Ubi, il bancone parte col rosso

by Federica Ghisolfi: Ubi Banca "Chiude il primo semestre con una perdita di 787 milioni. Pesano le “rettifiche” sui crediti. Dividendo pari se non addirittura migliore. Insomma, pulizia dei conti in vista della fusione dei sette istituti, tra cui la Bce. Ancora rumors su acquisizioni future".
Ubi Banca ha chiuso il primo semestre 2016 con una perdita di 787 milioni di euro dopo un rosso di
829 milioni registrati nel solo secondo trimestre, che paga la quasi totalità dell’impatto previsto dal piano industriale annunciato a fine giugno. Una situazione finanziaria che “non deve far paura perché, se dal punto di vista contabile appare come una perdita, dal punto di vista patrimoniale è invece un utilizzo di una riserva”, sottolinea l’ad. Victor Massiah che anzi annuncia l’intenzione di proporre al consiglio, a fine anno, “un’ipotesi di dividendo pari se non addirittura migliore in confronto a quella dell’anno scorso”. In particolare pesano le forti rettifiche su crediti, pari complessivamente a 1,05 miliardi nel secondo trimestre (1,2 miliardi in tutto il semestre) a seguito del parziale riassorbimento della cosiddetta “shortfall”, ossia della differenza tra la perdita attesa e le rettifiche di valore, già dedotta dal patrimonio di vigilanza, per circa 851 milioni. 

Per effetto di questa operazione, la copertura complessiva dei crediti deteriorati ha segnato un incremento di 6,67 punti percentuali rispetto a marzo attestandosi, inclusi gli stralci, al 44,31%. Le sofferenze nette, inclusi i crediti stralciati, sono coperte al 58,25%, e le inadempienze probabili al 23,75%. Sul fronte patrimoniale il CET 1 ratio “phased in” al 30 giugno si attesta all’11,43%, stimato a regime è pari all’11,02% e non include gli attesi effetti positivi dell’annunciato riacquisto delle minorities, stimabili complessivamente in circa +0,7 punti percentuali.
Sull’andamento del titolo, nonostante l’esito positivo degli stress test Bce - che hanno evidenziato un CET1 ratio fully loaded pari all’8,85% nello scenario avverso 2018 per l’istituto guidato da Massiah -, pesa la generale sfiducia del mercato verso la condizione dell’intero comparto bancario italiano, di cui la questione Mps rappresenta solo la punta dell’iceberg. A incidere è soprattutto un fattore, individuato dall’amministratore delegato nel cosiddetto “effetto del cavaliere bianco”. Le performance del titolo del gruppo nato nel 2007 dalla fusione tra Banche Popolari Unite (tra cui la piemontese Bre) e Banca Lombarda finora sarebbero state condizionate “dal fatto che veniamo regolarmente chiamati, secondo il mercato, a risolvere le singole situazioni di crisi e ogni volta veniamo penalizzati. Con le ultime evoluzioni credo che questo effetto venga a scemare e spero che il mercato torni a ragionare con valutazioni normali che sicuramente sono più elevate delle attuali”.
Ubi, infatti, ha più volte negato di essere interessata a una fusione con il Monte dei Paschi di Siena, e negli ultimi tempi ha smentito indiscrezioni di stampa circa una possibile acquisizione di Antonvenetadall’istituto senese. Massiah ha sottolineato il “potenziale importante” di Ubi Banca, anche alla luce del piano industriale al 2020 presentato lo scorso 27 giugno, nel quale si prospetta, tra i vari punti, il passaggio dal modello federale alla Banca Unica, oltre al taglio di quasi 280 filiali, all’uscita di 2.750 dipendenti e all’ingresso di circa 1.100 nuove risorse. Questo in sintesi vale la fusione delle 7 realtà che oggi compongono Ubi e che avverrà tra il 15 novembre di quest’anno e il 15 aprile del 2017: Popolare di Bergamo, Banco di Brescia, Banca di Vallecamonica, Comindustria, Bre, Carime, Ancona. La nascita della banca unica comporterà dunque, come annunciato e previsto, il taglio di alcune filiali: in un primo momento 88 in tutto a cui si aggiungono 9 mini-sportelli: 38 del Banco di Brescia, 16 della Banca di Vallecamonica, 14 di Comindustria, 12 della Popolare Bergamo, 5 di Carime e 3 della Bre. Ma, tra la nascita del bancone e i progetti di ristrutturazione, il piano Ubi prevede la chiusura di 280 filiali e l’uscita di 2.750 dipendenti (da qui al 2020) con l’assunzione di 1.650 lavoratori.


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