“Testamento” di Blaga Dimitrova: sei parole per lasciare al mondo ciò che non siamo riusciti a dire

Donna con vestito leggero e corto, gambe accavallate e tacchi a spillo, seduta su una poltrona mentre legge un libro vicino a una finestra.
Una giovane donna, elegante e assorta nella lettura, siede su una poltrona accanto alla finestra, immersa nella luce calda dell’ambiente domestico.

Ci sono poesie che hanno bisogno di pagine e altre che riescono a spalancare un’intera esistenza in pochissime parole. “Testamento” di Blaga Dimitrova appartiene a questa seconda, rarissima categoria. È un componimento del 17 novembre 1994, scritto quando la grande poetessa bulgara aveva ormai attraversato quasi tutto il Novecento: guerra, regime comunista, censura, dissidenza, impegno politico, amore, letteratura. Eppure, davanti alla possibilità dell’ultima parola, Dimitrova non sceglie di raccontare ciò che ha scritto. Chiede invece di essere cercata proprio in ciò che non è riuscita a trovare.

Pier Carlo Lava

Testamento

Cercami nelle parole
che non ho trovato

Blaga Dimitrova
17 novembre 1994
Traduzione di Valeria Salvini

Pochissimi versi, quasi un sussurro, e tuttavia dentro queste parole c’è una concezione intera della poesia. Dimitrova non consegna al lettore un’autobiografia, non elenca ciò che ha fatto, non ricorda i libri pubblicati, le battaglie combattute o gli incarichi ricoperti. Fa qualcosa di molto più radicale: invita a cercarla nell’assenza, nel linguaggio che le è sfuggito, nelle parole che non è riuscita a pronunciare. Il testamento non coincide quindi con ciò che rimane scritto, ma con ciò che continua a mancare. È una straordinaria inversione di prospettiva: normalmente pensiamo che uno scrittore sopravviva nelle proprie opere; Dimitrova suggerisce invece che una parte ancora più profonda di noi possa trovarsi proprio là dove l’opera non è arrivata.

La parola “cercami” è fondamentale. Non dice “ricordami”. Non domanda una commemorazione. Chiede un movimento attivo, quasi una ricerca senza fine. Il lettore è invitato a continuare a interrogare il silenzio. In questa scelta c’è tutta la poetica di Blaga Dimitrova, una scrittura che raramente offre soluzioni definitive e che preferisce abitare le domande. Anche la parola diventa insufficiente. Per una donna che aveva dedicato l’intera vita alla letteratura, riconoscere che esistono parole non trovate significa attribuire al linguaggio un limite, ma nello stesso tempo anche una possibilità infinita: qualcun altro potrà forse continuare quella ricerca.

Il componimento porta la data del 17 novembre 1994. Dimitrova aveva settantadue anni e aveva già attraversato una stagione politica intensissima. Pochi anni prima era stata tra le figure dell’opposizione democratica bulgara e, dopo la caduta del regime comunista, era diventata vicepresidente della Repubblica. Si era però dimessa dall’incarico nel 1993, tornando progressivamente alla dimensione che più le apparteneva: quella della scrittura. Letta dentro questo contesto, “Testamento” assume un significato ancora più profondo. Dopo il rumore della storia, delle istituzioni e della politica, rimangono soltanto due versi e una domanda implicita: che cosa resta veramente di una persona?

La risposta di Dimitrova non è consolatoria. Ciò che rimane non è necessariamente ciò che siamo riusciti a compiere. Potrebbe essere anche ciò che abbiamo inseguito per tutta la vita senza raggiungerlo. Le parole non trovate possono rappresentare amori incompiuti, pensieri mai espressi, occasioni perdute, verità che non siamo riusciti a formulare, oppure semplicemente quella parte di noi stessi che nessun linguaggio riuscirà mai a contenere completamente. È proprio questa indeterminatezza a rendere i due versi universali.

Blaga Dimitrova, una vita dentro il Novecento

Blaga Nikolova Dimitrova nacque il 2 gennaio 1922 a Bjala Slatina, in Bulgaria, e trascorse parte dell’infanzia a Veliko Tărnovo prima di trasferirsi a Sofia. Figlia di una famiglia colta, manifestò molto presto interesse per la letteratura e cominciò a pubblicare componimenti già da giovanissima. Studiò Filologia slava all’Università di Sofia, laureandosi nel 1945, e contemporaneamente approfondì lo studio del pianoforte. La musica avrebbe lasciato un’impronta importante nella sua sensibilità poetica, soprattutto nel ritmo, nella costruzione delle immagini e nella ricerca di una parola capace di unire precisione e intensità emotiva. 

Proseguì successivamente gli studi a Leningrado e a Mosca, presso l’Istituto letterario Maksim Gor’kij, dove approfondì l’opera di Vladimir Majakovskij e il rapporto fra il poeta russo e la poesia bulgara contemporanea. Tornata in patria lavorò nel mondo editoriale e culturale e cominciò una produzione vastissima che avrebbe compreso poesia, romanzi, saggi, critica letteraria e traduzioni. Fu inoltre una raffinata traduttrice: lavorò su autori russi, polacchi, tedeschi, svedesi e classici dell’antichità, contribuendo in modo significativo al dialogo fra la cultura bulgara e le altre letterature europee.

La sua poesia attraversò diverse stagioni. Nei primi anni prevalsero l’interiorità, l’amore, la scoperta del mondo e il rapporto fra identità individuale e sentimento. Progressivamente, però, la scrittura divenne anche uno strumento di interrogazione civile. Dimitrova non accettò mai completamente le rigidità ideologiche e culturali del cosiddetto socialismo reale. Alcune sue opere incontrarono la censura e la sua figura divenne progressivamente sempre più autonoma rispetto alle strutture ufficiali del regime. Quella stessa ricerca di libertà che troviamo nei suoi versi si trasformò nel corso degli anni in una scelta pubblica.

Particolarmente significativo fu il suo rapporto con il Vietnam, che visitò ripetutamente durante gli anni della guerra. Da quelle esperienze nacquero testi e riflessioni profondamente segnati dall’antimilitarismo. Dimitrova adottò inoltre una bambina vietnamita, trasformando un’esperienza politica e culturale in una vicenda anche personale e familiare. L’attenzione verso la dignità umana e la sofferenza degli individui sarebbe rimasta una costante della sua opera. 

Negli ultimi anni del regime comunista bulgaro partecipò apertamente ai movimenti per i diritti umani, la libertà d’espressione e la tutela ambientale. Fu tra le personalità coinvolte nel Comitato per la protezione ambientale di Ruse e nel Club per il sostegno della glasnost e della perestrojka, esperienze che contribuirono alla nascita dell’opposizione democratica bulgara. Dopo la fine del regime entrò direttamente nella vita politica e nel gennaio 1992 venne eletta vicepresidente della Bulgaria. Rimase in carica fino al 1993, quando si dimise dopo contrasti politici con il presidente Želju Želev. 

Quell’esperienza non cancellò però la sua identità più profonda. Dimitrova rimase prima di tutto una poetessa, e forse proprio la brevità di “Testamento” ci permette di comprendere quanto poco le interessassero, alla fine, le definizioni pubbliche. Vicepresidente, dissidente, traduttrice, romanziera: sono tutte parole corrette, ma nessuna è sufficiente a contenerla. Lei stessa sembra dircelo. Cercatemi altrove. Cercatemi proprio in ciò che non ho saputo nominare.

Nel 1992 ricevette il prestigioso Premio Herder. Continuò a scrivere fino agli ultimi anni della sua vita e morì a Sofia il 2 maggio 2003, all’età di 81 anni. Oggi è considerata una delle grandi voci della letteratura bulgara del Novecento e in Italia la conoscenza della sua poesia è legata soprattutto al lavoro della traduttrice e studiosa Valeria Salvini, curatrice di Segnali. Poesie scelte 1937-1999.

Le parole che mancano sono forse quelle che ci raccontano meglio

“Testamento” lascia infine una domanda che riguarda ciascuno di noi. Se dovessimo lasciare soltanto poche parole, sceglieremmo quelle che abbiamo pronunciato oppure quelle che abbiamo cercato per tutta la vita senza riuscire a trovarle?

Forse Blaga Dimitrova aveva intuito che nessuna esistenza può essere completamente raccontata. C’è sempre qualcosa che rimane fuori dalla frase, dalla fotografia, dal ricordo degli altri. La poesia nasce proprio in quella distanza fra ciò che sentiamo e ciò che riusciamo a dire.

E allora quei due versi diventano davvero un testamento. Non perché chiudano una vita, ma perché la lasciano aperta.

Dimitrova non chiede di essere cercata nelle certezze.

Chiede di essere cercata nelle parole mancanti.

Ed è forse lì che continuano a vivere i poeti.

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GEO: Blaga Dimitrova; Bjala Slatina; Veliko Tărnovo; Sofia; Bulgaria; Europa orientale; letteratura bulgara del Novecento.

“Testamento” di Blaga Dimitrova è una poesia di appena due versi che racchiude una riflessione straordinaria sulle parole non dette, sulla memoria e su ciò che resta di una vita. Recensione e biografia approfondita della grande poetessa bulgara.

Fonte del testo poetico e della traduzione: Blaga Dimitrova, Sull’orlo; traduzione italiana di Valeria Salvini, riprodotta nell’articolo biografico di Valeria Salvini dedicato alla poetessa. Approfondimenti biografici: Valeria Salvini, Filodiritto; repertorio sulla poesia bulgara Bulgaria-Italia; profilo biografico di Blaga Dimitrova. Filo Diritto

Altre Fonti: Bulgaria Italia.  Wikipedia   Filo Diritto

Nota sul diritto d’autore: il testo e la traduzione restano protetti. La riproduzione dei due brevissimi versi è inserita qui esclusivamente nel contesto di recensione, analisi e citazione critica, con attribuzione dell’autrice e della traduttrice.

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