by Mauro Fornaro da: Città Futura on-line
Celebrate con convinta soddisfazione le feste per la vittoria del Pd renziano, l'analisi da farsi dopo le recenti elezioni per il Parlamento europeo non riguarda solo l'Italia in Europa, ma pure l'Europa verso i Paesi che la compongono. In effetti, analisi e dibattiti durante la campagna elettorale hanno mirato più a considerare vantaggi e svantaggi della nostra adesione alla Comunità europea e all'euro, che non a considerare le prospettive dell'Europa nel suo insieme, di cui l'Italia è solo una parte, sia pur importante. Insomma Europa ed euro andrebbero visti dall'angolatura di Bruxelles, non meno che da quella di Roma. E' vero, non molto diversamente si è fatto negli altri Paesi membri della Comunità: un indizio in più del fatto che, al di là di tanti discorsi, prevale nella sensibilità diffusa tra gli stessi filoeuro un approccio di tipo confederale – primato degli interessi dei singoli Stati membri rispetto agli interessi della Comunità nel suo insieme – piuttosto che un approccio autenticamente federale. Per altro, pensando entro quest'altro approccio, ci si accorgerebbe subito di un aspetto trascurato nella questione del rapporto Comunità-Stati nazionali: quali siano le legittime aspettative e preoccupazioni che un'Europa che
miri ad un'autentica federazione ha o meglio dovrebbe avere nei confronti dei singoli Paesi membri (Italia in particolare, per quanto ci riguarda). Potremmo illustrare questo diverso approccio con una plastica analogia psicologica: in un'ottica davvero federale, più che a una contesa tra fratelli per guadagnare una maggior fetta del patrimonio comune, dovremmo pensare dal punto di vista delle preoccupazioni e delle aspettative di un padre verso i figli – un padre che da un’impostazione autoritaria e punitiva verso i figli indisciplinati e/o meno fortunati passa, o meglio dovrebbe passare all'impostazione davvero autorevole (autorità viene da "augeo", che etimologicamente vuol dire "far crescere") propria di un padre che lavora per la crescita di tutti i figli, anche quelli già indisciplinati e/o meno fortunati. (A chi verrebbe da sorridere a fronte di siffatto linguaggio psicologico, va ricordato che le dinamiche psichiche non sono affatto estranee pure ai soggetti dei grandi processi politici e sociali, come già appare esemplarmente nell’equazione tedesca di debito=Schulde, cioè colpa, una colpa da lavare per i peccati di popoli e governanti, ecc.).
Dunque, i risultati delle elezioni vanno maggiormente letti nel significato politico che assumono per l'Europa nel suo insieme (e non solo o prevalentemente per gli interessi dell'Italia, interni ed esteri, o più limitatamente per gli interessi del PD-Renzi nella politica nostrana). Allora realizzeremmo che non v'è stato alcun ribaltamento dei rapporti di forza che contano in sede di Parlamento europeo: una salda maggioranza relativa resta al centro-destra del PPE (seppur limata rispetto al precedente Parlamento), e il leader da essa designato a presiedere la Commissione europea, Jean-Claude Juncker, non è affatto alieno dal proseguire una politica di sostanziale rigore; i socialisti del PSE restano il secondo partito, per giunta azzoppato dalla débậcle dei fratelli francesi; i partiti euroscettici ed eurofobi sono cresciuti significativamente, ma in misura minore di quanto si temesse e inoltre la loro frammentazione li renderà verosimilmente ininfluenti semmai volessero fare da sponda esterna al PSE per una diversa politica economica, monetaria e sociale. Pertanto, in questo contesto certo trionfalismo sul PD renziano, primo partito socialista entro il PSE, va ridimensionato, riportandolo piuttosto a una dura prospettiva di lavoro (cosa di cui fortunatamente Renzi sembra rendersi conto): il PD ha la maggioranza sì, ma relativa ed esigua (31 deputati su circa 190), all'interno di un PSE che, dal canto suo, resta confinato al secondo posto nel Parlamento europeo. Il che non toglie certo che il gruppo PD e Renzi abbiano carte in più per farsi valere, ai fini di un "lavoro" non solo con la Merkel, ma – si noti – anzitutto con gli stessi colleghi socialisti dei paesi forti dell'Europa, a partire dai socialisti tedeschi della SPD. E' da chiedersi infatti a proposito dei vari sottogruppi nazionali del PSE quanto prevarrà in essi la sensibilità per un'Europa autenticamente federale e sovrannazionale, rispetto agli interessi dei Paesi e dei lavoratori dei Paesi da cui rispettivamente provengono. (A cent'anni esatti dallo scoppio della Prima guerra mondiale duole ricordare la figura meschina del proclamato internazionalismo di sindacati e partiti socialisti di allora, a fronte della sirena dei rispettivi interessi nazionali). Soprattutto non dimentichiamo che lo stesso partito di Martin Schulz, leader designato del PSE in Europa, in Germania è impegnato nella grosse Koalition con la Merkel.
E' a questo punto che viene da riflettere sui rapporti del socialista Hollande con la Merkel. Il dato che fa maggiormente pensare leggendo i risultati elettorali da Bruxelles più che da Roma, è la vistosa asimmetria che si è venuta a creare nell'asse franco-tedesco. Quest'asse, ricordo, è stato e per molti versi è ancora oggi la pietra d'angolo nella costruzione dell'a Comunità europea. A suo tempo lo sosteneva convintamente l’ex presidente francese Sarkozy, convergendo in maniera pressoché totale con la Merkel per la politica di rigore, nel quadro però di un'illusoria pariteticità franco-tedesca – illusoria perché Sarkozy non voleva vedere quanto la Francia iniziasse ad arretrare rispetto alla Germania sul piano economico e sociale (PIL, deficit, disoccupazione). In seguito la politica di Hollande, inadeguata tanto sul piano interno quanto su quello europeo, ha progressivamente allargato il gap di peso politico della Francia rispetto alla Germania in sede europea. Da ultimo, la successiva e per molti versi conseguente bancarotta elettorale del partito socialista francese, per giunta a favore di un partito chiaramente euro-fobico (il Front National della Le Pen, divenuto primo partito in Francia), ha determinato ad oggi un vero e proprio azzoppamento di Hollande entro il suddetto asse con la Merkel. Si è così determinato un curioso rovesciamento di posizioni nello storico asse franco-tedesco: la Francia di Mitterand, di fronte a una Germania riluttante, volle la Germania nell'euro come contropartita alla sua riunificazione; ma ora che obiettivamente euro ed Europa stanno avvantaggiando più di tutti la Germania – al prezzo però dell'inquietante avanzata dell'euroscetticismo – è la Merkel che non può non volere una Francia forte e fortemente europeista. Dunque politicamente, e non solo come principale partner commerciale della Germania, la Merkel ha bisogno di una Francia in cui Hollande riesca a rafforzarsi sensibilmente sul fronte anti Le Pen. Infatti la cancelliera (e tutti noi con lei) non può temere meno di Hollande, che alle politiche francesi del 2017 possa confermarsi il trionfo della Le Pen. Potremmo parlare con gli psicologi sistemici di Palo Alto di un contraddittorio "doppio legame" tra Hollande e la Merkel: pur nel conflitto di posizioni politiche di partenza, nel nuovo contesto sembra che l'uno abbia più che mai bisogno dell'altra, e viceversa. La Merkel ha già fatto un passo astuto per tener in piedi – dal suo punto di vista naturalmente! – ad un tempo l’Europa e la Francia di Hollande: è di oggi (3 giugno) la notizia della sua proposta a Hollande di nominare a presidente della Commissione europea Christine Lagarde (ora presidente del Fondo monetario internazionale): una francese, ma fautrice di politiche economiche non lontane dalle sue. E Hollande come si sta muovendo? E' comunque in siffatto scenario di "dinamica di coppia" Francia-Germania, Hollande-Merkel, che ha da inserirsi il giovane Renzi, aitante parvenu nella grande politica europea – come sembra averlo accolto la Merkel non senza una punta di ironia.
Ma prima occorre vedere come sia potuto accadere che nella Francia di Hollande – cioè in un Paese decisivo per l’Europa – prevalesse il nazionalismo eurofobico. Che ne è dunque di Hollande a due anni dalla sua elezione? Ricordate, avevamo salutato in lui il leader di un partito socialista, ritornato alla presidenza di Francia (anche se già allora v'era da dubitare sulla sua caratura di uomo e di statista). La speranza, comunque, era che il leader socialista di un grande Paese, spinto anche dall'incipiente crisi economica e occupazionale pure in casa propria, potesse allearsi con gli altri Paesi in difficoltà, anzi avesse le carte in regola (sul piano economico e politico) per mettersi alla testa di questi altri Paesi, ai fini di un'accorta strategia di ricontrattazione dei vincoli monetari o quanto meno ai fini di una politica di sostanziale allargamento delle maglie in materia di politica finanziaria ed economica. Questa auspicabilissima svolta da parte di Bruxelles a favore delle economie e dell'occupazione nei Paesi più "deboli" poteva avere successo, per altro nel quadro di una lungimirante ottica federativa, mettendo in cambio sul piatto della bilancia un'ulteriore cessione di "pezzi" di sovranità nazionale (cosa a cui la Francia, a differenza della Germania, ha sempre frapposto resistenze, a partire dalla politica estera e da quella militare). Poco o nulla s'è visto avverarsi del grande statista: Hollande non è certo un Mitterand.
Che Hollande non fosse all'altezza della situazione lo rilevava già Le Monde circa un anno fa (con argomenti che avevo in parte ripreso in un intervento su queste pagine, l'8 luglio 2013, "Dove vai M. Hollande?"), denunciando la sua preoccupante ambiguità: da una parte, prosecuzione di politiche "sociali-socialiste" all'interno, senza riforme significative che facessero i conti col nuovo quadro internazionale della crisi e della globalizzazione (come invece s'è incominciato pur faticosamente a fare in Italia), dall’altra parte, un'adesione di facciata alle politiche di rigore in Europa (salvo poi violarle nei fatti, col regolare sfondamento del rapporto deficit/PIL), quasi volesse restare alla “altezza” del partner tedesco. La persistenza in queste rovinose ambiguità denota forse in Hollande una psicologia dell'orgoglioso, per altro tipicamente francese, che non vuole ammettere posizioni di minorità nei confronti internazionali? Una siffatta psicologia sembra confermarsi nel suo discorso alla nazione il lunedì 26 post-elettorale: un discorso giudicato "vano", cioè le solite vuote parole, dallo stesso Le Monde del 28 maggio u.s. (Del resto nella vittoria della Le Pen, quanto hanno pesato pure le ferite dell'orgoglio francese alla luce della deprecabile situazione economica e occupazionale, tanto più al confronto della "solita" Germania, ora identificata con l'euro?). La mancanza o timidezza di riforme interne (a fronte, è vero, di forti resistenze, da ultime il sollevamento delle Forze armate francesi contro la proposta governativa di significativi tagli alla difesa) – riforme comunque inderogabili per un rilancio della stessa economia francese, che ha problemi molto simili ai nostri (fiscalità eccessiva, troppi vincoli burocratici, dislocazione di aziende e disoccupazione) –, inoltre le contraddizioni con e nella sua stessa politica europea (incapacità di farsi valere in Europa pur quando si levava all'interno del Paese il clamore assordante per un cambio di marcia in Europa, poi captato dalla Le Pen): ecco alcune delle ragioni del tracollo di Hollande e dei socialisti francesi.
L'asse europeista franco-tedesco si trova dunque vistosamente sbilanciato: cosa potrà fare una Francia che ha portato nell’attuale Parlamento europeo un così alto numero di eurofobi? Che potrà fare in particolare un Hollande vistosamente azzoppato? L'impasse del menzionato “doppio legame” in cui si trova attualmente l'asse Hollande-Merkel a seguito del crollo dei socialisti in Francia a favore dei nazionalisti, potrà esser sciolta a favore di una svolta in politica economica e finanziaria se Hollande e lo sparuto drappello di socialisti francesi nel nuovo Parlamento finalmente sapranno operare, coi colleghi italiani, spagnoli ecc., per una strategia comune: una strategia che, mettendo in secondo piano gli immediati interessi nazionali e soprattutto mettendo da parte l'orgoglio nazionale, accetti di operare sinergicamente assieme ai "secondi della classe", anziché volersi porre illusoriamente nel drappello dei "primi", con l’obiettivo di realizzare tutte quelle misure che potranno favorire crescita economica e occupazione nei singoli Paesi. Avendo alle spalle una comune strategia e proposte concrete, portate avanti con coesione e coerenza da parte di numerosi sottogruppi nazionali entro il PSE, Hollande (forse) potrebbe ricostruire l'asse con la Merkel in una posizione di maggior forza, facendo leva pure sul fatto che la Germania per tante ragioni non può fare a meno della partnership con la Francia. Renzi e il gruppo italiano nel PSE dovrebbero operare inserendosi in questo auspicabile contesto, e prima ancora favorendone la formazione; potrebbero così realisticamente pesare ai fini di una nuova politica di Bruxelles a vantaggio della sostenibilità della Comunità nel suo insieme, laddove invece la prosecuzione delle politiche di rigore rischia di portare la Comunità allo sfaldamento sociale in tanti Paesi membri e di qui allo sfaldamento politico della Comunità stessa.

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