Mia madre (Italia, 2015), Nanni Moretti


by Barbara Rossi
Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgurato scoscendere d'una vita, più greve ogni giorno, immedicato. (Carlo Emilio Gadda, “La cognizione del dolore”)
Il male oscuro: quel male che, nelle sue più estreme propaggini, è anche il titolo e il protagonista, nel 1964, di un romanzo di Giuseppe Berto. La depressione, certo, ma più che altro, nella filmografia morettiana (soprattutto a partire da “Caro diario”, passando attraverso “Aprile”, l’emblematico “La stanza del figlio”, e “Habemus Papam”), il dovere fare incessantemente i conti con il senso di precarietà, di finitezza della vita. 
Il tempo che passa, dalla giovinezza, in un lampo sino alle soglie della vecchiaia; le domande che arrivano, inesorabili, su cosa siamo stati e chi; la tragedia, inenarrabile (e infatti Moretti si ferma, con pudore, sulla soglia dell’esperienza di perdita di una persona cara) e senza rimedio alcuno, della scomparsa di un figlio, di un genitore: questi sono i temi sui quali il regista continua pervicacemente a interrogarsi, da qualche anno a questa parte. 
Grandi temi, ma raccontati (e minimamente mostrati) senza tradire lo stile e la visione morettiani, sempre più intimisti (anche se “Mia madre” è anche il racconto della lavorazione di un film “sociale”, sulle rivendicazioni degli operai di una fabbrica venduta a un nuovo, intransigente magnate americano
(un superlativo John Turturro, personaggio nel personaggio, eccentrico e mutaforme divo in piena crisi esistenziale e artistica), asciutte, operanti per sottrazione.
In Margherita, regista, madre, ex moglie e quasi ex innamorata dalla fragilità conclamata (come per gran parte delle figure femminili interpretate da Margherita Buy), e forse anche un po’ egoista, Moretti riversa un po’ di se stesso, del suo modo di intendere il cinema, del suo rigoroso e insieme pietoso (nell’accezione etimologica che il termine pietas assume, cioè la devozione, la considerazione più assoluta per gli umani sentimenti e valori, primi tra tutti quelli familiari) rispetto verso una fine che rimane, da qualunque parte la si contempli, un mistero personale e collettivo.
Disperso e frammentato anche nel personaggio del fratello di Margherita, Giovanni, trattenuto e razionale ma meditante, in segreto, repentini cambiamenti di vita, Moretti ci restituisce un affresco individuale e corale forse meno amaro, meno dolorosamente inquieto e disperato rispetto a quello de “La stanza del figlio”: con una cognizione del dolore, appunto, che si addolcisce e si stempera nelle parole finali di Ada (una bravissima Giulia Lazzarini), la madre del film, che alla domanda della figlia «A cosa pensi mamma?», risponde serena «A domani».  

Commenti