IL CLIMA STA GIA’ CAMBIANDO


Renzo Penna
Dopo trenta ore ininterrotte di negoziati un’intesa, anche se ancora timida e parziale, è stata raggiunta alla Conferenza Onu sul clima di Varsavia. Nel testo la parola “impegni” è stata sostituita da “contributi” e questo ha evitato di sancire la rottura dovuta alla tenace opposizione dei paesi in via di sviluppo e delle economie emergenti, in primo luogo Cina e India, ad accettare un taglio delle emissioni uguale per tutti. Secondo questi Paesi sono le nazioni più industrializzate che devono porsi maggiori obiettivi. Comunque il risultato conseguito rappresenta un passo avanti verso Lima - sede della prossima conferenza - e, soprattutto, verso Parigi dove, nel 2015, dovrà essere varata la strategia mondiale per la riduzione dell’effetto serra che entrerà in vigore nel 2020, quando scadrà il protocollo di Kyoto. Adesso i “contributi” degli oltre 190 paesi che hanno partecipato ai negoziati di Varsavia dovranno essere concretamente adottati e comunicati, mentre l’obiettivo, sempre più urgente e difficile da raggiungere, si conferma quello di contenere l’aumento della temperatura media del pianeta entro i 2 gradi Celsius, nei confronti della fase pre-industriale. 
Un contenimento che, oltretutto, la Iea, l’Agenzia internazionale per l’energia, ritiene problematico e nel suo
ultimo rapporto calcola che, senza interventi decisi e generalizzati, l’aumento medio globale della temperatura sarà non di 2, ma di 3,6 gradi.
Ad evitare in extremis il fallimento della conferenza ha, evidentemente, contribuito la constatazione che, come recenti accadimenti rendono evidente, il cambiamento del clima è già iniziato, il riscaldamento del pianeta è già in atto ed i fenomeni che oggi ci appaiono ancora eventi estremi ed eccezionali, in realtà, stanno diventando accadimenti normali. Così l’uragano Haiyan, che ha appena devastato le Filippine ed è stato valutato il ciclone più grande di sempre, nel clima del prossimo futuro, rischia di ripetersi e i megauragani dei tropici accadere con maggiore frequenza. E Sandy, l’uragano che, un anno fa, ha messo in ginocchio New York essere considerato nella norma.  
Ma i fenomeni “estremi” - come la devastazione, le vittime e il numero degli sfollati dell’ultimo evento ciclonico che ha duramente colpito Olbia e la Gallura in Sardegna stanno a dimostrare - non riguardano più solo i lontani tropici. D'altronde in autunno ci stiamo abituando a cicloni come quelli che hanno spazzato le coste dell’Europa occidentale il mese scorso, in inverno a piogge torrenziali come è accaduto a Copenhagen nel 2011 e in primavera alle grandi esondazioni dei fiumi come il Danubio lo scorso anno.
A preoccupare, in particolare, il nostro continente dovrebbe poi essere il rapporto “Eventi estremi in Europa” preparato dall’Easac, un gruppo di lavoro deciso dalle Accademie delle scienze di tutti i paesi della Ue, più Svizzera e Norvegia, con l’obiettivo di comprendere quale impatto potrà avere sull’Europa l’effetto serra causato dal continuo accumulo di anidride carbonica in atmosfera che si sta avendo a livello mondiale. Infatti, secondo gli studi dell’Easac, l’aumento globale di 2 gradi della temperatura media, significa in Europa che le temperature estive medie del nostro continente potrebbero avere uno sbalzo di 6 gradi. E la terribile afa provata nell’estate del 2003 è destinata a diventare la consuetudine, man mano che il secolo avanza. Così se l’estate mediterranea nel 1990 aveva il 5 per cento delle giornate in cui la temperatura non scendeva sotto i 35 gradi di giorno e sotto i 25 di notte, a fine secolo saranno due su tre, 60 giorni su 90, fra giugno e agosto. Di conseguenza pioverà ancor meno d’estate e d’inverno di più, con precipitazioni torrenziali che non lasciano il tempo alla terra di assorbire l’acqua. Se il mediterraneo rischia di dover sopportare ondate di calore con picchi di 4-6 gradi superiori ai massimi attuali che causeranno un maggiore numero di incendi, anche il Nord Europa avrà i suoi problemi. Secondo il rapporto le inondazioni epocali che si verificavano una volta ogni cento anni diventeranno assai più frequenti nel cuore d’Europa, fra Polonia, Germania, Austria, Svizzera, Francia e, naturalmente, Italia. E le onde che un ciclone potrà scatenare sulle basse coste di Olanda, Germania, Danimarca e nella parte orientale del Mare del Nord, saranno anche di mezzo metro più alte. 
Alla luce di queste previsioni che non lasciano spazio a grandi speranze, ma ci fanno capire quanto il problema sia serio e a noi prossimo non è più consentito a nessuno, a iniziare dal nostro Paese,  ripetere le sottovalutazioni e gli errori commessi. Sono, ad esempio, trascorsi inutilmente sei anni da quando in Italia, nel 2007, si è tenuta una Conferenza governativa sui cambiamenti climatici per definire un “Piano nazionale di adattamento e di prevenzione”. I fondi in allora stanziati dal secondo governo Prodi per avviare i lavori contro il dissesto idrogeologico e per la difesa del suolo sono stati sostanzialmente azzerati dai governi successivi che, in aggiunta, hanno riproposto la pratica deleteria dei condoni edilizi.
E’ tempo che, anche nel nostro Paese, la tutela ambientale diventi politica generale e asse portante della politica economica e sociale. Via obbligata per la ripresa della produzione e dell’occupazione di un nuovo modo di intendere lo sviluppo, nell’interesse primo delle nuove generazioni.
Alessandria, 25 novembre 2013      

Commenti