Mauro Fornaro Città Futura on-line
Due temi salienti hanno caratterizzato la scena politica degli ultimi giorni. L’uno è la quasi certa approvazione della legge elettorale Renzi-Berlusconi, il cosiddetto Italicum; l’altro riguarda la necessità di superare la politica economica impostata sul rigore, ribadita con vigore dal presidente Napolitano al Parlamento europeo (appello più che condividibile, ma operativamente inconsistente). I due temi hanno l’occasione di convergere sinergicamente a seguito di una vittoria elettorale a breve di Renzi: è quanto mi propongo di attestare.
Il primo tema: l’approvazione dell’Italicum presenta per la sinistra un paio di rischi. Uno è condiviso con la destra. Dare il premio di maggioranza alla coalizione, e non al partito vincente al secondo turno, rischia di perpetuare la difficile governabilità del nostro Paese: se già tante sono le anime interne al PD, l’alleanza con SEL incrementa le pressioni centrifughe sul governo da parte del partito minore della maggioranza. (Per non parlare poi di una destra che va da Fratelli d’Italia a Casini, passando per Lega e NCD). Il secondo rischio, e più temibile, è che la destra possa superare la soglia del 37% al primo turno e ciò alla luce delle seguenti considerazioni:
a) l’ampia area elettorale che sta ad essa afferendo e del resto non sappiamo se le seduzioni di Renzi sull’elettorato di centro e centro-destra prevarranno sui timori dello stesso a fronte di un’alleanza PD-SEL;
b) il logoramento del governo in carica: non s’è mai visto un partito di governo, come è attualmente il PD, riconfermato dopo un periodo di grave crisi economico-sociale (i segni di ripresa economica per il momento sono fragili, quantitativamente troppo modesti, la disoccupazione è prevista stabile, ad essere ottimisti). In mancanza di
autentici, positivi shock sul piano economico e delle correlate riforme, il governo Letta è destinato a perder consensi, e con esso il PD, pur dopo il recente incremento delle intenzioni di voto grazie al successo di Renzi alle primarie. Ma vista la personalità di Letta e dei suoi ministri, va da sé che gli auspicabili shock siano alquanto improbabili.
Conclusione: Renzi fa più che bene a tallonare il governo, a non volerci mettere piede e a prepararsi, anche se non può dirlo, ad elezioni anticipate a breve. In elezioni rimandate al 2015, Letta-Napolitano governanti, persa l’ondata Renzi, la sinistra va a sconfitta probabile (può solo sperare di andare al ballottaggio e di avervi un consistente apporto dell’elettorato M5S).
Vengo al secondo tema: le misure da prendere sul piano della crescita economica e i vincoli che le ostacolano. Quanto alle misure, ormai sono un mantra, tanto noiosamente ripetuto quanto inevaso: forte riduzione del cuneo fiscale, pagamento ai creditori della Pubblica amministrazione, incentivi alla imprenditorialità e all’occupazione a partire dalla semplificazione burocratica, riallocazione delle risorse disponibili a seguito di tagli della spesa pubblica improduttiva e lotta ad evasione e corruzione. Quanto ai vincoli, il tetto del deficit al 3% imposto dall’Europa rende praticamente impossibile allo Stato far nuovo debito per tagliare fortemente il cuneo fiscale e per dare il dovuto ai creditori (diverse decine di miliardi di euro in totale). C’è ampio consenso da sinistra a destra, dai sindacati alla Confindustria, sul che fare, ma non sul come fare per reperire le risorse.
Il punto di vista di chi, per via del conflitto tra necessità e vincoli, finisce di fatto col cadere nell’immobilismo sul piano operativo, è bene espresso nell’editoriale di Scalfari su “Repubblica” di domenica 9 u. s. Ne riporto un brano significativo.
“La domanda che ci si deve porre – scrive Scalfari – è questa: può il Pd provocare la caduta del governo Letta che gode di ampia considerazione non solo dal Capo dello Stato che l'ha nominato, ma anche dalle principali autorità europee e perfino da quella tedesca? (…) Giro questa domanda al presidente della Confindustria e a quei membri autorevoli della "Business community" che fanno proposte razionali per il rilancio dell'occupazione e degli investimenti e la giro anche alla Camusso, segretaria della Cgil, che chiedono tutti a Letta di far proprie le loro proposte oppure di andarsene a casa. Ma né Squinzi né i suoi autorevoli colleghi industriali né la segretaria del maggior sindacato di lavoratori indicano le coperture adeguate a rendere attuabili le loro proposte. Non le indicano perché non ci sono o non sono adeguate o sono cervellotiche. Se l'Europa che conta non cambia politica [sottolineatura mia] è impossibile procedere al rilancio il cui strumento più idoneo è un taglio consistente del cuneo fiscale che favorisce al tempo stesso le imprese, i lavoratori e quindi gli investimenti e i consumi. Taglio sostanziale con l'aggiunta di ulteriori pagamenti dalla pubblica amministrazione ai propri creditori significa risorse fresche di almeno cinquanta miliardi e forse più. Si possono trovare queste risorse senza un mutamento della politica europea?
“Se l’Europa che conta non cambia politica…”: bravo Scalfari! Allora non resta che attendere l’Europa come quel monaco zen che aspettava in riva al fiume che passasse il cadavere del nemico. Insomma gli attendisti nulla facenti invocano dall’Europa un “mutamento della politica” economica: improbabile nel breve-medio termine. Ultimo segno significativo dell’aria che altrove tira è il recente pronunciamento della Corte costituzionale tedesca sulle pur ragionevoli misure prese dalla BCE di Draghi. Come reperire dunque i fondi necessari cui lo stesso Scalfari si riferisce?
Se è inutile attendere l’Europa, occorre giocare d’anticipo attuando un unico pacchetto: sfondamento del tetto del rapporto deficit/PIL portandolo almeno al 5% per alcuni anni, in cambio, contestualmente, dell’attuazione di grosse riforme (sul piano fiscale, amministrativo, della giustizia civile, del mercato del lavoro) necessarie a rilanciare l’economia. Proprio come fu fatto dalla stessa Germania a inizio millennio: sforamento del tetto di Maastricht contestualmente a un piano di riforme. E’ una strategia già ventilata dallo stesso Renzi, su cui in linea di principio v’è convergenza anche da destra, per la quale occorre quel coraggio e quel tanto di spregiudicatezza assente nella terna Letta-Napolitano-Scalfari. E’ dunque a questo punto che scelte elettorali del PD-Renzi e scelte coraggiose di politica economica convergono, a fronte di un governo Letta-Saccomanni troppo succube delle indicazioni finanziarie europee.
Renzi ha la caratura politica e psicologica per osare tanto: solo un forte governo Renzi uscito dalle urne a legge elettorale approvata è la carta vincente per rimettere in moto l’economia del Paese. E’ il momento di giocare grosso: aspettare ancora un anno è incorrere in un logoramento esiziale, per il Paese oltre che per la sinistra. Aspettare invece almeno il compimento delle pur necessarie riforme costituzionali? Il che significherebbe, oltre a dilatare i tempi, esporsi a un esito affatto incerto, avendo un partner, come Berlusconi, pronto a rimangiarsi i patti non appena ne abbia convenienza sul piano personale ed elettorale, come ha sempre fatto.

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