Filippo Boatti da: Città Futura on-line
Un grande valore non solo simbolico, ma anche e soprattutto economico, viene attribuito da Renzi e Padoan alla riforma del Senato. E non si tratta del semplice risparmio, irrilevante, che viene dalla cancellazione degli stipendi dei senatori che saranno, nella sua ipotesi, nominati dai consigli regionali.
Non dimentichiamo che il Presidente Napolitano è il vero garante e artefice di questa operazione. Napolitano - l'ex migliorista del PCI che parla di sviluppo e lavoro con toni sinceri e accorati ma che non riesce a formulare una visione diversa da quella liberista dominante per risolvere i problemi (cioè quella visione che ha fatto il danno e che ora vorrebbe ripararlo perpetuandone le cause) - ben collegato con gli ambienti finanziari internazionali, ha in testa questo: che la riforma del Senato è monetizzabile perché i mercati deregolati considerano un investimento speculativo la rimozione di ogni tipo di "lacci e lacciuoli", non ultimi quelli democratici e istituzionali (del resto lo spiega bene un report della banca d'affari JPMorgan che girava in rete
qualche tempo fa sui lacci e lacciuoli delle costituzioni “socialiste” europee, documento da non sopravvalutare ma che illustra bene come la pensano da quelle parti su tutto ciò che frena gli affari). Non è un granché, ma nelle intenzioni del governo e del Quirinale è un piccolo antipasto per farsi guardare con benevolenza dagli investitori.
“Noi stiamo facendo le riforme”, è il messaggio. Per questo la cosiddetta "riforma del Senato" ha un timing serrato, esattamente come fosse un derivato bancario, ci sono scadenze da rispettare per poter vantare dei crediti virtuali, o promesse di credito per il futuro, le agenzie di rating metteranno forse un “+”, se facciamo i compiti a casa, e per ottenere questo bonus non si guarda in faccia a nessuno, né le legittime prerogative dell'opposizione né il rispetto di delicate procedure e cautele che sempre comportano le manomissioni costituzionali. Questi i probabili veri motivi della totale chiusura al dialogo annunciata dalla ministra Boschi al Senato: ogni ritardo rispetto ai tempi stabiliti (fuori dai luoghi istituzionali deputati a calendarizzarli) è un costo.
Padoan lo ha recentemente spiegato benissimo, proprio come un derivato le “riforme” costano un po' all'inizio, poi c'è un beneficio, poi non si sa, probabilmente ti ritornano indietro come un boomerang, ma a quel punto eventualmente monetizzi qualcos'altro per pagare il primo derivato e via così. Renzi esegue e porta avanti col suo celebrato dinamismo (e con la demagogia confonde le acque, facendo la voce grossa a Bruxelles ma non ottenendo per ora nessuna concessione). Con la riforma del Senato così concepita e l'Italicum l'equilibrio dei poteri salta, ma semmai dopo, dice Napolitano, facciamo qualche aggiustamento che ripristini i check and balances democratici. Ma è ovvio che è un ragionamento sbagliato e pericoloso in linea con le pulsioni più irrazionali e dissennate dei mercati finanziari. E che compromette l'equilibrio democratico e l'idea stessa che le istituzioni siano un baluardo al di sopra delle parti, al di sopra anche dei mercati, che si può certamente riformare e modificare, con le dovute cautele (è sempre come maneggiare il plutonio in una centrale nucleare) ma non sottomettere al sistema economico-finanziario, alle ideologie correnti o ad altre sovrastrutture. La Costituzione e le istituzioni sono espressione dello stato di diritto che garantisce tutto il resto, non solo diritti e doveri dei cittadini ma anche la libertà dei mercati di non fagocitare se stessi con le loro pulsioni irrazionali. Il capitalismo che divora se stesso e le stesse istituzioni liberali che l'hanno reso possibile - drogato dalla mancanza di regole - è l'esito finale di questo percorso diabolico. Vale anche per la nostra Repubblica tragicomica che nasconde i problemi dietro i Tweet e le battute da bar sport tenendo come sempre il grosso del popolo in una beata quanto autolesionista ignoranza.
Fatto sta che, mentre Renzi trasforma in derivati le istituzioni sperando di ottenere la benevolenza dei mercati, Obama combatte queste tendenze distruttive del capitalismo contemporaneo, investe nelle infrastrutture, rilancia l'economia reale e lotta per l'aumento del salario minimo legale.
Al contrario Renzi, che si propone almeno in parte come suo emulo, monetizza l'impensabile e ottiene come effetto non la riduzione bensì l'aumento del debito pubblico senza investimenti produttivi, con una politica spregiudicata che porta al parossismo la miscela esplosiva di liberismo e populismo che Berlusconi ha inaugurato incontrando in questi 20 anni la debole resistenza delle sinistre.
Tranquilli non è un colpo di stato, non è una “deriva autoritaria”, ma si indebolirà ulteriormente il già compromesso tessuto democratico, sociale, ed economico di un paese che ha già mille arretratezze endogene rispetto alle altre grandi democrazie occidentali. E si sottomette in misura sempre maggiore la vita politica e associata all'autoritarismo, questo sì innegabile, del finanzcapitalismo riducendo sia gli spazi di partecipazione alla vita pubblica che le possibilità di ripresa dell'economia reale che è fatta di consumi e consumatori, cioè di domanda aggregata, e non di bolle speculative.
Contenti voi, cari renziani...

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