[beppegrillo-437] Sono dei pazzi i giudici della Corte di Assise di Alessandria, se confermano la condanna di quel pazzo del Pubblico ministero per Spinetta Marengo
Parola di Ausimont e Solvay.
E continuano gli scaricabarili. Scaricabarile uno: Solvay avrebbe a scatola chiusa comprato l’Ausimont senza sapere che era una mela marcia, neppure chiedendosi perché costava un tozzo di pane; sprovveduta ingenua è stata raggirata. Scaricabarile due: Ausimont avrebbe venduto (sprovvedutamente per un tozzo di pane) un gioiello di fabbrica ma Solvay l’ha trasformato in una mela marcia.
Versione PM: Non c’è soluzione di continuità dolosa tra Ausimont e Solvay: piena consapevolezza dei due colossi chimici che la mela era marcia e bisognava tenerla nascosta per continuare a risparmiare e fare soldi.
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Lino Balza
MEDICINA DEMOCRATICA - MOVIMENTO DI LOTTA PER LA SALUTE onlus
Sono dei pazzi i giudici della Corte di Assise di Alessandria se confermano la condanna di quel pazzo del Pubblico ministero per avvelenamento doloso e dolosa omessa bonifica di Spinetta Marengo. Parola di Ausimont e Solvay.
Alessandria: Conclude la sua maratona difensiva Carlo Sassi calando l’asso dalla manica: signori giurati, se trovate un solo documento in cui Carlo Cogliati abbia di suo pugno scritto non fate accertamenti, non fate bonifiche, non fate investimenti ambientali, riducete i costi, al minimo le manutenzioni, nascondete i dati compromettenti, inquinate, ammazzateli uccideteli tutti, allora, signori giurati, condannatelo a 18 anni di reclusione, altrimenti assolvetelo con formula piena. Finora Sassi non aveva mostrato gli altri tre assi, e se questo doveva essere il quarto per fare poker: ha fatto la figura del più sprovveduto baro. Cogliati potrebbe avere (e li ha) tutti i difetti di questo mondo, ma sicuramente non è fesso a mettere nero su bianco la realtà (c’è forse qualche pizzino con timbro e firma in cui Riina ordina
esplicitamente di uccidere qualcuno?). Il fatto incontestabile è che i cordoni della borsa di Spinetta Marengo li teneva stretti l’amministratore delegato-presidente dell’Ausimont (e poi di Solvay) e, per conseguire quel record inusitato di profitti, i cordoni per gli oneri ecosanitari erano strettissimi, mentre la fabbrica (al pari dei giornali) era piena di cartelloni pubblicitari firmati, questi sì, di suo pugno, inneggianti alla cura dell’ambiente, e mentre licenziava coloro (Lino Balza, Gianni Spinolo) che sui giornali lo sbugiardavano quotidianamente sui disastri ecologici di cui si parla in questo processo e nel prossimo che si deve avviare (si veda la testimonianza di Balza in udienza). Addirittura Sassi afferma che neppure di “dolo eventuale” si può accusare: “Cogliati non ha mai gestito lo stabilimento di Spinetta Marengo, era il direttore che decideva”. Non decideva un bel niente: senza soldi non riconverti gli impianti che impestano l’aria della Fraschetta, non puoi fare altro – come direttore complice ben retribuito - che sotterrare i rifiuti che non sai dove mettere, e nascondere gli scheletri negli armadi (archivio Parodi, archivio Canti, archivio Pace) secondo le direttive dei responsabili PAS Protezione Ambiente Sicurezza (vedi testimonianza Balza). E’ quel che si dice: disponibilità di spesa; provate ad andare al supermercato con la pensione al minimo.
Su una sola affermazione di Sassi ha annuito il pubblico ministero Riccardo Ghio: “Cogliati non può essere accomunato agli altri 7 imputati”. In effetti egli è il solo che con piglio padronale e assolutistico ha gestito Ausimont (e poi Solvay) per ben tre lustri, e dunque ha responsabilità (condanna a 18 anni) più di qualunque altro cortigiano nella catastrofe ambientale di Spinetta. Però, dice Sassi, Cogliati nel periodo (17 mesi) in cui ha coabitato con il futuro presidente Solvay, Bernard de Laguiche, non contava più niente. Perciò il responsabile dei misfatti e delle falsificazioni scoperchiati nel 2008 altri non è che il magnate belga.
Versione uno. De Laguiche, cioè la multinazionale Solvay nel 2002 avrebbe a scatola chiusa comprato l’Ausimont senza sapere che era una mela marcia, neppure chiedendosi perché costava un tozzo di pane; sprovveduta ingenua è stata raggirata.
Versione due. Cogliati, cioè Ausimont avrebbe venduto (sprovvedutamente per un tozzo di pane) un gioiello di fabbrica ma Solvay l’ha trasformato in una mela marcia.
Versione dolo. Non c’è soluzione di continuità dolosa tra Ausimont e Solvay, e Cogliati è appunto il regista dell’operazione nella piena consapevolezza dei due colossi chimici che la mela era marcia e bisognava tenerla nascosta per continuare a risparmiare e fare soldi.
Ma no, dai, dolo?! Ma come potete pensare, sembra dire Sassi ai giurati, che Cogliati l’abbia fatto per soldi. Se fosse venuto in aula voi avreste visto il suo aspetto di galantuomo, incapace di coltivare intimamente, psicologicamente, la perfida volontà di avvelenare il prossimo che ama come se stesso. Dunque “Se manca l’elemento psicologico” dice Sassi “viene a cadere la fattispecie di dolo”. Ma poi, sbotta Sassi, perché mai mi perdo in tutte queste dissertazioni difensive. Quando è chiaro, a monte del mio ragionamento, che il fatto non sussiste, il reato di dolo non esiste perché non esiste avvelenamento delle acque di falda, non confondiamo contaminazione o inquinamento con avvelenamento. Ma se anche, per ipotesi puramente accademica, ci fosse stato un avvelenamento, quanto meno Carlo Cogliati non l’ha peggiorato nel suo lungo periodo regnante, ammesso e non concesso che lo conoscesse; conclude Carlo Sassi. Colpa di Solvay. Niente avvelenamento, niente morti per l’ambiente. Morti di cause naturali, di freddo come Gesù Cristo.
Eddai, fammelo dirmelo, avrebbe detto Viperetta. Che il mio difeso Salvatore Boncoraglio non era il responsabile del PAS Protezione Ambiente Sicurezza, la funzione più delicata dell’Ausimont, la funzione strategica per una azienda classificata ad alto rischio chimico e di catastrofe industriale, vieppiù per una fabbrica con enormi criticità ambientali e sotto tiro -grazie a Medicina democratica- dell’opinione pubblica. Boncoraglio non era il braccio operativo di Cogliati, il suo stratega ambientale, che disponeva di tutte le informazioni sensibili, delle documentazioni nascoste all’esterno, l’autorità sulle strategie ambientali dello stabilimento. Bensì era un semplice consulente al quale Cogliati elargiva un abbondante stipendio solo perché gli era simpatico, raccontava bene le barzellette e non si impicciava di ambiente. Così l’avvocato Nadia Alecci “viperetta” scarica le responsabilità di Boncoraglio in alto sul boss Cogliati e in basso sui direttori di stabilimento per delega di Leonardo Capogrosso (imputato a Bussi, prescritto a Spinetta). E fa un nome: Corrado Tartuferi. Tartuferi è morto: non imputabile. (Un pensiero alla famiglia, alla quale rinnoviamo le condoglianze. Se la sente ancora di difendere l’azienda con la stessa foga di prima del processo?).
Boncoraglio era stato direttore a Porto Marghera quando i pesci dell’Adriatico erano sterminati dagli scarichi dei fanghi aziendali. Al PAS era stato promosso, non per fare la sottiletta di mozzarella fra Cogliati e Bruno Parodi, quello del famoso archivio segreto di cui Boncoraglio “a sua insaputa” disponeva la custodia. Boncoraglio è imputato a Bussi e Alecci non sa spiegarsi il perché. Né sa spiegare perché il teste Pietro Alemani avesse affermato che proprio Boncoraglio aveva impedito le indagini sulle discariche che Boncoraglio sapeva tossiche e cancerogene. Non sa spiegare perché la teste Chiara Cataruzza abbia tirato in mezzo proprio Boncoraglio per quei documenti manipolati con dati falsificati e informazioni false agli Enti pubblici. Mi incazzo quando sento il Pubblico ministero parlare di “metodo Boncoraglio”, Salvatore va assolto con formula piena, conclude Nadia Alecci, perché la Funzione PAS non contava un’acca e non era tenuta a intervenire ammesso che avesse saputo qualcosa dell’avvelenamento: cade perciò il reato di omissione insieme al dolo.
L’avvocato Francesco Certonze esibisce tanti cavilli quanti riccioli sulla testa. E sulla canuta testa di Boncoraglio ci mette un’aureola: inattaccabile sul piano giuridico ma anche su quello etico e morale (il sant’uomo eccezionalmente presente in aula si asciuga una lacrima). A forza di cavillare, il giovane Certonze affibbia ai giurati popolari la qualifica di ignoranti: in questo complesso processo su geologia, alto piezometrico, manutenzione idrica, segnalazioni alle autorità e complicanze varie, non avete capito niente come me (parla per te, Certonze, n.d.r.). E lancia loro un monito intimidatorio: non siate presuntuosi a condannare, voi per primi in Italia, una industria per avvelenamento doloso. Ripete lo slogan: non c’è dolo perché non c’è avvelenamento. Al massimo c’è l’inquinamento. Boncoraglio non è né commissivo né omissivo, né colpa né dolo.
Nella restante ora di arringa, Certonze si dimentica di difendere Boncoraglio per avventurarsi in una ampia disamina dell’innocenza di Ausimont (che in definitiva è quella che gli paga la congrua parcella). Il “piano di caratterizzazione” definito da Certonze “il peccato originale dell’omessa bonifica”, ovvero il piano agli Enti pubblici pieno di falsità e omissioni, non sarebbe opera di Ausimont bensì di Solvay nel 2003. Invece nel 2001 Ausimont, per effetto del “decreto Ronchi”, si era limitata ad una generosa tempestiva “autodenuncia” (ben conosciuta da Boncoraglio). Dunque, dice Certonze, Ausimont non era tenuta a obblighi retroattivi di bonifica perché l’avvelenamento o inquinamento o contaminazione che dir si voglia non era “permanente” ma “pregresso”, causato sì da Ausimont ma in periodo prescritto. Affermazione senza senso perché l’avvelenamento è permanente ancora ai giorni nostri, dunque il reato ha carattere continuativo. Rimbomba nell’aula del tribunale l’esclamazione finale di Francesco Certonze: Solvay in dieci anni di gestione non ha fatto molto di più di quanto Ausimont aveva fatto per la bonifica già dieci anni prima. Insomma Solvay ha peggiorato l’inquinamento. Prossime tre udienze lo scaricabarile di Solvay.

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