“Difficile commentare la morte del più illustre degli alessandrini, oggi che tutti ci sentiamo più soli. Umberto Eco ha solcato il mondo rimanendo fedele alla sua città e alla terra che lo aveva generato.
E Alessandria gli ha sempre ricambiato tale fedeltà, facendo venir meno per lui il nostro riserbo e la nostra congenita attitudine alla smitizzazione.
Ogni suo ritorno in città costituiva per i tanti amici ed estimatori un’occasione di festa, sia che tornasse al “suo” liceo Plana, sia che partecipasse all’annuale “Gelindo” dai Frati, quella rappresentazione natalizia seria e ironica nella quale, e non solo per i ricordi di gioventù, egli si immergeva riconoscente.
Umberto ci lascia qualche mese dopo la morte di uno dei suoi più cari amici, Delmo Maestri. Li voglio qui accomunare. Un ricordo personale, tra i tanti che vengono alla mente, si impone.
Nel giorno dei suoi ottant’anni (ero ministro da poco più di un mese) gli telefonai. Ci dicemmo molte
cose, ma una mi è rimasta scolpita: dopo esserci a vicenda aggiornati sulle cose in corso, mi congedò con un “Suma ticc lisandrèn, eh!”. Ecco, questo è stato e rimane Umberto Eco: cercatore della verità, piccola e grande, attraverso i segni del linguaggio, ritrovava nel dialetto il momento in cui l’identità individuale si faceva relazione con gli altri. Una lezione per tutti noi.”
Così il prof. Renato Balduzzi, membro del Consiglio superiore della magistratura, ricorda il prof. Umberto Eco.
Ufficio stampa del prof. Renato Balduzzi

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