Torino, ex Nebiolo: bonifica ancora aperta, cinque anni per la certificazione. Ricca chiede lo stop alla moschea
La risposta ufficiale della Regione Piemonte conferma che l'area delle ex Fonderie Nebiolo è ancora sottoposta a un procedimento di bonifica. Il capogruppo della Lega Fabrizio Ricca chiede al Comune di Torino di fermare il progetto della moschea fino al chiarimento delle condizioni ambientali e sanitarie.
Di Pier Carlo Lava – Alessandria Post
Torino, 3 novembre 2026 – Il recupero di un'area industriale abbandonata può rappresentare una grande opportunità per una città, ma la riqualificazione deve necessariamente procedere insieme alla tutela della salute pubblica e al rispetto delle prescrizioni ambientali. È questo il punto centrale della controversia che interessa le ex Fonderie Nebiolo di Torino, destinate a ospitare un centro religioso e culturale comprendente una moschea, uno studentato universitario e diversi spazi aperti alla cittadinanza.
A riaccendere il confronto è il capogruppo della Lega in Consiglio regionale, Fabrizio Ricca, che ha presentato un'interrogazione a risposta immediata per accertare le condizioni ambientali e sanitarie del complesso. La risposta della Direzione Ambiente, Energia e Territorio della Regione Piemonte, datata 3 novembre 2026, contiene elementi rilevanti: il procedimento di bonifica è ancora in corso e il completamento degli interventi non potrà essere certificato prima che siano trascorsi cinque anni dal primo controllo successivo ai lavori.
L'ex complesso industriale, situato tra via Bologna e corso Novara, nel quartiere Aurora, è al centro di un importante progetto di riqualificazione. Nell'ottobre 2026 la Confederazione Islamica Italiana ha annunciato il rilascio del permesso di costruire da parte del Comune di Torino, con l'obiettivo di avviare i lavori entro la fine dell'anno.
L'intervento prevede una moschea con una sala di preghiera destinata ad accogliere circa mille fedeli, ma anche una residenza universitaria, una biblioteca, aule studio e spazi per attività culturali e sociali. Secondo quanto dichiarato dalla Confederazione Islamica Italiana, circa l'80% degli spazi recuperati sarà destinato a funzioni diverse da quelle strettamente religiose.
La questione ambientale è però tutt'altro che conclusa.
Nella risposta all'interrogazione di Ricca, gli uffici regionali precisano che il sito è inserito nell'anagrafe regionale dei siti contaminati con il numero 3100. Il Comune di Torino, con determinazione dirigenziale n. 2925 del 14 maggio 2026, ha approvato il progetto operativo di bonifica mediante messa in sicurezza permanente, presentato dalla Fondazione della Confederazione Islamica Italiana.
La documentazione regionale chiarisce che gli interventi di bonifica non risultano ancora terminati. Il progetto prevede inoltre un piano di monitoraggio della qualità delle acque sotterranee della durata complessiva di tre anni, al termine del quale gli enti competenti dovranno valutare gli esiti e l'eventuale sospensione dei controlli.
Un elemento particolarmente importante riguarda la certificazione finale. Per verificare nel tempo l'efficacia delle opere di messa in sicurezza, è previsto un monitoraggio quinquennale del sistema di copertura e isolamento, tecnicamente definito capping.
Secondo la prescrizione della Città Metropolitana di Torino, richiamata nella risposta regionale, il completamento degli interventi di messa in sicurezza permanente non potrà essere accertato prima che siano trascorsi cinque anni dal primo controllo post-operam.
La stessa Regione chiarisce che il sito non potrà essere considerato a tutti gli effetti bonificato prima che siano trascorsi cinque anni dalla conclusione degli interventi. Si tratta di un dato significativo, che non equivale tuttavia, automaticamente, a un divieto di eseguire lavori edilizi durante il periodo di monitoraggio.
La documentazione evidenzia inoltre vincoli e limitazioni permanenti sull'utilizzo dell'area, con la necessità di controllare e mantenere nel tempo l'integrità delle pavimentazioni e delle opere di messa in sicurezza.
Rimane aperto anche il capitolo relativo all'amianto. Nell'interrogazione presentata dalla Lega viene richiamata una scheda tecnico-patrimoniale predisposta dal Comune di Torino nel 2018, nella quale l'immobile risultava inserito nel catasto amianto comunale, con il numero 357. Secondo quanto riportato nell'atto, erano stati segnalati materiali sospetti non bonificati e non veniva esclusa la possibile presenza di ulteriori materiali contenenti amianto in altre parti del complesso.
La risposta regionale precisa che spetta al proprietario dell'edificio verificare l'eventuale presenza di amianto, valutarne lo stato di conservazione e adottare gli interventi e i programmi di controllo previsti dalla normativa. La risposta non certifica però l'attuale presenza di amianto né stabilisce, da sola, che gli edifici siano oggi utilizzabili in sicurezza.
Sulla base di questi elementi, Fabrizio Ricca ha chiesto al Comune di Torino di fermare il progetto fino al completo chiarimento delle condizioni ambientali e sanitarie.
«Chiediamo al Comune di Torino di fermare il progetto finché non sarà fatta piena chiarezza su contaminazione, amianto e sicurezza degli utenti», afferma Ricca nel comunicato diffuso il 3 novembre.
Il capogruppo leghista sostiene che la tutela della salute debba essere prioritaria rispetto alla realizzazione di una struttura destinata a ospitare un numero significativo di persone e ringrazia gli assessori regionali Enrico Bussalino e Matteo Marnati per la collaborazione istituzionale.
Occorre tuttavia distinguere tra la posizione politica espressa dalla Lega e gli effetti amministrativi dei documenti disponibili. Il permesso di costruire era stato annunciato nell'ottobre 2026 e la risposta della Regione conferma la prosecuzione del procedimento ambientale, ma non contiene un provvedimento formale di sospensione o revoca dell'autorizzazione edilizia.
La vicenda pone quindi alcune domande concrete: quali interventi devono ancora essere completati? Quali attività potranno svolgersi durante i monitoraggi? Quali verifiche saranno necessarie prima dell'accesso del pubblico? E come verranno garantite nel tempo le condizioni di sicurezza?
Sono interrogativi che riguardano l'interesse generale, indipendentemente dalla destinazione religiosa, culturale o residenziale degli edifici.
Per la redazione di Alessandria Post, il punto non dovrebbe essere contrapporre la libertà religiosa alla tutela ambientale, perché entrambi sono principi da rispettare. Una riqualificazione urbana deve poter essere valutata sulla base di documenti, verifiche tecniche e condizioni di sicurezza effettivamente accertate, senza anticipare conclusioni non ancora dimostrate.
Il Comune di Torino, gli enti ambientali e i soggetti promotori del progetto potranno contribuire a chiarire modalità e tempistiche degli interventi, le eventuali condizioni per l'utilizzo degli edifici e il rapporto fra autorizzazioni edilizie e certificazioni ambientali.
La trasparenza dei procedimenti e la pubblicazione dei risultati dei controlli rappresentano la migliore garanzia per i cittadini, per i futuri utilizzatori del complesso e per la credibilità dell'intervento di rigenerazione urbana.
Fonti consultate e documentazione di riferimento: interrogazione a risposta immediata presentata da Fabrizio Ricca il 2 novembre 2026; risposta della Direzione Ambiente, Energia e Territorio della Regione Piemonte del 3 novembre 2026; comunicato stampa del Gruppo Lega Piemonte del 3 novembre 2026. Le considerazioni conclusive sono elaborazioni editoriali originali.
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Geolocalizzazione: Torino, quartiere Aurora, via Bologna – corso Novara, Piemonte.
Immagine generata con intelligenza artificiale a scopo illustrativo. Non riproduce fedelmente lo stato attuale delle ex Fonderie Nebiolo né documenta lavori o controlli effettivamente in corso.

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