Castelceriolo: Inizia oggi sabato 17 gennaio la
proiezione del film “Viviane di Elkabetz”, che racconta la storia di una donna
che da tre anni cerca invano di ottenere il divorzio dal marito Elisha, in Israele.
Trailer del film: https://www.youtube.com/watch?v=V0aJXYaBZiE#t=11
Ricostruzione esemplare di un'anomalia del diritto di
famiglia israeliano, ritratto femminile di rara forza
Nel tribunale religioso di una località israeliana non
specificata si esamina la richiesta di divorzio di Viviane Amsalem, che da tre
anni ha lasciato il domicilio coniugale per incompatibilità col marito Elisha e
risiede nel frattempo presso parenti. Per la legge israeliana, Viviane è
un'emarginata sociale in libertà vigilata: non può avere nuove relazioni né una
nuova famiglia. Non presentandosi alle udienze, Elisha allunga di
proposito i
tempi ed esaspera Viviane, il suo avvocato, i rabbini. Il dovere delle autorità
religiose è preservare la "pace domestica", riconciliare le parti in
causa e ascoltare le testimonianze degli amici veri e presunti della coppia. La
vicenda si trascina tra rinvii continui, per cinque anni, concludendosi dopo un
estenuante testa a testa tra marito e moglie, in un progressivo smascheramento
di prevaricazioni e formalismi che non coinvolge tutti i presenti in aula.
Terzo
capitolo di una trilogia iniziata con To Take a Wife (2004) e proseguita con Seven Days (2008), Viviane parte dallo stesso
assunto di Una separazione dell'iraniano Asghar Farhadi ma si afferma come dramma legale puro. I toni oscillano per
lo più tra tragico e paradossale, ma c'è spazio anche per una strepitosa
parentesi comica femminile. Ricostruzione esemplare di un'anomalia del diritto
di famiglia israeliano, che ancora oggi discrimina la donna rispetto all'uomo,
per dirla con i suoi autori, Viviane è anche «una metafora della condizione
delle donne in generale che si considerano "imprigionate dalla
legge"».
Non da ultimo è ritratto femminile di rara forza, con una
protagonista (Ronit Elkabetz, qui anche sceneggiatrice e regista con il
fratello Shlomi) che riaggiorna il mito di Antigone opponendo una ferma,
pazientissima resistenza a una norma inattuale. La scelta registica
caratterizzante è la soggettività dello sguardo: tranne il finale (non a caso),
il punto di vista è quasi sempre quello dell'interlocutore di chi è inquadrato.
Costruito com'è per lo più di primi piani e frequenti sguardi in macchina,
Viviane persegue con coerenza l'obiettivo di essere soprattutto
interpellazione. Con numerosi cartelli insiste sul frazionamento del tempo, per
sottolineare l'inestimabile valore di un'esistenza libera, qui ripetutamente
offesa da un'autorità cieca.
Nonostante la fissità data dall'unità di luogo,
il pretesto e il contesto che opprimono la protagonista e il linguaggio
strutturalmente iterativo e formale del rito, il film stupisce per finezza di
scrittura, molteplicità di registri e immediatezza, grazie al lavoro dei
registi sul primo piano, in omaggio al cinema delle origini. Alla Quinzaine di
Cannes 2014.
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