Augusto, by Giannunzio Visconti
Dulce et decorum est pro patria mori.
E’ dolce ed onorevole morire per la Patria.
Può esistere il destino e a volte certi eventi vanno accettati nella loro drammaticità ineluttabile e cruda realtà.
Tuttavia la rassegnazione, l’immobilismo inerte, totale, sono atteggiamenti che possono segnare i valori negativi che affondano la natura stessa dell’uomo, di una civiltà.
Molti passano la vita a guardare ciò che li circonda come se fosse un’arte cinematografica da godersi seduti in poltrona, aspettando la fine per coglierne la morale e cercare di capirne il senso. La vita sarà pure come un film, ma la generiamo noi e se non ci mettiamo la buona volontà dandole una morale e un senso, faremo la fine del cattivo regista che quando sullo schermo appare la scritta “fine” rischia di sentire solo disapprovazione anziché applausi.
La "chiave di volta" della vita sta nell'accettazione degli eventi. Si può percorrere questa via in due modi distinti: la prima "lineare", orientata verso un pensiero di tipo nichilista, che può essere tradotta con la frase:
"Pazientiamo che domani sarà una giornata migliore!"
La seconda, "ciclica" che credo sia molto più realista della prima e traducibile con la frase:
"Pazientiamo perché sarà sempre così! "
A voi la scelta: se vivere di speranze, aggrappandosi ad agenti esterni ed effimeri oppure vivere con la propria forza affrontando da soli il proprio percorso.
Purtroppo al destino non c'è modo d’opporsi.
Gli incontri che facciamo, al pari di quelli che non avvengono, sono già decisi.
Segnano a fondo la nostra vita, anche se spesso ne siamo inconsapevoli, restando all'oscuro di tutto finché non arriva il momento in cui la vita ci porge il conto, oppure non arriva un segnale inconfutabile a scuotere le nostre menti. In fin dei conti c’è da dire che a noi è stato dato il telaio della nostra sorte e l'arte d'intrecciare la tela.
Il destino o il caso, sono la somma di tutte quelle cose che a noi, come esperienza, in tutto ciò che sarebbe potuto accadere, può sembrare casuale ma ogni tanto la vita ci dà grandi sorprese. Ho sempre creduto nel destino, ma ciò non esclude l’importanza fondamentale che il libero arbitrio acquista in tante decisioni, a cui ci troviamo di fronte nell’arco della nostra vita. C’è un elemento meraviglioso che cambierà i nostri errori passati, lasciandoci liberi dagli effetti di una destinazione, scegliere di essere uomini migliori, audaci, intraprendenti: il cosiddetto “destino”. Quest’ultimo, non è un dato di fatto che dovrebbe dimostrare se il nostro percorso di vita è statico, dinamico o semplicemente inerte accetta gli eventi che lo colpiscono, bensì la destinazione è semplicemente il risultato dell’uso che abbiamo fatto della vita nel corso della nostra esistenza. Solo ignorando la verità che molto semplicemente ci mostra che siamo in grado di cambiare i nostri pensieri, i nostri sentimenti, il modo in cui agire e reagire alla vita può cambiare la sorte. E’ per questo che vengo a raccontarvi la storia del soldato Pace Augusto. Augusto entrò nell'Esercito come tanti altri giovani, spinto dall’entusiasmo di creare un’Italia migliore pertanto fu subito inviato al fronte per combattere una guerra non sua. Morì in combattimento il 24 maggio 1945, senza aver conosciuto la stagione dell’amore. Augusto era figlio di contadini, discendente di una famiglia originaria di Pratola Peligna: era un ragazzo semplice e modesto. L’infanzia del giovane fu costellata da sacrifici e privazioni: aveva quattordici anni quando morì sua madre, qualche anno dopo; a soli diciannove anni si arruolò e fu mandato in pieno conflitto, dimostrando coraggio e altruismo, un vero eroe. Doti che dimostrò in varie occasioni nelle difficili e alquanto disperate operazioni militari incitando i compagni d'armi a seguirlo. Queste sue qualità, questo talento nascosto per anni, nella sua anima scoppiò, nel dramma della sofferenza e del dolore. Era talmente forte quella sete di giustizia che lo animava che riuscì come piogge d’inverno a far crescere i fiumi della speranza in una moltitudine di giovani che a poco a poco divennero i suoi più fedeli ammiratori: diventò una leggenda per questi giovanotti e molti di loro lo seguirono nelle imprese più ardite, nel sogno di conquistare la libertà e l’amore. Non era più solo: ormai aveva dietro di sé pattuglie di giovani guerrieri pronti a sacrificare la vita negli assalti più terribili che lui avrebbe potuto comandare. Le azioni da lui svolte sembravano “suicide”, invece riusciva a portarle a termine brillantemente. Aveva combattuto coraggiosamente contro il nemico al solo scopo, diceva, di salvare la vita dei suoi compagni d'armi.
Spesso avvertiva tantissima paura: era la preoccupazione di un ragazzo giovanissimo, inconsapevole del suo destino.
Aveva agito sul campo di battaglia con forza e decisione, nonostante la perdita di tanti compagni caduti a pochi metri da lui. La sua amata attese per anni il ritorno del suo uomo, nonostante fosse stato dichiarato dalle Autorità Militari, come disperso nella guerra di Russia. Arcangela, non aveva mai perso la speranza di rivederlo in vita; dal giorno della sua partenza non ci fu un solo attimo in cui il suo sguardo cadde su altri uomini. Nonostante fosse molto corteggiata per la sua sublime bellezza, fece una scelta: quella di restare nubile, anche dopo la morte dei propri genitori per via di quell’amore felice che la legava in modo totale al difficile destino di quel giovane idealista.
Al termine del conflitto mondiale, i suoi fratelli si trasferirono a Roma, ma lei preferì restare al proprio paese, con la speranza che un giorno non lontano avrebbe potuto riabbracciare il sogno della sua vita, persosi nei luoghi in cui la disperazione massacrava tutti gli ideali umani. Era sovente a quell’epoca, che molti soldati dopo decenni dalla fine della guerra si ripresentassero a casa, raccontando ai propri famigliari le svariate disavventure che li avevano bloccati nel loro rientro. Arcangela era tra quelle tante donne che tenevano viva la speranza di poter riabbracciare un giorno il proprio amato. I giorni passarono, così anche gli anni, mentre l’anziana donna ormai camminava sola nei vicoli del paese e presa da raptus confusionali soleva ripetere incessantemente imprecando:
“Mi si spezza il cuore per il ricordo del mio perduto amore e della mia storia mai incominciata ”.
Inveiva e mandava maledizioni verso la propria famiglia che abusando della debolezza della sua giovane età, avevano osteggiato in tutti i modi che l’amore nutrito per quel giovane soldato, fosse vissuto in tutta la sua magnificenza.
Ragion per cui un dolore sottile si era inserito nella sua mente e una sofferenza impregnata di malinconia la accompagnava nei giorni. Sopravviveva solo grazie ai ricordi lontani, offuscati dalla nebbia della disperazione di non aver mai potuto vivere un attimo di passione verso l’estasi della tenerezza. Cosicché un rimpianto acuto struggeva la sua mente, ancora ferma e lucida, racchiusa in un corpo fregiato dai segni dell’età, con il suo fascino accattivante ancora immutato.
Numerosi erano i pensieri che giravano per la sua mente: Arcangela ricordava tante immagini che ritraevano il suo adorato nella bellezza della giovinezza negli anni dell’adolescenza. Piccoli gesti passavano sovente davanti ai suoi occhi: lui che accarezzava con tenerezza le sue mani, che la salutava con dolcezza mentre partiva per una guerra senza scampo. Non c’era istante, non c’era giorno che il suo pensiero non andasse a lui: rammentava il sorriso, la delicatezza, lo sguardo di una persona che lasciava un segno profondo dentro l’anima. Talvolta i suoi occhi si riempivano di lacrime quando quel sogno incompiuto faceva irruzione dentro di sé. Consapevole che le loro differenze sociali non avrebbero mai potuto consentire la realizzazione di quel sogno, lei si perse dietro a quello sguardo per sempre, lasciando che la sua giovinezza si consumasse per un fatto quasi rivoluzionario. Arcangela, era una di quelle donne di nobile stirpe che fremeva per un amore assurdo, per gli occhi verdi di un uomo d’umili origini. Infelice, fu assalita dalla paura di perderlo: pregava tutti i giorni, affinché lui tornasse sano e salvo.
Quando la guerra finì, la fidanzata aspettò il suo amore, ma inutilmente: egli non tornò più, fu ucciso durante un attacco. La donna soffrì senza possibilità di consolazione; per lei la guerra e la famiglia erano state ingiuste perché le avevano tolto la voglia di continuare a vivere: senza il giovane da lei adorato la vita non aveva più nessuna importanza. Si racconta che quando Augusto fu ferito a morte, chiamò per l’ultima volta la mamma, il papà e “il suo amore”, ma dalla sua bocca non uscì la sua voce, venne fuori solo il silenzio. Da quasi trent’anni dal rientro della salma di Augusto detto Falco, sulla sua lapide commemorativa del cimitero cittadino, mani amorevoli posano ogni giorno fiori di campo. Il mistero di questa storia spinse uno storico documentarista a ricercare ragguagli del perché il corpo di Augusto fosse stato sepolto per lunghi anni in un cimitero germanico prima di essere traslato al suo paese natio. A tutt’oggi i suoi concittadini piangono per questo leggendario paesano. Qualche anno fa una solenne onoranza funebre fu svolta in suo onore alla sua contrada, quale riconoscimento di stima per il buon nome che aveva portato al suo paese per le imprese compiute in qualità di “Sniper ”: in quell’occasione una strada del centro abitato fu a lui intitolata.
Fu un tributo d’affetto e d’orgoglio specialmente quello reso, sulle note musicali della celebrazione, suonate da una Fanfara, alla rappresentanza militare in congedo tedesca, che l’aveva conosciuto in vita. Delegazione venuta espressamente in Italia per la cerimonia, nella quale si esaltava il patriottismo di Augusto, con motivazioni eroiche di gloria sublime per il soldato dimenticato in terra straniera. In quell’occasione un loro rappresentante disse testualmente di aver conosciuto di persona Augusto, uomo pacato, affidabile, rispettoso che intese servire lealmente l’Arma d’appartenenza in tempo di guerra. Fu un uomo che seppe essere, orgogliosamente servitore dello Stato; che ebbe ben chiaro di realizzare, con coerenza e generosità, la scelta operata all’inizio della missione e che portò a termine la promessa assunta dinanzi a Dio e alla comunità, il tutto senza mai tralasciare la lealtà verso l’impegno preso con gli alleati germanici. Il nome dell’eroico soldato abruzzese non poteva assolutamente essere dimenticato, perché inserito nell’elenco dei grandi che avevano onorato il proprio paese e gli alleati dell’epoca. La piccola comunità del paese, si fece carico di mantenere viva la fiamma del ricordo e della gratitudine per quanti come lui avevano onorato l’umanità e la Patria. Inaspettata fu la gloria che come portata dalle nuvole si diffuse tra le genti del mondo, protagonisti di quell’avventura funesta in cui l’uomo riduce se stesso alla degradazione morale, al non essere più rappresentato come tale.
Nella mostruosità di un simile scempio, la gloria di Augusto luccicava, scevra da ogni cattiveria e barbarie, semplicemente mossa dal fuoco di un amore immenso coltivato nella solitudine della timidezza.
Sorprendente fu l’idea che la natura umana non si esaurisce nelle macerie di un baratro, di un vuoto di valori, ma riemerge come natura morta, riesce a rifiorire con gocce d’acqua che cercano la strada della redenzione nella sublime architettura di un mondo eterno. E’ così che all’improvviso l’uomo smette di piangere e cerca la verità nelle gesta di pochi. Un tributo di gioia, di encomio, di apprezzamento fu concesso da tutti gli uomini della terra alle gesta di quell’eroe che per un amore inconsolabile era partito alla conquista di se stesso, del rispetto delle genti ancora attaccate a tradizioni senza senso. Riscattò se stesso e riscattò anche l’uomo dalla solitudine in cui era precipitato, mosso dalla potenza e dalla forza di un amore che covava dentro, di un amore disperato, irraggiungibile per la mediocrità del tempo. Fu gloria per tutti: riconoscimenti, elogi senza fine per l’ardimento dimostrato nelle battaglie oscure, condotte dietro le pietre infuocate, per vedere la libertà dai soprusi e dalla condizione di essere uomo senza nulla, senza origine. L’ipocrisia fu completamente cancellata, le persone macchiate di cotante nefandezze dovettero rivelare quei comportamenti violenti, lo si leggeva nei loro sguardi.
Gli occhi opachi, la mandibola cadente, pietrificati nel rimorso di aver sostenuto la follia della sopraffazione, del terrore, non avrebbero più avuto il coraggio di guardare la verità dentro gli occhi di Augusto.
Rimasero in silenzio per sempre, consumati dal dolore di quelle scelte scellerate; lunghi anni di oblìo e di sofferenza non avrebbero mai potuto redimerli.
Nel periodo antecedente al conflitto della II° Guerra Mondiale, in Italia sorsero gruppi politici rivoluzionari e avanguardisti, di cui Augusto non volle mai far parte. Frequenti erano nel paese le scorrerie di questi famigerati manganellatori che con coriacea spavalderia distribuivano purghe punitive. Questi sciacalli, approfittando del momento di confusione popolare si accanivano contro uomini disarmati, che non avevano la forza o la capacità di reagire. Spesso le aggressioni fatte erano effettuate senza un perché, senza una ragione logica: erano solo frutto di pura goliardia. Con brutalità e sadismo, purgavano con robuste quantità di olio di ricino chi non ottemperava alle loro nefandezze; erano dei virus che avevano stravolto quell’idea dei politici finalizzata a obiettivi diversi. Chi si rifiutava d’obbedire agli ordini impartiti dagli Squadristi, di bere la purga volontariamente, veniva randellato senza pietà fino a che il poveretto non ottemperava. Nauseato di quanto stava accadendo nel suo paese, Augusto decise un giorno di partire per una destinazione ignota. I concittadini nel tempo pensarono che l’allontanamento del giovane fosse dovuto probabilmente all’intolleranza verso le uniformi militari, pertanto fu definito dai più un codardo. A seguito della lunga assenza dal paese, Augusto fu indicato dai componenti delle squadracce punitive come un disertore e iniziarono così ad apostrofare la sua famiglia. Particolare accanimento era rivolto nei confronti del nonno e del padre, rei, secondo il parere dei Ras, di celare la nuova residenza del giovane; gli anziani genitori di conseguenza venivano spesso sbeffeggiati e sputazzati per tutto il tratto di strada che percorrevano per giungere a casa. Spesso accadeva che ad un loro minimo accenno di reazione fisica gli squadristi sistematicamente gli somministravano una purga, legnandoli. Questi gruppi di delinquenti, obbligavano con violenza i malcapitati, a trangugiare massicce dosi di lassativo con l’ausilio d’imbuti, cingendoli nel contempo con forza i calzoni all’altezza delle caviglie con degli elastici, affinché gli escrementi da loro evacuati, restassero all’interno dei loro pantaloni, scongiurando così alle vittime la mortificazione d’insozzare le strade. I concittadini non potevano ribellarsi a simili barbarie, ma erano costretti ad essere contenti, sorridenti e soddisfatti di queste prevaricazioni verso i più deboli, in quanto, il non manifestarlo pubblicamente significava essere ostili a queste cruente azioni, per cui venivano considerati alla stregua di coloro che si ribellavano a tali ingiustizie.
Il giovane Augusto pensava che: l’uomo per essere veramente libero, deve potere agire sulla base delle proprie idee e nel rispetto di quelle degli altri.
Augusto era affascinato da una ragazza di nome Arcangela, figlia di una famiglia d’alto rango: ricchi possidenti di quasi tutto il territorio circostante il paese e del piccolo castello del borgo. Lui era un giovane audace che non credeva nell’impossibile, non si lasciava scoraggiare da chi cercava di dissuaderlo da quell’amore considerato dai più inattuabile. Spesso diceva che la donna vera è quella capace d’essere se stessa fino in fondo, che sa rispettare e farsi portare rispetto dall'uomo che l’ama oltre che dai suoi congiunti. Arcangela aveva un fascino tutto particolare, andava sempre avanti per la propria strada, combatteva con dolcezza i suoi congiunti, contrari a quell’amore puro, grazie al quale imparava laddove sbagliava. Provava forti emozioni per Augusto, e sapeva farne provare a lui.
Era generosa, forte, vulnerabile, spiritosa e soprattutto viva!
Di donne così in quell’epoca non ce ne erano molte. La coppia era divenuta con l’amore come i fiori di Mammole, che si fanno sentire ancor prima di essere visti, facendosi annunciare dal loro profumo invitante e inconfondibile.
La famiglia di Arcangela, ed in particolare la madre, sin dagli arbori dell’infatuazione dell’adolescente verso Augusto, aveva sempre cercato di ostacolare energicamente le passioni dei due innamorati, facendo presente in più occasioni alla propria figlia, che per rispetto del proprio casato e per dovere morale nei confronti della sua genealogia, non poteva provare amore per un giovane borghese, per lo più povero. Tutto ciò che i due ragazzi stavano tramando tra loro era inaccettabile, inammissibile, era contro tutti i nobili ideali dell’aristocratica famiglia che per secoli aveva sempre rispettato quelle ferree regole, tenendo fede a quei concetti primitivi. I raffinati genitori di Arcangela dicevano che: Ricchezza crea altra ricchezza, pertanto, mettere un povero in famiglia era come mettere una mela marcia in una cesta di mele sane e che nel tempo ci sarebbero stati di certo effetti devastanti, deleteri.
Non era facile per i giovani di basso ceto sociale emergere in una società fondata in una dicotomia profonda e lacerante: i poveri da una parte, per lo più considerati delle nullità in cerca di feritoie, in cerca di poter respirare, e i ricchi dall’altra, austeri, inavvicinabili, arroganti, arroccati nel privilegio della loro discendenza e del possesso della ricchezza.
Augusto era uno che veniva da quella parte maltrattata e costretta a vivere sottomessa al silenzio.
Lui conosceva queste discriminazioni sulla sua pelle, e forse, proprio per questo aveva cercato di riscattarsi in tutti i modi possibili. L’amore lo guidò in quell’impresa temeraria, apparentemente velleitaria e irraggiungibile. Non fu solo in questa lotta: i suoi pensieri si alzarono verso gli orizzonti della sera disperdendosi in colori accesi, analoghi a quei tramonti che spezzano il fiato. In quella cornice che la natura regala agli uomini ignari di quella potenza straordinaria che scatena le emozioni più remote, un’immagine di bellezza riusciva a sgorgare in quel profilo di straordinario splendore. Come se fosse guidato dalla natura, riusciva a sopportare il dolore, le atrocità, grazie a quell’immagine dolce piena di una tenerezza che riusciva a sfidare e a prevalere sulle macerie dei sentimenti.
Quest’amore così forte gli donava la supremazia del suo essere sulle oscurità da brivido che questa terribile avventura aveva generato. Non era solo, non era affatto solo: ogni sua azione era impregnata di questo pensiero disperato di poter un giorno rivedere quella dolcezza che in qualche luogo del mondo parlava di lui e lo pensava con un sordo malessere interiore. Augusto sognava Arcangela vicino ad alberi grandissimi immersi in un fiume pieno di acqua innocente e fresca e pensava: li andrò se mi dovessero colpire, andrò dal mio amore per sempre. Lei mi aspetta sulla riva di quel fiume, mi aspetterà là fino all’ultimo respiro.
Fu quest’attaccamento a un’idea di un amore assoluto che lo rese il simbolo del trionfo del bene sul male. Le vicende della vita e della storia diedero ragione a quell’intrepido giovane che proveniva dalle pozzanghere sporche di fango della strada. Di diverso avviso erano i familiari che reputavano più conveniente per lei, nel suo interesse, innamorarsi di un uomo ricco anche se di maggiore età, un suo pari in nobiltà, al fine d’ampliare il loro patrimonio di ricchezza, anziché rischiare di avere un futuro incerto con un cafone, uno zotico, gonfio solo di ristrettezze. Al fine di guadagnarsi la stima della famiglia della sua amata, tenendo conto dell’alleanza tra la Germania e l’Italia nella loro entrata in guerra, Augusto sì fece aggregare nelle "Kampfschule der Panzertruppen” (scuola per tiratori scelti, per la formazione e la diffusione di protezioni da cecchino ).
Da semplice giovane di paese, si era trasformato nel tempo in uno dei migliori talenti, divenendo così uno "sniper ",
(cecchino – franco tiratore).
Augusto diceva sovente ai suoi amici: Se non lasci traccia del tuo passato, a cosa sarà servita la tua esistenza?
Non è forse vero che di regola la maggior parte degli uomini segue quella di milioni d’individui, cioè quella di un’esistenza inutile, senza grinta, senza impegno?
Egli prese coscienza e consapevolezza di ciò che stava accadendo attraverso la passione della lettura a cui si era avvicinato per curiosità e subito ne aveva tratto giovamento per l’armonia che gli scritti riuscivano a regalargli.
Trasse la sua azione ispiratrice volta a creare un mondo migliore proprio dalle pagine dei libri che aveva letto.
Non poteva lasciar correre quel tempo maledetto senza che ne fosse in qualche modo attore protagonista. Voleva dare alla vita un senso, perché la vita ha un senso, pensiero quest’ultimo che gli echeggiava nella sua mente e non l’abbandonava mai. Si racconta che in un libro aveva letto questa frase: “Beato colui che ha trovato nella vita lo scopo della propria esistenza” in quanto il segreto dell’esistenza dell’uomo non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per che cosa si vive; di questo motto ne aveva fatto il suo vessillo, ed è per questo motivo che lui cercava sempre di mostrarsi, mettendo in luce il meglio di se stesso. Al termine del corso di specializzazione, Augusto si poté fregiare del bel distintivo con la testa d'Aquila e del bellissimo anello d’oro massiccio, simboli dei Scharfschuetzen (Tiratore scelto di prima classe) che evidenziavano la sua appartenenza a questa unità d'elite dell'esercito tedesco, e finalmente aveva raggiunto il suo obiettivo, quello di poter finalmente dire:
“Sono partecipe di questa follia per farla rientrare nei ranghi di una lucida convivenza tra i popoli ”.
L'arma che gli fu assegnata fu un Mauser K98, dotato di silenziatore e munito di cannocchiale da 6" con tiro utile fino a 1000 mt. La sua carabina aveva una gittata superiore a qualsiasi altro fante. Quando era in posizione vantaggiosa e con una buona visuale di tiro, poteva abbattere qualsiasi bersaglio. In fase d'attacco o difesa, gli appartenenti alla sua squadra composta da sei tiratori, agiva con il tiro incrociato, proteggendo così la retroguardia dei propri reparti, eliminando ogni nemico al suo apparire. I tiratori scelti del suo gruppo, nel tempo erano diventati celebri per la loro micidiale precisione. La conoscenza delle varie tecniche d’infiltrazione e di camuffamento, erano per Augusto un gioco da ragazzi, perché abituato a farlo con il nonno sin dalla sua primissima infanzia quando cacciavano insieme la selvaggina nel loro podere. La mimetizzazione era diventata per lui una scienza e la battuta arguta che suggeriva ai suoi colleghi era:
"mimetizzati dieci volte, ma spara una volta sola ".
Augusto utilizzava spesso dei falsi bersagli, onde avere la possibilità di defilarsi se scoperto, evitando così d’essere colpito. I falsi bersagli da lui utilizzati nei campi di battaglia, alle volte erano dei veri e propri pupazzi posti in posizione a qualche metro da lui, opportunamente camuffati, ovviamente in modo meno accurato rispetto a lui stesso, che servivano ad attrarre e depistare il nemico, che da predatore diventava preda. Sopprimere il nemico per lui era divenuto un fatto meccanico che non lo turbava in nessun modo nel suo subconscio, così come la natura non si scompone dinanzi alle aggressioni che anch’essa compie. Una sorta di maledizione dell’anima che ti porta a confinare la ragione nelle linee sotterranee della mente. Tutto ciò che accade diventa un fenomeno inevitabile, senza indignazione, senza autocritica. I valori prendono la via delle nuvole evaporando insieme alla vita stessa.
Un cecchino muore così, muore di disperazione, di malinconia, muore dentro l’anima, senza possibilità di riscatto. Si smarrisce il senso di tutto, isolato nel suo dolore: egli diventa una sorta di macchina silenziosa che viaggia per salvare la speranza degli altri senza averne più coscienza.
Nella società attuale potrebbe apparire scontato il solo alimentare un pensiero che al tempo di Augusto era inammissibile precursore dei tempi odierni, vale a dire la figura di un uomo che combatte dall’oscurità la luce malata dell’ingiustizia più terribile di cui solo gli uomini sono capaci.
I camerati tedeschi avevano ribattezzato Augusto simpaticamente con il nome di battaglia di: Habicht (Falco).
Da semplice soldato, con il suo Mauser K98, era divenuto nel tempo un incubo per gli Ufficiali nemici, suoi obiettivi primari, i quali vivevano momenti di vera angoscia nella paura d’essere colpiti.
La sua persona era diventata, per il nemico, uno spettro, un volto invisibile, sconosciuto, capace d’essere presente in più luoghi contemporaneamente nello stesso giorno.
I Graduati erano per lui l’obiettivo primario da annientare; ripeteva spesso ai suoi camerati che: un reparto privo di comandanti e di ordini è praticamente come disperso, proposito che il gruppo di “Falco” si era proposto di portare a termine fino alla fine. Pur avendone avuta più volte l’opportunità, Augusto mai aveva rivolto la canna del suo fucile verso soldati semplici o civili inermi. In varie circostanze con la sua squadra di tiratori scelti, era riuscito a rallentare l’avanzata del nemico nelle battaglie di Stalingrado, Ardenne, Berlino, Odessa, Anzio e nella Linea Gustav. Agendo come buon samaritani con la loro provvidenziale presenza, avevano protetto e salvato in più occasioni molti soldati alleati che erano caduti nella macchinazione insidiosa del nemico. In varie circostanze avevano cambiato le sorti della battaglia a favore dei propri compagni d’armi salvandoli dal tragico destino che gli era stato certamente riservato dal nemico, dando a tanti commilitoni la insperata salvezza. Senza il provvidenziale intervento degli “Snipper”, molti camerati sarebbero sicuramente morti: tanti di loro, infatti, non erano a conoscenza di chi gli aveva portato aiuto e salvezza durante i combattimenti, non immaginando quanto e quali clamorose gesta eroiche erano state compiute per trarli in salvo. L'uso esteso dei tiratori scelti del suo gruppo nei pressi di passaggi obbligati, rendeva sanguinoso l'avanzamento di truppe nemiche: gli stessi venivano spesso impiegati come arma psicologica, avendo anche la funzione di creare tensione e paura nelle file nemiche. Si narra che durante un conflitto a fuoco Augusto, dopo aver visto cadere il suo migliore amico, non pianse perché si disse che non aveva più lacrime. Finito il combattimento, con braccia pietose i commilitoni deposero il corpo del soldato Augusto, in un loculo sul campo di battaglia Germanico e a segnare il suo nome sulla roccia. Ci sono momenti in cui si pensa che certi comportamenti possono apparire evanescenti e possono essere visti come acqua che evapora verso il cielo divenendo una memoria cancellata.
Non fu questa la sorte che interessò il nostro eroe, infatti, la sua vita, non fu cenere che scompare nel vento, ma divenne un esempio possente d’inimitabile statura morale.
Un’inquietudine, un’irrequietezza aveva pervaso gli animi degli abitanti del paese, per la sconsideratezza che avevano avuto nei confronti di Augusto e della sua famiglia: senza saperlo erano cambiate le loro menti e i loro pensieri più remoti. Questo stato di tensione emotiva che affondava nei cuori di questi cittadini aveva una ragione precisa: tutti sapevano che lì giaceva un uomo che aveva subordinato il proprio egoismo alla coerenza di un’idea e al coraggio di sfidare quella tempesta maledetta che un destino assurdo aveva portato dinanzi ai suoi passi. Questa forza oscura, spirituale, calava di sera nelle case di quegli uomini che avrebbero dovuto dare un impulso e una nuova vita. Cosicché fu proprio questa lezione di stile e di umiltà a dare a essi quel coraggio per riprendere a correre. Augusto riuscì a coronare il sogno di essere un uomo giusto e ispiratore di un modo di essere mai prigioniero del destino, più da morto che da vivo. La speranza non può mai finire anche nei momenti più atroci; la speranza è il momento della salvezza, quello a cui ti devi aggrappare in ogni caso: questo è il pensiero di un uomo che aveva lottato per un amore assoluto e per un mondo migliore.
La sua donna provata dal dolore, in un tormento così acuto, viveva in uno stato di assenza al di là del tempo.
A guardare bene il suo volto, si leggeva su di esso un'unica volontà: quella di raggiungere il suo amore impossibile.
Estranea a tutte le sollecitazioni esistenziali, Arcangela viveva con questa consapevolezza di incontrare nuovamente il suo amore, senza quelle dolorose spine nel cuore che le avevano trafitto l’anima. In effetti, tutto ciò non le aveva permesso, neanche per un momento, di assaporare il fremito di una carezza di quello che ella considerava il suo uomo e che per sempre lo sarebbe stato se il destino non le fosse stato avverso.
"sniper ", (cecchino – franco tiratore).
Scharfschuetzen (Tiratore scelto di prima classe).
Habicht = (Falco).

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