Vincenzo Melchiorre inventa l'oreficeria

foto:http://win.scuolaforal.org/
by Piercarlo Fabbio LMCA
A Valenza, dopo un peregrinare di circa 15 anni per le grandi capitali, da Parigi a Firenze, a Roma, ventinovenne ritorna a Valenza e dà respiro industriale a ciò che prima era solo attività di pochi
Si vende, anche contro cambiali e a lunga scadenza. Ciò consente di dosare meglio i capitali necessari alla produzione. 
Migliora la distribuzione dell’energia elettrica e le nuove tecnologie possono essere meglio alimentate. Ma anche l’emigrazione dà una mano. 
Infatti ritornano in patria i risparmi inviati dai nostri emigranti e ciò migliora la bilancia dei pagamenti. Le banche possono scontare con saggi d’interesse migliore le cambiali e dar respiro alle industrie. 
Si lavora 8 ore al giorno, finalmente. Al tempo di Bigatti se ne trascorrevano in fabbrica 12 e oltre, mentre un regolamento del 1901 fissa il massimo consentito a 9 e mezza. 
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Ovviamente lo straordinario si pagherà con una maggiorazione oraria del 50 per cento. Di fatto i salari sono commisurati all’abilità dei singoli. I meglio pagati sono orefici e incisori, seguono incassatori e smaltatori, ancor meno sono retribuite le pulitrici. 
La Guerra interromperà bruscamente questa impetuosa crescita. Gli uomini sono richiamati al fronte, ma la congiuntura è sfavorevole e neppure la loro sostituzione da parte delle donne può far molto. 
Peraltro proprio le donne hanno abilità fini e la riconversione delle loro professionalità nelle produzioni belliche non crea quella caduta del reddito che avrebbe potuto realizzarsi. 
Ma il dopoguerra, fino agli anni Quaranta, sarà periodo da incorniciare. Ormai i meccanismi dell’oreficeria sono oliati e farli funzionare è assai meno facile che nella seconda metà dell’Ottocento. Il 1925 è funestato dalla morte di Vincenzo Melchiorre, ma ormai la strada è tracciata
e - a parte un breve periodo dovuto alla depressione in Usa e alla conseguente crisi mondiale - regge e va avanti spedita con quel mix di creatività, fantasia, professionalità e organizzazione che il Melchiorre aveva sperimentato, vissuto con successo e lasciato ai posteri.
Nella rubrica ‘Reclame d’annata… però’ ‘Digestione perfetta’ e ‘Brodo Maggi’ (da ‘La Lettura’) e la ‘Società anglo romana’ (in ‘Noi e il Mondo’ del gennaio 1913). 

I ‘Proverbi’ fanno riferimento al 29 giugno, dedicato ai Santi Apostoli Pietro e Paolo e giorno di marca fondamentale nel calendario contadino e delle tradizioni popolari. Molto legato al grano e alla sua mietitura il proverbio decisivo “A san Peder o tajà o da tajé” (“A San Pietro il grano o è già tagliato o pronto da tagliare”). Ma il 29 giugno segna anche un’epoca meteorologica: “San Peder a l’è l’ültim dì del frigg” (“San Pietro è l’ultimo giorno del freddo”, in pratica significa che bisogna attendere luglio per avere effettivamente il caldo). Ma San Pietro porta anche con sé una storia, quella della ‘barca ad San Peder’ che Enrico Bassignana racconta nel suo apprezzato ‘Giorni e mesi della tradizione in Piemonte’. 

‘L’almanacco del giorno prima, fatti successi tanti, tanti anni fa in Alessandria’ ricorda la Commemorazione di San Paolo e la playlist musicale della settimana propone ‘La storia dei ‘Chicago’, la prima band rock con i fiati’. 

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