Renzi, l’Innominato e il Grillo
Franco Livorsi http://www.cittafutura.al.it/
Una delle qualità fondamentali di chi faccia politica è la capacità di previsione. E’ vero che la vita, e quindi anche la storia, ci sorprende sempre, con variazioni imprevedibili. Come mostrano i tanti sondaggi falliti e le svolte storiche non messe in conto o sottovalutate quando arrivavano. Ma ciononostante molte cose macroscopiche, sebbene non tutte, si possono comprendere in anticipo (con altissima probabilità di azzeccarci). Ad esempio si può capire in anticipo che se nel prossimo referendum costituzionale i no prevarranno sui sì in modo macroscopico, più o meno 60 a 40, il “renzismo” sarà finito tanto a livello di Governo che di Partito. Ma se i no, com’è molto più probabile, prevarranno per un milione di voti o meno, diciamo 52 a 48 dal più al meno (o persino 55 a 45) i militanti e simpatizzanti del PD che vedranno perdere il loro Partito e sfumare il Governo - evidentemente per molti anni - diranno immediatamente che il 2 o fosse pure 4% mancato è stato dovuto ai compagni dissidenti, cui qualunque osservatore attribuirà almeno la quota relativamente piccola mancata per vincere. Accadrà (o accadrebbe) persino se Renzi non lo volesse. Ma il politico scafato, nonché fiorentino, lo vorrà. Dirà subito che la minoranza aveva detto che in caso di modifica dell’Italicum avrebbe votato sì; che lui aveva dato tale disponibilità a modificare la legge elettorale a lui più cara, mettendo in campo addirittura i capigruppo di Camera e Senato, il suo Vice e il Presidente del Partito, eccetera, ma che “a quelli là” non è bastato. (E ciò benché per me la rinuncia al secondo turno elettorale, che fa parte del famoso documento della Commissione citata, sia insensata). Ossia Renzi dirà la verità. Già la dice.
Io vedo le cose da indipendente (parziale quanto si vuole, perché sono “renziano”). L’idea che una minoranza interna, con scelta che non ha precedenti in tutta la storia della sinistra italiana ed europea, possa fare campagna elettorale contro proposte da essa stessa votate tre volte in Parlamento, votate più volte dalle Camere, sanzionate più volte in Direzione, e poi, in caso di sconfitta, ricevere una bella pacca sulle spalle dai compagni che hanno a cuore le sorti e la leadership della propria parte politica, non mi pare ingenua: mi sembra bambinesca.
I compagni della cosiddetta “Sinistra” avevano una bella via d’uscita onorevole dal cul di sacco in cui si sono cacciati, che avrebbe fatto il gioco di Renzi, ma anche il loro. Avrebbero potuto dire: “Avevamo chiesto la modifica dell’Italicum per votare sì. Questa c’è stata a un livello molto autorevole, Chiediamo di blindare l’accordo raggiunto nei gruppi parlamentari e in Direzione. Dopo di che votiamo sì e anzi ci spendiamo per farlo prevalere”. Ma l’odium politicum e la volontà di far fuori il preteso “rinnegato” di turno sono prevalsi. Solo Gianni Cuperlo, in quella Sinistra, si è giocato questa carta, e avendolo fatto sarà in ogni caso il leader della Sinistra che resterà nel PD, o accanto a Renzi, per dislocarne le posizioni in avanti, oppure al suo posto nel caso, improbabile, in cui le due parti del PD vadano a un compromesso (in tal caso lui sarà il “dopo Renzi”). Invece è stato quasi trattato da traditore dai suoi, che avrebbero dovuto salire su quella zattera. Quelli della cosiddetta Sinistra, se avessero le antenne che lavorano bene dovrebbero augurarsi la vittoria del sì, dopo la quale la via dell’onorevole conciliazione sarà del tutto possibile. Ma non hanno né il coraggio né la saggezza di farlo. Altrimenti avrebbero seguito Cuperlo, senza gelosie o ripicche poco sagge.
La minoranza del no del PD ora ostenta “buona volontà”. Vorrebbe spegnere i fuochi polemici perché non ha nessuna voglia di dover scegliere tra emarginazione politica (ed elettorale) e scissione, ben sapendo che poi gli scissionisti formano il solito partitino del 3 o 4%, tanto più che in Italia il voto di protesta è ampiamente egemonizzato da un movimento di giovani non compromesso - né nel bene né nel male - con il passato: quello di Beppe Grillo, che ormai è dato per vincente alle prossime elezioni politiche. Lo era già prima della vittoria di Trump in America. Figuriamoci ora, tanto più se prevarrà il no.
La tattica di D’Alema e degli altri soliti generali dai piani astuti e dalle disfatte certe, consiste nel dire che Renzi deve restare Presidente del Consiglio anche se vincerà il no: il che per loro vuol dire - e l’hanno detto più volte - che invece dovrebbe fare il piacere di dimettersi da segretario del PD. Sono i soliti conti dell’assurdo e “senza l’oste”, propri di una corrente che dall’inizio del 2013 in poi ha dimostrato di essere ormai staccata dalla realtà, pur avendo fatto tante cose buone prima. Infatti non solo è ovvio che Renzi si dimetterà da Presidente del Consiglio sul piano formale, ma che almeno sino alle elezioni si dimetterà anche su quello sostanziale. Se non è un politicante da strapazzo (e certo non lo è). Un politico che cerca di modificare 47 articoli della Costituzione, ci riesce, ma poi è bocciato, anche di misura, dal popolo sovrano, deve passare la mano come capo del governo, e non accettare il reincarico. Governino gli altri, anche col voto del suo Partito (e sarà già un sacrificio, pur necessario, darlo). Ma, si dirà, è proprio come capo partito che ha fallito. “A causa vostra, come si dimostra matematicamente”, si replicherà da parte sua e dei suoi. “Prima ci avete fatto perdere e ora vorreste anche riprendervi il Partito.” Il riprenderselo sarà difficilissimo. Senza averlo affatto voluto - ma quasi nessuna scissione è mai stata voluta – rischieranno fortemente di ritrovarsi in un gruppo del 4%, probabilmente con Sinistra Italiana, che potrà arrivare al 5 la prima volta. Ma credo che in gran parte non faranno neanche questo perché ben pochi, in tempi come questi, vorranno fare una scelta così contraria al loro DNA politico, non scissionista, oltre che alle legittime aspirazioni elettorali dei “capi”. Molti staranno già meditando sui vantaggi dell’andare a Canossa, per quanto sia difficile ormai farlo con un minimo di dignità. Nel segreto della cabina elettorale, dove Dio li vede e D’Alema no, spereranno che vincano i sì. Pur non potendo dirlo neanche al gatto. E magari accadrà. Il sì potrebbe essere la sorpresa, per me assai gradita, la sera del 4 dicembre. E’ assolutamente possibile, ma è ragionevolmente improbabile.
Se “i sinistri” fossero minimamente ragionevoli dovrebbero sperarlo anche perché gli scenari che si apriranno a livello di governo in caso di vittoria del no saranno fatalmente desolanti, e ben indigesti per tutta la base dei militanti ed elettori convinti del PD. Leggo sulla “Repubblica” di oggi (14 novembre 2016) un articolo molto ampio di Massimo Giannini: “Bankitalia e il referendum: l’importante è fare le riforme”, o, com’è ulteriormente intitolato l’ampio pezzo a tutta pagina a p. 7, “Bankitalia e l’incognita delle urne. ‘Chiunque vinca, riforme da fare’”. In forma indiretta ci dà l’autorevole punto di vista del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco (che io considero “l’Innominato”, nel senso però di convitato di pietra, della partita). Il succo è che i mercati mondiali sono preoccupati per le conseguenze che avrà una vittoria del no, ma che lui giudica la preoccupazione eccessiva (e lo dice ai colleghi). Le riforme fondamentali, come quella per cui solo la Camera dà la fiducia ai governi, dovranno seguitare (e il voto degli elettori non avrà contato un cavolo?). Lo spread e i titoli perdono colpi e ci sono dieci banche italiane da salvare. “Also sprach Visco” secondo Giannini. Bene, vi faccio una piccola previsione, che tra un mese potremo verificare o smentire. Visco è già in pista e sarà il Presidente del Consiglio proposto dopo Renzi in caso di vittoria del no. Potrà essere, e credo lo sappia (a quel che evinco), l’uomo ritenuto necessario per rassicurare i mercati, cioè il capitale finanziario europeo e mondiale (“il collega” al potere, insomma), dopo la caduta di Renzi. Sarà lui o uno come lui (ma lui è il più probabile, e già socchiude l’uscio e lo fa capire). Così coloro che ce l’hanno a morte coi banchieri saranno riusciti a portare o riportare il capo dei banchieri al potere. Dopo di che “la gente”, sempre più arrabbiata, o nella primavera-estate 2017 o più probabilmente nel 2018 farà vincere Grillo con molti voti. Se a vincere dovrà essere una coalizione, Grillo stesso dovrà accentuare, nel suo trasversalismo costitutivo (un po’ di sinistra e un po’ l’opposto, da “Podemos” a Trump), il legame con la destra. Non potrà né vorrà farlo col PD, che è il suo solo e vero competitor, per cui la probabilità che o in modo esplicito (per accordo) o implicito (per convergenza sui temi), il blocco del M5S col movimento o con idee di Salvini diventi un dato di fatto è altissima. Così, contro il PD di Renzi, si sarà riusciti prima a portare al potere un grande banchiere, oltre a tutto con Berlusconi e “Forza Italia” sicuramente “dentro”; e poi, a furor di popolo, un Grillo necessariamente spostato a destra, e comunque capo di un movimento quasi acefalo, senza un’élite del potere minimamente adeguata a governare. Tutto ciò mi pare di un’intelligenza diabolica. O no?

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