Il tramonto del "maggioritario", Filippo Boatti

Il tramonto del "maggioritario"
Il nuovo leader del Labour Party britannico, Jeremy Corbyn, gode di una solida maggioranza sia fra i membri del partito che fra i militanti, fra gli eletti nei consigli comunali come nelle Unions, ma viene messo in discussione dal gruppo parlamentare che lo sfida in un nuovo congresso dopo averlo messo in minoranza (sempre e solo nel gruppo parlamentare) candidando contro di lui l ‘ improbabile
Owen Smith (vai avanti tu che mi viene da ridere: sono improbabili, per ora, tutti i suoi sfidanti, ma il vecchio establishment post-blairiano punta almeno per ora, in mancanza di un vero “campione”, al logoramento progressivo di Corbyn) dopo il ritiro della prima sfidante, Angela Eagle.
Certo Corbyn è un politico esperto, sempre rieletto nella sua circoscrizione. Ma rimane un outsider che non fa parte dell ‘ establishment tradizionale del partito, e questo preoccupa un ristretto circolo post-blairiano oggi molto nervoso, che teme il giudizio del mondo finanziario come si temeva nell ‘ antichità il fulmine di Giove. La divinità finanziaria si mostra accigliata per la popolarità di Corbyn e delle sue posizioni, e i think tank liberisti vedono come il fumo negli occhi il rischio di rimettere il partito nelle mani delle Unions (che in realtà sono i suoi legittimi e storici proprietari) e di una base popolare diffidente verso tutto ciò che è assimilabile a questa ristretta cerchia annidata nel gruppo parlamentare (Parliamentary Labour Party o PLP) che, come gli antichi augures romani o gli aruspici etruschi, scruta con ansia i segni della divinità finanziaria corrucciata.

I PLP attendevano solo l’ occasione propizia, un pretesto qualunque per mettere in discussione Corbyn, gli hanno così addossato, assurdamente, le colpe della “Brexit”, causata in realtà con ogni evidenza dalle follie e dalle lotte intestine del partito conservatore. In questo modo i PLP si mettono anche contro i propri “costituencies”, cioè i membri del partito e gli elettori della circoscrizione in cui sono stati eletti, che in larghissima maggioranza sostengono Corbyn. Se perderanno di nuovo il congresso, come è assai probabile, rischiano la “riselezione” cioè di essere silurati dai loro costituencies e di non essere ricandidati alle prossime elezioni, con lo scontro con Corbyn che a quel punto diventerebbe al calor bianco e produrrebbe, qualcuno dice, la scissione di un pezzo della destra del partito.
Ma quelli che mettono in discussione Jeremy Corbyn non sono tutti blairiani, anzi. E’ scattato qualcosa. Rovesciando le parti che tradizionalmente vengono assegnate agli esponenti della sinistra dei vari partiti europei, accusati di essere nostalgici e passatisti, con la testa rivolta all’ indietro,
Jeremy è “avanti”, come il suo omologo nordamericano Bernie Sanders, e ha capito cosa sta succedendo nella società attuale, britannica ma non solo, impoverita e impaurita per l’ arretramento delle condizioni di vita, per le fregature del "mercato" ai danni della sola classe media e lavoratrice, mentre loro, i prestigiosi dirigenti, sono rimasti indietro, sono loro i veri passatisti con la testa rivolta alle effimere meraviglie degli ultimi vent'anni di capitalismo finanziarizzato.
I PLP hanno insomma nostalgia di un passato che, almeno per un lungo periodo, non tornerà più. Il gruppo parlamentare mette in discussione Corbyn perché, fondamentalmente, rimpiange il tempo in cui il Labour poteva puntare al governo del paese in modo maggioritario, in un sistema solidamente bipartitico.
Che in Gran Bretagna, come altrove, si è ormai completamente sbriciolato, non esiste più. I Verdi guadagnano consensi a sinistra, a destra avanza l'Ukip, questi partiti assieme ai liberaldemocratici sono decisivi nel panorama politico: pur avendo pochi seggi in parlamento, per via del sistema elettorale, sono in grado di far perdere a seconda della situazione politica generale, il Labour o i conservatori. Oggi, e da diversia anni ormai, chi paga pegno è il partito laburista. Mentre in Scozia vince la sinistra nazionalista di Nicola Sturgeon che si accaparra tutti i seggi progressisti sottraendoli al Labour Party: seggi che per un lungo periodo non torneranno più indietro chiunque sia a capo del partito, ma il PLP questo non lo accetta. Gli oppositori di Corbyn fanno discussioni surreali sull ‘ incapacità del medesimo Corbyn di riconquistare i seggi scozzesi come volendo negare a se stessi l ‘ evidenza della realtà che questi seggi non saranno a disposizione a lungo . Corbyn al contrario si rende conto che per tornare al governo del Paese - che sia lui o un altro il prossimo candidato del Labour al numero 10 di Downing Street - il partito dovrà immaginare una politica di alleanze. Tornare ai valori dello stato sociale, radicarsi profondamente nella società e riconquistare la fiducia di tanti elettori delusi. Eresia. Scossi come da un lungo torpore davanti alla banale constatazione di Corbyn, i notabili sono presi dal panico e tramano in modo feroce contro il capo del partito.
Poi ci siamo noi, il resto del mondo che negli ultimi decenni ha voluto scimmiottare il modello anglosassone nei suoi aspetti deteriori, o comunque non considerando che un modello che funziona in un contesto non è affatto detto che sia adatto ad un altro. Così ci siamo assuefatti a insensati discorsi politici pieni di efficientismo, “velocità” e maggioritarismo, “narrati” come le soluzioni più efficaci per mettere in pratica le ricette liberiste che richiedono di eliminare i “lacci e lacciuoli” del Welfare e dello Stato. Una deriva che ha fatto scadere la politica italiana (anche europea, ma soprattutto italiana) a livelli bassissimi sganciandola da qualsiasi riferimento politico-culturale e dalla realtà quotidiana delle persone. E in particolare ha distrutto la sinistra che esiste solo quando c‘è nel Paese una cultura con valori alternativi a quella della destra e del liberismo. I valori non bastano da soli a fare una politica di sinistra, socialista e riformatrice, ma ne sono il presupposto indispensabile. Oggi i valori della sinistra sono sostanzialmente spariti dal sentire comune del Paese e in questo la grossa colpa è degli eredi del PCI diventati quasi in blocco liberisti: la nuova religione totalizzante.
Oggi si pone il drammatico problema di come uscire da questo vicolo cieco. In Europa governati, i turlupinati dalla classe politica degli ultimi 20 anni, nelle magie del mercato non credono più, hanno pagato a caro prezzo sulla propria pelle l’aver creduto a questa favola raccontata loro da classi dirigenti che, nella migliore delle ipotesi, hanno fatto un patto col diavolo, come Gordon Brown, nella peggiore... meglio non dire, evitiamo il turpiloquio.
Jeremy Corbyn, come Sanders negli USA, che sia lui o meno il prossimo candidato premier del Labour, ha costruito un movimento popolare e di massa, che lo sostiene anche nelle situazioni avverse e si proietta nel futuro. Che è quello di cui la sinistra ha bisogno, in Inghilterra, e dentro e fuori dalla UE, dopo essersi abituata ormai a ricercare il suo consenso e la sua legittimazione non più nel mandato popolare ma nell'avallo dei poteri forti mediatico-finanziari.
Quello che conta per noi è la lezione: proprio nel paese che il sistema maggioritario e bipartitico lo ha inventato, e dove ha funzionato a lungo benissimo, questo sistema è entrato in una crisi irreversibile. A partire dalla controrivoluzione della Thatcher, quando i laburisti hanno cominciato a scimmiottare i conservatori. Da noi gli ex comunisti non hanno provato nemmeno per un minuto a imitare i laburisti e i socialdemocratici dei tempi d'oro, hanno copiato direttamente i liberisti tramite Blair, Clinton e Schroeder, innamoratisi della “religione del dollaro” (o del più astratto e metafisico “euro”) dopo il crollo della loro precedente religione.
Da noi il modello maggioritario non ha nemmeno mai funzionato. Lo abbiamo copiato e scimmiottato malamente ed essendo assai lontano dalla nostra cultura e mentalità, ha prodotto gli enormi disastri che abbiamo sotto gli occhi.
Per questo vale la pena impegnarsi nel far fallire sia il modello costituzionale pasticciato, funzionale ai poteri finanziari, che vorrebbe imporre JP Morgan tramite Renzi, sia una legge elettorale poco democratica e anche un po’ pericolosa. E impegnarsi in positivo non nell’ ingegneria istituzionale che non è l'urgenza del momento ma nel ricostruire una cultura di sinistra nel Paese, come precondizione per qualsiasi tentativo elettorale che altrimenti non può che essere precario e di scarsi risultati.


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