La Procura di
Genova sulle tracce della banda che ha messo a segno colpi per 4 milioni
Sul bicchiere usato per il brindisi con cui hanno
suggellato uno dei colpi più clamorosi, c’era abbastanza per estrarre un dna. E
poi sulle scrivanie della questura studiano il bellissimo volto di lei, la
mediatrice Nina O., 35 anni e russa d’origine, rimasto impresso nelle
telecamere di vari hotel. Il volto è
rimasto impresso insieme alla targa dell’auto con cui ha toccato parecchie
città italiane, guarda caso teatro di abboccamenti e trattative finite con
truffe da almeno 3-400 mila euro. Al momento c’è questo, per afferrare il nome
di chi compone la banda che nell’ultimo anno ha compiuto una decina di
«stangate» in Europa, perfezionandole sempre in Italia poiché da noi certi
reati godono di manica molto larga. Allettano
imprenditori o piccoli industriali in crisi, dopo averli in qualche modo
studiati, proponendo forniture all’ingrosso di quel che la futura vittima
commercializza: macchine agricole, impianti di refrigerazione, hardware per
gestire aziende intere, non c’è problema tanto si rivelerà (quasi) tutto
virtuale.
La carota è un maxi-sconto del 30-40%, e l’ipotesi d’una plusvalenza
in tempi stretti per chi naviga in cattive acque. Come si fa a ottenere lo
sconto? Si deve consegnare un anticipo del 10% in contante, dentro una
valigetta, che sparirà insieme a coloro che fino a quel momento erano parsi
potenti uomini d’affari. Gente in grado di affittare suite o saloni di un
albergo quattro stelle per trasformarlo in show-room (lo hanno fatto
all’Holiday-Inn di Genova per turlupinare un impresario tedesco abbordato in
precedenza a Roma, che ci ha rimesso una borsone contenente 250 mila euro ), di
esibire incartamenti che certificano l’esistenza di società in realtà vuote; e
ovviamente di saltare senza problemi dal francese all’inglese allo spagnolo, padroneggiando
la burocrazia di ciascun paese in cui agiscono.
Non sono le puntate d’una serie tv, ma il denominatore comune degli
episodi sui quali è in corso un’inchiesta della Procura di Genova, che allo
stato ha raccolto indizi sui blitz suddivisi fra il capoluogo ligure e poi
Roma, Bologna e Milano, sebbene le prime tappe fossero andate in scena a
Parigi, Madrid, in un caso nei pressi di Francoforte. Il lavoro dei sostituti
procuratori Francesco Pinto e Giuseppe Longo dice che della gang fanno parte in
sei, per metà russi, il resto balcanici o romeni e qualcuno è stato capace di
spacciarsi per svizzero, poiché pure a Zurigo si svolgono sovente tappe
intermedie. Le identità fin qui scoperte non è detto siano reali e i truffatori
sono partiti con parecchio vantaggio: «All’inizio - confida uno degli
inquirenti impegnati sul caso - è inevitabile che si guardi con scetticismo a
chi sostiene di aver subito un raggiro del genere. E poi i fatti distribuiti in
regioni differenti rendono difficile il coordinamento di un’indagine unica,
senza dimenticare che in Italia per la truffa privata i giudici sono restii a
concedere intercettazioni». Sulla
terrazza di un hotel agli Champs Elysées avevano sfoderato una variazione sul
tema: erano loro nella parte degli acquirenti, pronti a comprare uno yacht da
un costruttore spagnolo sull’orlo del crac. Unica richiesta, sovrafatturare il
prezzo così da garantire una bella fetta di nero, e operazione da compiere in
due luoghi diversi: in Italia la gang avrebbe consegnato mezzo milione, a
Madrid il venditore ne avrebbe restituiti 250 mila, solo che nella prima
valigetta erano veri soltanto i primi due strati di banconote. «Sono sempre
loro», la certezza di chi indaga. E si riparte da un calice e dal volto di
Nina. 
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