Sumimasen: La grazia di lasciare il conto aperto: perché farci aiutare ci fa così paura. Riflessione di Ada Rizzo










In Giappone, quando qualcuno ti fa un favore, spesso non gli dici grazie. Gli dici: mi dispiace.

 

 

“Ti tengono aperta la porta dell'ascensore mentre corri. Ti raccolgono un guanto caduto per strada. Un collega ti porta un caffè senza che tu lo abbia chiesto. Un vicino ti ritira un pacco.

 

E la parola che esce più spesso, in Giappone, in quei momenti, è sumimasen (すみません).

 

È la stessa parola che si usa per chiedere scusa. La stessa con cui si chiama il cameriere al ristorante. La stessa con cui si dice "permesso" quando si passa in mezzo alla gente. Una parola che a un orecchio occidentale sembra fare tutto e il contrario di tutto.

 

Quando l'ho capita davvero, mi ha cambiato il modo di guardare i favori.

 

Sumimasen viene dal verbo sumu (済む), che vuol dire "finire", "concludersi", "essere sistemato". È il verbo che si usa per un lavoro completato, per un conto chiuso, per una questione risolta. Sumimasen è la sua forma negativa e cortese.

 

Letteralmente vuol dire: "non è finita". "Non è sistemato". "Non si chiude qui".

 

Quando un giapponese ti dice sumimasen dopo che gli hai fatto un favore, ti sta dicendo, più o meno, questo: hai fatto una cosa per me, mi hai dato un po' del tuo tempo, della tua attenzione, della tua fatica. E io non posso saldarla adesso. Il conto tra noi resta aperto. Mi dispiace di averti dato questo disturbo, e ti ringrazio di essertelo preso.

 

Scusa e grazie, nella stessa parola. Perché in fondo, se ci pensi, sono due facce dello stesso gesto: riconoscere che l'altro ha fatto qualcosa per te che non era obbligato a fare.

 

Adesso guarda come facciamo noi.

 

Da noi, quando qualcuno ci fa un favore, la prima cosa che ci viene da fare è chiudere il conto. Subito. "Ma no, non dovevi." "Poi ti offro io il caffè." "Ti devo un favore." "Dimmi quanto ti devo." Ci affrettiamo a pareggiare, a restituire, a rimettere i piatti della bilancia allo stesso livello. Come se restare in debito con qualcuno fosse una cosa scomoda, quasi imbarazzante.

 

E a volte facciamo di peggio: il favore non lo chiediamo proprio. Preferiamo arrangiarci, fare da soli, portare tre borse invece di due pur di non dire "mi daresti una mano?". Perché chiedere vuol dire aprire un conto. E un conto aperto ci fa sentire esposti, piccoli, dipendenti.

 

C'è qualcosa di molto nostro, in tutto questo. Ci hanno insegnato che le persone forti non hanno bisogno di nessuno. Che essere autonomi è la cosa più dignitosa. Che è meglio non dover niente a nessuno.

 

Il giapponese, con una parola sola, guarda la cosa dall'altra parte.

 

Per sumimasen, il conto aperto non è un problema da risolvere in fretta. È il filo che tiene insieme le persone. Il collega a cui devi un caffè, il vicino a cui devi un pacco ritirato, la persona a cui devi una serata passata ad ascoltarti: sono legami vivi proprio perché qualcosa, tra voi, non è ancora chiuso.

 

Pensaci. Le relazioni in cui nessuno deve più niente a nessuno, quelle dove i conti sono tutti a posto, sono spesso le più fredde. Quelle con le persone che conosciamo appena. Mentre i legami più veri della nostra vita sono pieni di debiti mai saldati. Le notti in cui qualcuno ci ha accompagnato in ospedale. I soldi prestati e mai più nominati. Le parole giuste arrivate nel momento giusto. Non li abbiamo mai ripagati. E va bene così. È proprio lì che abita il bene che ci vogliamo.

 

A me è capitato tante volte di correre a chiudere il conto. Di ricevere un regalo e pensare subito a quale regalo fare in cambio, e di che valore. Di sentire, quando qualcuno mi aiutava, quasi un piccolo peso sul petto, finché non riuscivo a ricambiare. Mi capita ancora, certe volte. Ma da quando ho conosciuto questa parola, provo a fare una cosa diversa: a lasciare il conto aperto. A dire grazie, e basta, senza correre a pareggiare.

 

È più difficile di quanto sembri. Restare in debito con qualcuno richiede una specie di fiducia. Vuol dire credere che quella persona non stia tenendo la contabilità. Che l'abbia fatto perché voleva, non per avere qualcosa indietro.

 

Ma quando ci riesco, mi accorgo che quel piccolo debito non pesa. Scalda.

 

Non devi saldare tutto. Le persone che ti vogliono bene non stanno contando. E un conto che resta aperto, a volte, è solo un altro modo di dire: tra noi non è finita.”

(Tratto dal libro "Le crepe sono fatte per l'oro" di Elana Giappone)

 

Riflessione

Leggere questo testo sul concetto giapponese del sumimasen mi ha fatto scattare immediatamente una riflessione sul nostro modo di vivere i rapporti, mettendo a nudo un meccanismo molto occidentale: la paura di dipendere dagli altri.

 

Da noi,  in Occidente, quando qualcuno ci fa un favore, la reazione automatica è quasi un riflesso condizionato: sdebitarsi subito, pareggiare i conti, rimettere i piatti della bilancia a livello. Ci affrettiamo a dire «Non dovevi o a buon rendere», offriamo un caffè di contraccambio o ci sentiamo in ansia finché non restituiamo il favore. È come se restare in debito fosse una colpa o una piccola macchia sulla nostra indipendenza.

 

Se proviamo a guardare dentro di noi usando il celebre schema dello psicologo Eric Berne,  il modello GAB (Genitore, Adulto, Bambino) — capiamo subito chi sta parlando in quei momenti:

 

Da una parte c'è il Genitore Critico, la voce severa che ha assimilato regole rigide e ci ripete che non dobbiamo mai essere di peso, che chiedere aiuto è una debolezza e che bisogna sempre sdebitarsi.

 

Dall'altra c'è il Bambino Adattato, quella parte di noi che teme il giudizio e si sente inadeguata o in pericolo se non ripaga subito il favore, per paura di perdere l'affetto o di sembrare egoista.

 

Restare in debito fa paura perché ci fa sentire esposti e fragili, come se accettare un aiuto diminuisca il nostro valore. È una corazza protettiva che nasconde l'insicurezza di non sentirsi abbastanza.

 

È qui che entra in gioco la nostra parte più matura, l'Adulto, insieme al Bambino Libero (la parte più spontanea e autentica). Quando impariamo a far dialogare queste parti, riusciamo a mettere a tacere quel giudice interiore e a tollerare la grazia del ricevere senza l'ansia della prestazione.

 

Capiamo così che i legami più autentici non sono partite doppie o contratti commerciali, ma flussi di affetto in cui i conti restano felicemente aperti. Dire semplicemente un "grazie" pieno, senza correre a pareggiare, richiede fiducia: la fiducia che chi ci vuole bene non sta tenendo una contabilità segreta, e che un debito emotivo non è un peso sul petto, ma il filo vivo che ci tiene uniti agli altri. 

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