Posted on 16 luglio 2016
Marco Ciani
Il fallito tentativo di colpo di stato in Turchia
(si tratti o meno di una messinscena) pone seri interrogati per il futuro. E
non solo in riferimento alla penisola anatolica.Mi ha stupito la scorsa notte,
mentre con qualche apprensione seguivo alla televisione e via internet
l’evoluzione degli eventi – prima con i carri armati nelle strade e gli aerei a
bassa quota che sorvolavano Ankara, quindi nel secondo tempo con la folla che
invadeva la sede della televisione e le piazze – leggere sui social network le
reazioni di alcuni amici, della cui salda fede democratica non dubito. Anche
perché mi è accaduto di pensarla allo stesso modo.In buona sostanza ci siamo
ritrovati a parteggiare istintivamente per i militari. La sintesi in un post
tra i tanti “Il problema del golpe turco è che è fallito”.Ora, come può un
ammiratore di Popper, di Berlin, di Rawls, per citare alcuni tra i maggiori
autori liberali del ‘900 prediligere un regime militare ad una democrazia
seppur molto discussa come quella di Recep Tayyip Erdoğan? E’ sostenibile? E
come?Io credo, pur rendendomi conto che il ragionamento che sto per sviluppare
comporta qualche torsione, che dipenda dal concetto di democrazia che si adotta.
E non vale solo per la Turchia in via di islamizzazione. Mutatis mutandis
riflessioni simili si possono estendere alla Russia di Vladimir Putin o al
Venezuela di Nicolàs Maduro. E forse anche, pur con caratteristiche più sfumate
e complesse, all’Ungheria di Viktor Orbán o alla Polonia di Andrzej Duda. Tutti
stati non musulmani. Come è invece la Repubblica Islamica dell’Iran, altro
esempio che fa al caso nostro.Cosa hanno in comune i paesi che ho appena
menzionato? Che formalmente non sono delle dittature. Si vota più o meno
regolarmente scegliendo tra una pluralità di liste e/o di candidature. A
differenza di una tirannia stricto sensu dove, per definizione, la libertà
politica (e non solo quella) è abolita. Ma…e qui iniziano i problemi.Dicevo
poc’anzi che bisogna prima definire le coordinate di riferimento entro le quali
possiamo collocare correttamente il termine democrazia. Sappiamo che la parola
designa etimologicamente un “governo del popolo” e che si presta a molte
interpretazioni, anche contraddittorie. Pensiamo alle ormai superate
“democrazie popolari”, per citare un caso noto.In realtà la democrazia, almeno
in senso liberale, prefigura un sistema complesso di istituzioni e procedure,
di pesi e contrappesi tra poteri, di garanzie costituzionali e di diritti, nel
quale certamente il popolo vota i propri rappresentanti, ma dove questa delega,
da sola, non è sufficiente a connotare la forma di governo. Anche il Papa viene
eletto, ma nemmeno il più fondamentalista tra i cattolici potrebbe sostenere che
lo stato della Città del Vaticano costituisca una democrazia.
Come mettiamo
allora la questione?
Il problema centrale
sta a mio avviso (ovviamente molto semplificando) nel rapporto tra il
regime di democrazia e la libertà. O, in altri termini, nella possibilità per
chi dissente dal potere costituito e legittimamente eletto di esprimere un
pensiero alternativo, di opposizione o di contrasto che sia. In altri termini
ancora, nella possibilità del dissenso.Pertanto, più un governo ancorché
rappresentativo della maggioranza impedisce l’esercizio della libertà, a
cominciare dalla libertà di manifestazione del pensiero, più si allontana dal
concetto di democrazia liberale e più acquisisce le caratteristiche di un
regime autoritario, ancorché elettivo. In parole povere, di una dittatura.Dal
mio punto di vista, certamente molto molto opinabile, specie in questo caso, se
la libertà non è garantita, o risulta fortemente compressa, non è detto che una
democrazia formale, specie se di ispirazione religiosa, sia preferibile ad un
regime militare “temporaneo”, sottolineo temporaneo, in vista di un recupero
delle libertà fondamentali. Come avvenuto altre volte in Turchia. Meglio
sarebbe sostituirla immediatamente con una democrazia compiuta, su questo non
ci piove, è ovvio. Ma non sempre possibile.Purtroppo la maggioranza, come
insegna la storia, non ha sempre ragione. Anche se mi rendo conto che questo
pone una serie di problemi molto complicati, a cominciare da come allora
selezionare le classi dirigenti. Non a caso un altro autore liberale come von
Hayek proponeva un’altra forma di governo, la demarchia, incentrata sulla
riduzione del potere dello stato. Ma questa è una divagazione che lascio per
un’altra occasione.Forse la soluzione non autorizza un intervento militare,
specie se cruento. Ma dobbiamo renderci conto che democrazia e libertà, non
vanno sempre a braccetto, non sono sempre sinonimi.Adolf Hitler arrivò al
potere in una Germania piegata dalla guerra, dalla disoccupazione e
dall’inflazione nel 1933 attraverso libere consultazioni. Questa lezione non
dovremmo mai dimenticarla. La storia non si fa con i ma, però a titolo di pura
fantasia se al suo posto nel marasma post-bellico il potere fosse stato
conquistato da un gruppo di militari (in fondo il Presidente della Reich che
gli conferì il cancellierato, Paul von Hindenburg, era stato un generale)
magari ci saremmo risparmiati un’altra guerra. E certamente non sarebbe
avvenuta la Shoah.Per tornare a ieri sera, Erdogan, come ha scritto un altro
amico che ricopre un importante ruolo in un sindacato nazionale “è ancora in
sella. Quello «eletto democraticamente», che ha sospeso libertà di
informazione, arrestato giornalisti indipendenti (che anche da noi sono rari),
in un paese che ha un numero di desaparecidos vicino alle peggiori dittature
sudamericane. Che ha sterminato migliaia di Curdi. Vi farei parlare con i miei
amici del sindacato turco… Ne sappiamo qualcosa, senza libertà, la democrazia è
una finzione per legittimare il potere.Erdogan che finanzia e sostiene Isis e
da dentro l’Europa geografica vuole imporre la Shari’a e da dentro la Nato
adesso sta cercando di stringere patti con Putin… Peccato che ha un esercito e
l’aviazione (foraggiati dalla Nato stessa) tra i più forti al mondo. Pensateci
bene agli effetti perché questo maldestro golpe fallito oltre ai 100 morti di
questa notte lo ha reso più forte”.Mi sbaglierò, ma penso che le conseguenze
del mancato colpo di stato di ieri le vedremo presto e non credo saranno
positive. Immagino che rimpiangeremo il suo fallimento. Né credo che la Turchia
evolverà prossimamente verso forme più moderne di stato, come in molti avevano
sperato una decina di anni fa e poco più. Al contrario. L’attesa è quella di
una islamizzazione sempre più marcata e di una riduzione della libertà, alla
quale far seguire probabilmente un riposizionamento strategico dello stato
negli equilibri sia regionali che globali che sarà fonte di problemi.
Dunque, per l’ennesima volta, sono costretto a
sperare che la realtà mi smentisca. Più che in altre occasioni

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