro “Scarsa lingua di terra che orla il mare, chiude la schiena arida dei monti; scavata da improvvisi fiumi, morsa dal sale come anello d'ancoraggio; percossa dalla fersa; combattuta dai venti …aromi di selvagge erbe. Liguria, l'immagine di te sempre nel cuore, mia terra..”Poeti dalla potente voce silente ma così viva, pittori di penna di lirici paesaggi, scrittori di profili umani essenziali, di scarne parole.
Il contesto é il paesaggio ligure, il mare, la luce del cielo che la illumina, i profumi marini e silvestri che l'avvolgono, le asprezze dei sentieri scoscesi dell'entroterra al confine con la Francia. Un romanzo che suscita forti emozioni sensoriali con i suoi quadri impressionisti: l’ulivo agitato dalla brezza marina «C’era brezza di mare e qualche bagliore s’aggrovigliava agli ulivi toccati da questa brezza», il paese che domina su una roccia tra sfumature di cielo e di mare, incorniciato dal verde di una vegetazione selvatica, schiaffeggiato dal vento, baciato da una luce dorata di giorno e d'argento la sera. “Una luce radente spianava il mare e lo sollevava nelle insenature; anche al largo esso si alzava sino a cozzare contro il cielo. Un altro mare, d’ombra, scendeva dalle catene rocciose…l’ora viola l’avvolgeva, l’ora della nostalgia tra due mari”.
Una narrazione intrisa della magia dei luoghi sospesi nel tempo, in cui, anche gli uomini sembrano in attesa, del fascino riposante di una quiete profonda, densa di una profonda solitudine che aleggia in tutto il racconto, della dolce malinconia di esistenze piegate dalla fatica di vivere di montaliana memoria e di quella rassegnazione impastata di silenzi che profumano di eterno.
Nell'antico borgo di Avrigue si respira l'odore di salsedine intrecciato al profumo di rosmarino selvatico, a quello della ginestra, dei pini e degli ulivi ma anche a quello della miseria. Un luogo che non regala molte risorse di sopravvivenza, da cui i giovani si allontanano per cercare un lavoro. Terra di confine, un tempo percorsa da contrabbandieri e soldati con vecchie case in pietra, dove in quelle abbandonate, si rifugiano personaggi forse drogati o soltanto ambientalisti o mistici, un paese abitato da pochi giovani ma da molti vecchi, ancorati ai ricordi di un mondo antico, nostalgici di un tempo passato. Sotto la roccia, vicino, la costa ligure con il suo turismo, il lavoro, il divertimento, il miraggio per la gioventù di una vita che scorre, piena, emozionante.
La voce narrante é di Gregorio, un marinaio che ritorna dopo un lungo viaggio sul mare al suo paese natale, nella sua casa, per recuperare la pace della terraferma, “saturo d'acqua e lamiera”, per riabbracciare i luoghi delle sue radici e gli affetti. “La collina era irruvidita nel lungo tramonto. La notte non riusciva a toccare gli ulivi soprani trasformati in vaste farfalle nere. Era arrivata una di quelle tristissime sere in cui sul mare si sentiva lo stridio del ferrame”. Una bella figura Gregorio, un marinaio che ha studiato il latino, che non giudica, una testa 'pensante' dal profondo senso umano, comprensivo ma anche inquieto “Hai già lo sguardo perduto dei vecchi marinai. Non si capisce mai cosa cerchino”. Diverse figure femminili animano la vita nel borgo, Ester, dall'andatura elegante e sciolta, dolce e accogliente ma anche determinata, legata affettuosamente a Gregorio, ma che alla fine lascerà con una lettera di addio “Tu sei sempre stato gentile, ma non ho mai trovato il costante tepore a cui mi ora mi voglio aggrappare”. C'é Martine, la madre di Jeanne Pierre, confusa e impietrita dal dolore per la perdita del figlio con cui aveva un rapporto conflittuale, la sua protettiva amica Lawrence, appassionata giocatrice di Casinò, divorata dal desiderio di un’ingente vincita provocata non tanto dal bisogno ma dalla sfida con il destino. Bello anche il profilo umano del parroco del paese, “...sembrava molto impressionato, non era vago e sbrigativo di fronte alla morte”, così diverso dal cameriere del bar dell'olandese, con le sue approssimazioni e i suoi pregiudizi.
La struttura narrativa si snoda in dialoghi che sembrano quasi mormorati e sospesi, in silenzi di attese che accompagnano le riflessioni di Gregorio sulla morte di Jeanne Pierre. Una morte accidentale, provocata o un suicidio? Un romanzo non recente, dalla scrittura essenziale, ermetica, ricca di pause, che suscita straordinarie emozioni, in cui la descrizione della luce e del paesaggio é autentica poesia che parla all'anima.

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