Recensione di Maria Rizzi al volume "Diario poetico di Franco Campegiani", a cura di Enzo Concardi



Il Diario poetico di Franco Campegiani, pubblicato da Guido Miano Editore nel 2026, e

curato dall’ottimo critico Enzo Concardi, rappresenta senza dubbio un unicum artistico. Si

tratta, infatti, di una ‘navigazione’ attraverso la poetica del critico letterario, filosofo,

saggista e critico d’arte. L’ho definito un unicum, ovvero un testo che non ha uguali o

repliche nella tradizione letteraria, perché Concardi intraprende un viaggio dalla silloge Ver

sacrum del 2012 a Dentro l’uragano, vincitore della Golden Selection di Roberto Sarra del

2021, fino ad alcune liriche inedite, postando un’esegesi sotto ogni componimento del

Nostro.

Tengo a precisare che sono amica di Franco Campegiani da più di vent’anni e ho

seguito il fiorire delle sue opere con ammirazione e spirito animato da costante apertura

alla meraviglia che l’autore ha sempre conservato nei confronti della parola, dell’arte e

della vita. Il Diario si apre, cronologicamente, con una lirica possente (tratta da Ver

sacrum), Guerra e pace, della quale cito i due versi della chiusa: «…E sono io Caino, io

Abele,/ io l’angelo e il diavolo di me stesso». Concardi nella sua critica coglie il dualismo,

che è una delle caratteristiche pregnanti della visione poetica di Campegiani. In filosofia, il

mito di Caino e Abele rappresenta la struttura originaria della fraternità, e della

responsabilità etica verso l’altro. La vita è vista dal nostro autore come un’eterna e irrisolta

oscillazione tra opposti inconciliabili: bene e male, luce e tenebra, spirito e materia,

paradiso e inferno. L’essere umano non è un’unità armonica, ma un misto paradossale di

aspirazioni celesti e bassezze terrene... Si potrebbe definire un cherubino al cospetto del

fango. Il poeta è un acrobata o un giocoliere (istrïon) in equilibrio instabile sul baratro del

peccato e della virtù, sospeso tra il sogno di un’arte ideale e la corruzione della realtà.

Le liriche successive Luna apuana e Amarti è perderti consentono a Enzo Concardi di

spostare l’attenzione su altre due tematiche fondamentali dell’arte di Campegiani: l’amore

per la natura e il sentimento passionale. La natura riveste nel Nostro un ruolo ancestrale,

in quanto lo riporta alla sacralità delle origini contadine. La terra non è vista solo come

fonte di sostentamento, ma come uno spazio mitico, rituale e spirituale. Il lavoro dei campi

si eleva a liturgia e il legame con gli antenati diventa una forma di devozione. Nella poesia

contadina il ritmo delle stagioni assume una dimensione sacrale. Non c’è spazio per il

caso: la semina, l’attesa e il raccolto sono vissuti come misteri di morte e rinascita. Nei

versi d’amore, che da sempre amo particolarmente, il sentimento viene ritratto come un

rischio inevitabile e vertiginoso, dove la bellezza del legame convive con la costante

consapevolezza della precarietà e della possibile perdita. La vulnerabilità di aprirsi all’altro

trasforma l’amore in un’esperienza intensa che unisce la gioia dell’unione alla fragilità

dell’assenza. Potrebbe sembrare un canto rinunciatario, ma come precisa Concardi, è un

tempio innalzato al rispetto dell’altra.

Indimenticabile la lirica Case nere lungo i viali asfaltati: «Il male d’oggi è chiuso in un

recinto/ di plastificate muraglie,/ ghetto refrattario in una cupola/ agli spiragli di luce…».

Muri di polimero e schermi accesi, strati di finzione che isolano i cuori, architetture

dell’apparire, fredde e tese, mentre fuori muore l’autentico sapore delle cose.

L’anima urta contro questa barriera lucida, cercando una crepa, una ferita di terra, ma la

muraglia non cede, non sanguina, imprigiona l’umano in una perenne, finta primavera. Le

radici contadine per l’autore rappresentano un ritorno alla concretezza dell’esistenza come

risposta alla crisi della modernità e dell’urbanizzazione Vivere con radici contadine

significa dare valore a ciò che è essenziale, evitando gli sprechi e recuperando un contatto


diretto con il “fare” manuale e intellettuale. L’essere umano ha bisogno di appartenere a un

luogo e a una comunità solidale per non sentirsi sradicato nella società moderna.

In liriche come Concerto di primavera (tratta da Dentro l’uragano) - Concardi riconosce

i principi francescani del Cantico delle Creature. E la sua esegesi, arpa accordata con

maestria ai versi del Poeta, coglie ogni sfumatura del suo amore verso i miracoli del

creato. E una poesia così straordinariamente ispirata induce anche a far riferimento alla

filosofia presocratica e classica, nella quale la primavera rappresenta il dinamismo

dell’essere, il passaggio dal potenziale all’atto, il ciclo vitale in cui la natura mostra la sua

forza generatrice. L’idea di un “concerto” applicato alla primavera richiama addirittura la

concezione pitagorica dell’armonia delle sfere, in cui la musica e l’ordine naturale riflettono

la medesima struttura razionale e bellezza geometrica dell’universo. Il concetto è fissato,

in Tellure, dalla chiusa che trafigge: «…E ogni pomo è il padre,/ il figlio, lo spirito santo»,

che, per dirla con Concardi, sancisce il rapporto Uomo-Natura.

Sempre tratta da Dentro l’uragano la dolcissima lirica Con passi brevi ed alati che

l’esegeta interpreta come un viatico verso la donna, intesa alla maniera di Faust. E i versi

incarnano senz’altro uno dei nodi filosofici e poetici del Faust di Johann Wolfang von

Goethe e, più in generale, della filosofia che riflette sulla condizione umana il desiderio e il

tempo. Muoversi con «passi lievi e alati» rappresenta la capacità (concessa dall’alleanza

magica e diabolica con Mefistofele) di liberarsi dal peso della gravità esistenziale, di

fluttuare sopra il tempo e lo spazio per sperimentare tutto il possibile.

La lirica Tutto tornerà al suo posto, sempre da Dentro l’uragano, si potrebbe paragonare

all’ancora gettata nel corso del viaggio. Non esprime una speranza, ma una certezza.

L’uomo saprà rinascere da sé stesso, sopravvivere anche a una «bufera cosmica». Il

punto cruciale della teoria di Campegiani: dopo la distruzione, il cosmo rinascerà

esattamente identico a prima (palingenesi). L’uomo e la natura ritorneranno a vivere in un

nuovo ciclo cosmico originariamente perfetto. L’eterno ritorno, di eraclitea memoria, credo

rappresenti la riflessione più profonda che il Poeta filosofo ci spinge a fare.

Dopo la sosta, leviamo l’ancora e ci rilassiamo con Qui ora, poesia definita giustamente

provocatoria da Enzo Concardi. Il concetto, noto in latino come hic et nunc, indica la

condizione di essere pienamente consapevoli del momento presente e dello spazio in cui

ci si trova, senza farsi distrarre dai pensieri sul passato e dalle ansie per il futuro.

La poesia L’essere è qui (da Dentro l’uragano) spinge Concardi a leggere

essenzialmente il filosofo e il suo alter ego e a paragonarlo al Luigi Pirandello dell’opera

Uno nessuno è centomila del 1996 e al Nietzsche de L’eterno ritorno. Cito due versi

esaustivi in merito: «…L’oltre sta qui, nel cordone ombelicale/ che mi lega all’altro di me

stesso…». E in questo testo filosofico, l’esegeta ha tutti i motivi per citare Friedrich

Nietzsche e L’eterno ritorno dell’uguale, secondo cui la realtà e il tempo non seguono una

linea retta, ma un ciclo infinito, nel quale ogni istante, gioia e dolore si ripetono identici per

l’eternità.

In Franco Campegiani l’aspetto filosofico è poeticamente presente. Si potrebbe dire che

il suo è un modo di esprimersi che unisce la ricerca profonda del senso della vita tipica

della filosofia, alla bellezza e all’intuizione emotiva della poesia. Mi inchino alla lettura

critica della lirica amorosa Morire in te, che fa riferimento al Pavese della meravigliosa

poesia Verrà la morte e avrà i tuoi occhi e si sofferma sull’utilizzo dei verbi. Cito alcuni

versi: «…Spegnermi come si spegne/ questo ciclone di fuoco che cade/ nella rete del

pescatore…». L’espressione evoca l’idea paradossale di qualcosa di immenso, indomabile

e distruttivo, che viene inaspettatamente intrappolato o contenuto da uno strumento umile.


Tra le poesie inedite mi ha colto come un pugno allo sterno Periferia, che recita:

«…Anch’io difatti mi manco,/ non so dove sia/ la parte nascosta di me…». Lirica che inizia

con i versi di Rimbaud e, secondo il prezioso Concardi, tende a denunciare l’odierno male

di vivere. In effetti l’espressione «mi manco» tocca uno dei temi più profondi della filosofia

dell’esistenza, dell’ontologia e della psicoanalisi. Mentre comunemente diciamo «mi

manchi» riferendoci a un altro, dire «mi manco» sposta il vuoto all’interno del soggetto

stesso. In filosofia, questo concetto non indica una semplice tristezza, ma una condizione

strutturale dell’essere umano. Il cortocircuito espresso da «mi manco» si ricollega

direttamente alla celebre rivoluzione d’identità operata da Arthur Rimbaud con la sua

forma più famosa «je est un autre» teorizzata nelle storiche Lettere del Veggente, che

apre la lirica del nostro autore.

Altra poesia inedita di grande valore è Il silenzio e le parole. L’esegeta la ritiene una

sorta di manuale del poeta autentico. Il silenzio non è assenza, ma il grembo primordiale

da cui nasce la sillaba. Il viaggio si conclude con la lirica inedita Il gioco dei perché: «So di

non sapere/

diceva l’ateniese, invece/ il bimbo che gioca non sa mai/ di sapere quello che sa». Socrate

non intendeva dire che non sapeva nulla, ma che era consapevole dei limiti della

conoscenza umana. Chi crede di sapere tutto smette di imparare; chi invece sa di non

sapere cerca continuamente la verità. Si tratta di riprendere la tipica curiosità dei bambini,

considerati “filosofi naturali” per la loro capacità di stupirsi e di non accettare le regole

sociali o le spiegazioni dogmatiche come dati di fatto. Si salpa da questa navigazione, che

ci vede guidati da un superbo Virgilio, arricchiti e stupiti. Credo che opere simili scavino

nell’anima e allenino alla ragione. Non dovrebbero restare doni isolati... abbiamo bisogno

di così grandi funamboli della poetica filosofica.


Maria Rizzi


Diario poetico di Franco Campegiani, a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore,

Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-82820-00-4, mianoposta@gmail.com. 

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