I servi del padrone
L’operaio e le sue disgrazie
Si resta sgomenti, attoniti, di fronte ad alcune narrazioni di fatti accaduti nel luogo simbolo dello sviluppo economico, della crescita del benessere, della difesa dei diritti, delle relazioni sociali. L’azienda rappresenta tutto questo, tanti lavoratori che si mettono in discussione, s’impegnano per accrescere il proprio ruolo, per dare una dimensione dignitosa alla propria esistenza. Un lavoro in molti casi duro, logorante, che assorbe molte energie, che crea dei contrasti, dei conflitti, ma che alla fine trovano soluzione per l’abilità e per la tenacia dei capi, dei manager.
Non sempre, tuttavia si riesce a seguire una direzione responsabile e brillante. È emblematica, a riguardo, la vicenda reale di due operai, esseri terribili, dal primo giorno in cui hanno visto la luce, cresciuti in modo da sviluppare una violenza interiore, un odio viscerale verso il mondo.
Nel lavoro in fabbrica poi, sono stati due loschi soggetti capaci di generare disturbo, inquietudine, malessere, conflitti, sempre in contrasto con le decisioni della società. Polemici, ignoranti, con il minimo di scolarizzazione, ma molto fanatici, e per di più sfaticati, sempre stanchi, deboli, incapaci di proporre qualcosa. Nonostante lo scarso rendimento, agivano attaccando l’azienda a ogni piè sospinto, un lungo tormento, una sciagura senza fine.
Assumevano falsi atteggiamenti in difesa del lavoratore, per evitare di dover lavorare essi stessi, un’ipocrisia assoluta nel difendere l’indifendibile, anche quando il dipendente rimproverato per giusta causa dal capo reparto era in torto marcio, perché sorpreso a oziare, a dormire o addirittura a scambiare effusioni amorose con belle colleghe dalle attitudini molto particolari.
Alcune di queste situazioni erano meritevoli di punizioni severe, un chiaro venir meno ai doveri lavorativi, in modo sfacciato, disdicevole, avrebbero dovuto prestare il fianco a sanzioni esemplari, come il licenziamento in tronco. La direzione però, questi estremi rimedi non li ha mai adottati, semplicemente si limitava a richiamarli a comportamenti corretti, in modo leggero, delicato, senza enfasi, senza durezza, senza autorità, come a dire “cercate di essere più disciplinati ”.
In luogo di dispiegare il suo potere in modo irreprensibile, l’azienda si mostrava arrendevole, accomodante, buonista così da tollerare quegli atteggiamenti maliziosi e perfidi.
Questi “signori”, ogni qualvolta incrociavano per i corridoi dirigenti o loro rappresentanti, facevano sì di accendere una diatriba martellante, senza nessuna ragione, quasi a voler sfidare i capi, per affermare la loro prepotenza, la loro arroganza, il potere della forza fisica e della minaccia.
Per il buon andamento della fabbrica, onde evitare discussioni che potevano sfociare in eventuali proteste, il personale della direzione, evitava il più possibile di girare nei luoghi di produzione per non incontrarli.
All’interno dei processi produttivi la loro presenza si avvertiva, era pesante, angosciante, riuscivano a essere dei veri “manipolatori della parola”, nel senso di attribuire a certe frasi un significato difforme da quello reale, in modo da spingere i lavoratori in un perenne e aspro conflitto e vedere l’azienda non come il luogo in cui potevano esprimere la loro personalità, ma il posto della lite, della sofferenza, della solitudine. Un’arcigna abilità nel confondere le idee, nel coartare la volontà, nel presentare il male come bene, faceva di questi famigerati individui, dei pericolosi sovversivi per la sopravvivenza della fabbrica. Insomma, due emeriti scansafatiche che come dei virus contagiosi diffondevano questa loro inettitudine nelle menti degli altri operai, erano diventati dei modelli negativi, si era giunti a un punto di non ritorno, l’azienda accusava il colpo: mancanza di crescita, insufficiente produzione, scarse vendite, l’incubo della chiusura si faceva strada nei pensieri di tutti, uno spettro davanti agli occhi che toglieva il sonno, il fantasma della disperazione aveva preso corpo dentro ogni persona, si avvicinava a grandi passi la buia condizione di essere disoccupati per sempre. Per questo, si sperava in una decisione rapida per la soluzione del problema, ci si auspicava una forte presa di posizione della Direzione per bloccare la desertificazione dell’apparato produttivo, la morte della fabbrica. Si pensava a un allontanamento, a una cura radicale, un’inversione di tendenza che fosse di esempio e monito per tutti, si attendeva un atto di espulsione per quelle “mele marce” che stavano infestando la guida, la testa pensante dell’Azienda. Ma come spesso accade, la decisione sperata, quella più razionale non venne presa, ignote furono le cause di questo cambiamento di rotta, tanti sono i misteri che coprono certe decisioni contraddittorie che diventa difficile capire dove si annida la verità, forse il fatto che i due operai erano protetti politicamente, in quanto avevano alle spalle nuclei famigliari numerosi, utili al momento opportuno, al politico di turno per rastrellare più voti possibili, può aver influito in una certa misura sulla scelta aziendale. In luogo di punire questi esseri immondi,
il direttore del personale ebbe un’idea a dir poco brillante e imprevedibile, che si palesò nefasta per tutti gli operai; pensò di mettere a capo delle maestranze i due turpi soggetti, affinché si rendessero conto delle problematiche di coordinamento e gestione delle attività lavorative.
Una scelta infelice, perché contro ogni criterio di meritocrazia, di logica economica, di competitività.
“Facciamo vedere a questi incolti, a questi feroci sovversivi, quali sono le difficoltà nella conduzione aziendale, così possono rendersi conto che devono dare di più, devono profondere impegno e senso del dovere nella vita lavorativa!”
Così pensò il direttore. Questo era l’intento, lo scopo del management, ma si trattava ahimè di un proposito del tutto infondato, irrazionale, illogico.Non ci poteva essere peggior idea, mi tornò in mente un detto:
“Più gente vedo di questo tipo, e più amo il mio cane ”.
Per la fabbrica iniziò un periodo difficile, angosciante, la condizione degli operai divenne insostenibile sotto ogni profilo, malessere, ansie, depressioni, sofferenze.
Che cosa stava accadendo?
Con il loro modo di fare, da prepotenti, da falsi difensori degli oppressi, non appena hanno avuto il potere, i due arroganti soggetti, hanno fornito la prova peggiore di sé, quali essere umani non più tali, imponendosi con la sopraffazione e la violenza psicologica, avevano sparso la paura tra gli operai, con i loro modi di comandare. Soprusi, angherie, violenze verbali, controlli su ogni bullone prodotto, accertamenti sulle pause, riscontri sulle parole pronunciate. Impedivano ogni distrazione, ogni colloquio, ogni gesto che poteva essere sospetto era represso con delle urla bestiali da incutere un terrore profondo nell’anima. Erano divenuti degli aguzzini, dei feroci controllori, dei cattivi capi reparto, odiati da tutti, esercitavano l’autorità diffondendo il terrore, controllavano i bagni, i tempi fisiologici dei bisogni. Nulla poteva sfuggire al loro controllo: gli orari, i gesti, persino i legami di amicizia davano fastidio. Erano diventati dei carnefici: molti operai erano stremati, la fabbrica era diventata un inferno, un luogo di malvagità, di crudeltà, dove si pensava fosse giunto il demonio a farla da padrone, molti accusavano dei tremolii, non avevano più il senso della fame, della sete, non riuscivano più a fare l’amore, tant’è che le loro mogli all’oscuro di quanto accadeva, per desiderio si lasciavano amare da altri uomini. Una penosa, dolorosa, indicibile sofferenza che pareva non avere mai fine. Una pratica agghiacciante, di continua tortura, di pressione, che non si vedeva dai tempi degli schiavi. Dei tiranni malvagi, dei despoti, delle fiere assetate di sangue; delle macchine infernali si erano accanite sulla pelle di quei poveri disgraziati, ormai in perenne stato allucinatorio, dimagriti, in preda alla buia prigione della follia. Loro non avevano nessun torto per meritare questo, avevano perso ogni speranza di cambiamento, non riuscivano a reagire, a organizzarsi, erano come degli automi che si muovevano al comando di quelle bestie scatenate da furia omicida e incontrollabile. Fu un errore gravissimo quello della direzione, quello di promuovere tali moderni demoni al rango di capi operai, un male assoluto per la sorte dei loro sottoposti. Non avendo istruzione, né scolastica, né professionale, erano limitati nell’intelligenza, più vicini al mondo degli animali che a quello degli uomini. Per avere più potere e rispetto verso i sottoposti, si rendevano più cattivi, una cattiveria vicino alla mostruosità.
“L’ignoranza è l’origine di tutti i mali ”.
In mezzo a questi operai, c’erano anche ragazzi diplomati ma nulla potevano contro questi prevaricatori che usavano la violenza come principale modo di comandare.
Le lettere di richiamo erano continue (scritte a casa dai loro figli, perché loro i kapos, non erano in grado di compilarle), azioni di rappresaglia pura erano intraprese nei confronti di chi si ribellava, punizioni corporali, tortura psicologica, minacce di licenziamento, umiliazioni con abusi anche di natura sessuale, soprusi fino a strangolare la dignità. Particolare accanimento era indirizzato ai capi famiglia e giovani che avevano contratto un mutuo, che pur di non rischiare di perdere il lavoro, accettavano qualsiasi meschinità. Questi due dopo aver sparso la paura tra gli operai, le loro famiglie e la comunità tutta di quel piccolo paese, a mio parere hanno meritato “la patente di Lucifero ”.
A tutt’oggi, in paese c’è chi rammenta quella simile iattura, quella sventurata fabbrica, e quegli uomini aboliti come esseri umani. Una storia che sembra un film del terrore, ma che è veramente accaduta, una follia pura come le tante assurdità della terra. A distanza di anni quando si ricordano quei nomi e quegli episodi, molti avvertono una sensazione di vuoto, di disagio, di paura. Non possono crederci e allora cambiano argomento, vogliono dimenticare.
Ma per scordare tutto occorre parlarne, vedere quel luogo di dolore, trasmettere alle nuove generazioni il messaggio che occorre sempre agire per il bene comune, mai anteporre l’interesse individuale a quello collettivo. Sono errori che si pagano e a scontare sono sempre gli stessi, i poveri, gli indifesi, i diseredati, gli oppressi. Finalmente arrivò il tempo in cui questi due maligni dovettero cessare di lavorare per l’età, così la fabbrica conobbe un nuovo periodo di prosperità e di successo.
Contro di loro non ci fu vendetta, ci fu qualcosa di più: l’indifferenza, furono considerati degli esseri immondi, non degni di nessuna parola, completamenti ignorati. Perdonati, perché il perdono aiuta a scacciare la paura ma messi da parte. La loro sofferenza morale e l’umiliazione che ne seguì fu pena più dolorosa di qualsiasi altra che avrebbero potuto ricevere. Nessuno più li guardava negli occhi nessuno mai si occupava di loro. Erano dei fantasmi che non vedevano l’ora di trovare la pace nel silenzio della terra. La serenità aveva avvolto la comunità paesana, la tranquillità era tornata, ma in fondo al cuore, in fondo all’anima, erano rimaste delle tracce indelebili di quel martirio: dentro ognuno di quegli operai si aggiravano ancora gli spettri del dolore acuto e sordo. Durante la notte facevano la loro comparsa nei sogni di quegli uomini che non avrebbero mai potuto dimenticare quelle feroci vessazioni. Molti di loro per scacciare la paura piangevano, altri hanno scelto la soluzione estrema per non soffrire più, altri ancora sono riusciti a non soccombere grazie anche all’aiuto dei figli, che con il loro affetto hanno potuto lenire quel marchio impresso nella loro coscienza.
Purtroppo, non si può escludere che tali vicende possano ancora perpetrarsi nel mondo, anzi, vicende analoghe si scorgono in ogni angolo della terra: occorre molta forza e coraggio, ma soprattutto lasciarsi guidare dall’umiltà e dall’amore affinché simili nefandezze non abbiamo più a ripetersi.
Commenti
Posta un commento
Grazie per il tuo commento torna a trovarci su Alessandria post