Quando i robot sostituiranno gli operai, l'Italia sarà pronta? Il futuro del lavoro e una domanda che non possiamo più rinviare
“Quando i robot sostituiranno gli operai, l'Italia sarà pronta?” «Non aspettiamo che un lavoratore perda il proprio posto per cominciare a prepararlo al lavoro di domani».
L'intelligenza artificiale e la robotica stanno trasformando il mondo produttivo. Ma quanti lavoratori italiani vengono preparati oggi ai mestieri di domani? Il rischio è intervenire soltanto quando arriveranno gli esuberi.
Di Pier Carlo Lava – Alessandria Post
Immaginiamo un lavoratore di 40 anni, con una famiglia, un mutuo o un affitto da pagare e magari due figli ancora piccoli. Da quindici o vent'anni lavora nella stessa azienda, conosce perfettamente le macchine, i processi produttivi e i problemi del proprio reparto. Ha costruito la sua vita attorno a uno stipendio che, pur con tutte le difficoltà, gli garantisce una certa stabilità. Poi, un giorno, l'azienda annuncia un importante piano di automazione: nuovi robot, sistemi intelligenti, macchinari capaci di svolgere attività fino a quel momento affidate agli operai. E insieme agli investimenti arrivano le parole che nessun lavoratore vorrebbe ascoltare: riorganizzazione, riduzione dei costi, esuberi.
Non è detto che questo scenario si realizzi ovunque, né che ogni robot provochi la perdita di un posto di lavoro. Ma è una possibilità concreta che impone di affrontare una questione fondamentale: che cosa accadrà ai lavoratori italiani quando l'automazione entrerà in misura crescente nelle fabbriche, nei magazzini, negli uffici e nella logistica? E, soprattutto, che cosa stiamo facendo oggi per evitare che il progresso tecnologico si trasformi in una crisi sociale?
La Cina ha già raggiunto livelli straordinari di diffusione della robotica industriale e numerose imprese europee stanno aumentando gli investimenti nell'automazione. Ma la trasformazione non riguarda soltanto gli operai. L'intelligenza artificiale è già in grado di supportare o automatizzare attività amministrative, elaborazione di documenti, analisi di dati, assistenza ai clienti e numerose altre mansioni. La differenza rispetto alle precedenti rivoluzioni industriali è che oggi vengono coinvolti contemporaneamente lavori manuali e intellettuali.
L'Organizzazione Internazionale del Lavoro ha evidenziato che circa un lavoratore su quattro nel mondo svolge una professione potenzialmente esposta all'intelligenza artificiale generativa. Questo non significa che un quarto dei posti di lavoro scomparirà: nella maggior parte dei casi si prevede una trasformazione delle mansioni, non necessariamente la sostituzione completa delle persone. Tuttavia, anche cambiare profondamente il contenuto di una professione può mettere in difficoltà chi non ha ricevuto una preparazione adeguata.
E l'Italia? Siamo veramente pronti? I numeri suggeriscono che esistono motivi concreti di preoccupazione. Secondo l'ISTAT, nel 2025 soltanto il 16,4% delle imprese italiane con almeno dieci addetti utilizzava tecnologie di intelligenza artificiale, contro una media europea del 20%. È vero che il dato italiano è raddoppiato rispetto al 2024 ed è altrettanto vero che le grandi aziende mostrano un'adozione più elevata, ma il divario resta significativo. Il ritardo non riguarda soltanto le tecnologie: secondo l'OCSE, nel 2024 appena l'11% dei lavoratori adulti italiani aveva partecipato ad attività di istruzione o formazione nelle quattro settimane precedenti, circa la metà della media dei Paesi europei OCSE.
Ed è proprio quest'ultimo dato che dovrebbe preoccuparci maggiormente. Perché non basta acquistare robot, introdurre software intelligenti o concedere incentivi alle aziende. Bisogna preparare le persone che dovranno convivere con quelle tecnologie. Un'impresa può acquistare una macchina in pochi mesi, ma un lavoratore potrebbe aver bisogno di anni per acquisire una nuova professionalità. Se la formazione comincia soltanto dopo l'annuncio degli esuberi, il rischio è che arrivi troppo tardi.
Proviamo a immaginare tre possibilità. Nella prima, l'azienda investe in automazione, aumenta la produzione e riqualifica i dipendenti, destinandoli a nuove attività di controllo, programmazione e manutenzione. Nella seconda, riduce progressivamente il personale attraverso pensionamenti e mancate sostituzioni. Nella terza, invece, elimina alcune mansioni e comunica che una parte dei lavoratori non è più necessaria. La tecnologia può essere la stessa, ma le conseguenze sociali possono essere profondamente differenti. Dipendono dalle scelte dell'impresa, dalle condizioni del mercato e dagli strumenti predisposti dalle istituzioni.
Ed è qui che si apre una questione politica, economica e sociale di enorme importanza. Il Governo, le Regioni, Confindustria e le organizzazioni sindacali dovrebbero conoscere, settore per settore, quali professioni rischiano di essere maggiormente trasformate nei prossimi cinque anni. Dovrebbero individuare le competenze necessarie e organizzare percorsi formativi accessibili prima che le aziende riducano il personale. Non semplici corsi generici, ma programmi collegati alle attività che saranno realmente richieste dal mercato del lavoro.
L'Italia dispone già di strumenti dedicati alla formazione, tra cui il Fondo nuove competenze. Il problema, però, non può essere affrontato soltanto contando le risorse stanziate o il numero di corsi organizzati. Bisogna verificare quanti lavoratori riescono effettivamente a conservare un impiego stabile, quanti vengono ricollocati e con quali condizioni salariali. Perché un lavoratore che perde un posto sicuro e relativamente ben retribuito e ne trova uno precario, con uno stipendio sensibilmente inferiore, non può essere considerato automaticamente un successo della transizione.
Esiste poi un'altra domanda che non dovremmo ignorare. Se robot e intelligenza artificiale consentiranno alle imprese di produrre di più, contenere i costi e aumentare gli utili, come verranno distribuiti i benefici di questa maggiore produttività? Potranno tradursi in nuovi investimenti, salari migliori, riduzione dell'orario di lavoro, formazione e maggiore sicurezza occupazionale? Oppure il vantaggio economico resterà concentrato prevalentemente nelle imprese e nei loro azionisti? Non esiste una risposta obbligata: sono scelte che richiedono confronto tra istituzioni, aziende e rappresentanti dei lavoratori.
La questione interessa particolarmente i lavoratori tra i 30 e i 55 anni. Persone che hanno spesso ancora molti anni di attività davanti, responsabilità familiari e impegni economici difficilmente rinviabili. Ma riguarda anche i più giovani, che potrebbero entrare in un mercato del lavoro profondamente diverso da quello conosciuto dai loro genitori. Quali professioni conviene scegliere? Quali competenze saranno richieste? E come si costruisce un futuro stabile quando le tecnologie cambiano più rapidamente dei percorsi scolastici e professionali?
Per questo ritengo che servirebbe un vero programma nazionale di preparazione alla trasformazione del lavoro, accompagnato da obiettivi misurabili e verifiche periodiche. Le imprese dovrebbero essere coinvolte nell'individuazione delle competenze necessarie, i sindacati nella tutela dei lavoratori e gli enti formativi nella realizzazione di percorsi aggiornati. Le istituzioni dovrebbero rendere pubblici i risultati, anche quando non sono soddisfacenti.
La domanda che rivolgerei al Governo, alle associazioni imprenditoriali e ai sindacati è molto semplice: quanti lavoratori italiani stiamo preparando oggi ai mestieri che saranno richiesti fra cinque anni, e come verificheremo che la formazione li aiuti davvero a conservare un'occupazione dignitosa?
Non è una domanda alla quale si possa rispondere soltanto annunciando nuovi finanziamenti. Servono numeri, programmi, responsabilità e risultati verificabili.
Il futuro del lavoro non si difende quando arrivano le lettere di licenziamento. Si costruisce cinque anni prima, quando imprese, Governo e sindacati hanno ancora il tempo di preparare le persone al cambiamento. La vera misura del successo non sarà soltanto il numero di robot installati o di corsi finanziati, ma quante donne e quanti uomini riusciranno a continuare a lavorare con dignità.
Il progresso tecnologico può rappresentare una straordinaria opportunità per l'Italia. Ma perché diventi anche un progresso sociale occorre una scelta precisa: investire nelle persone con la stessa determinazione con cui investiamo nelle macchine.
Nel prossimo approfondimento: che cosa può fare concretamente, già da oggi, un lavoratore per prepararsi all'arrivo dell'intelligenza artificiale e della robotica? Quali competenze conviene acquisire e quali percorsi formativi scegliere?
“Quando i robot sostituiranno gli operai, l'Italia sarà pronta?” «Non aspettiamo che un lavoratore perda il proprio posto per cominciare a prepararlo al lavoro di domani».
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