Pena di morte nel mondo: può uno Stato togliere la vita in nome della giustizia?

Corridoio di un carcere con pesanti porte metalliche chiuse, un orologio alla parete e una finestra con sbarre dalla quale entra la luce del sole. Immagine simbolica della pena di morte e dell'attesa dei condannati.
La pena di morte continua a essere applicata in diversi Paesi del mondo. Un'immagine simbolica richiama l'irreversibilità delle esecuzioni capitali, il rischio degli errori giudiziari e il valore della vita umana.

Nel 2025 almeno 2.707 persone sono state giustiziate nel mondo, il numero più alto registrato da Amnesty International negli ultimi 44 anni. Eppure, mentre le esecuzioni aumentano drammaticamente in alcuni Paesi, una parte sempre più ampia della comunità internazionale ha scelto di abolire la pena capitale. 

È una contraddizione che solleva una domanda fondamentale: fino a dove può spingersi il potere dello Stato nel punire chi ha commesso un reato? La giustizia deve certamente tutelare le vittime, garantire la sicurezza dei cittadini e assicurare che i responsabili dei crimini rispondano delle proprie azioni. 

Ma quando la punizione diventa irreversibile, il confine tra esercizio della giustizia e soppressione della vita umana assume una dimensione etica, giuridica e sociale che riguarda l'intera collettività. 

occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte, celebrata il 10 ottobre, approfondiamo la situazione internazionale, le ragioni del dibattito e il contributo dell'Italia alla storia del pensiero abolizionista.

Pier Carlo Lava – Alessandria Post

Dalle esecuzioni pubbliche a Cesare Beccaria: una lunga storia di giustizia e punizione

Per comprendere il dibattito contemporaneo sulla pena di morte è necessario ricordare che, per molti secoli, le esecuzioni capitali hanno rappresentato una componente ordinaria dei sistemi giudiziari. Nell'Europa medievale e moderna, così come in numerose altre civiltà, la condanna a morte veniva utilizzata non soltanto per punire omicidi e altri reati particolarmente gravi, ma anche per reprimere comportamenti considerati minacce all'autorità politica, religiosa o sociale. Le esecuzioni si svolgevano frequentemente in pubblico e assumevano una funzione esemplare: mostrare ai cittadini le conseguenze della violazione delle leggi e riaffermare il potere dello Stato. Una svolta fondamentale nel pensiero giuridico europeo arrivò nel 1764 con la pubblicazione di “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria, opera destinata a influenzare profondamente la riflessione sulla funzione della pena, sulla proporzionalità delle sanzioni e sul rispetto della persona. Beccaria mise in discussione l'utilità e la legittimità della pena capitale, sostenendo la necessità di un sistema giudiziario fondato su leggi chiare, pene proporzionate e procedure capaci di limitare gli abusi del potere. Nel 1786 il Granducato di Toscana, sotto Pietro Leopoldo, abolì la pena di morte e la tortura con la riforma penale del 30 novembre, compiendo un passaggio storico nella legislazione europea. Da allora, il confronto sulla pena capitale ha attraversato rivoluzioni, trasformazioni costituzionali, guerre e cambiamenti sociali, diventando progressivamente una delle questioni centrali nella definizione dei diritti fondamentali.

Pena di morte nel 2025: almeno 2.707 esecuzioni e un aumento del 78%

Il più recente rapporto annuale di Amnesty International, pubblicato il 18 maggio 2026 e relativo all'anno precedente, descrive una situazione internazionale particolarmente preoccupante. Nel 2025 l'organizzazione ha documentato almeno 2.707 esecuzioni in 17 Paesi, contro le 1.518 del 2024, con un incremento del 78%. Si tratta del valore più elevato registrato da Amnesty International dal 1981, escludendo le migliaia di esecuzioni che si ritiene siano state effettuate in Cina, dove i dati rimangono coperti dal segreto di Stato. Il totale effettivo mondiale potrebbe quindi essere sensibilmente superiore a quello documentato, anche perché risultano difficili da quantificare le esecuzioni in Corea del Nord e Vietnam. Particolarmente rilevante è la situazione dell'Iran, con almeno 2.159 esecuzioni, seguito dall'Arabia Saudita, con almeno 356, e dagli Stati Uniti, con 47. Nello stesso anno sono state registrate almeno 2.334 nuove condanne a morte in 48 Paesi, mentre alla fine del 2025 risultavano almeno 25.508 persone nel braccio della morte. Un dato significativo riguarda anche i reati legati agli stupefacenti, per i quali Amnesty International ha documentato almeno 1.257 esecuzioni, una cifra che evidenzia quanto la pena capitale venga applicata in alcuni ordinamenti anche al di fuori dei reati di omicidio. Il quadro presenta tuttavia un'altra caratteristica importante: alla fine del 2025, 145 Paesi avevano abolito la pena di morte nella legislazione o nella pratica, mentre 113 l'avevano completamente eliminata per tutti i reati. La tendenza abolizionista di lungo periodo convive dunque con un aumento delle esecuzioni concentrato in un numero relativamente ristretto di Stati.

Gli Stati Uniti, le differenze tra gli ordinamenti e il problema degli innocenti condannati

Gli Stati Uniti rappresentano un caso particolarmente significativo perché, all'interno di uno stesso ordinamento federale, convivono territori nei quali la pena di morte è stata abolita, altri che la mantengono formalmente ma non effettuano esecuzioni da anni e altri ancora nei quali viene applicata. Nel 2025 sono state eseguite 47 condanne capitali, il numero più elevato dal 2009, con una concentrazione importante in Florida, dove si sono registrate 19 esecuzioni. Il dibattito americano coinvolge aspetti giuridici, morali, economici e sociali, ma uno dei problemi più delicati riguarda la possibilità che persone innocenti vengano condannate alla pena capitale. Secondo il Death Penalty Information Center, nel luglio 2026 il numero delle persone scagionate dopo essere state condannate a morte negli Stati Uniti, a partire dal 1973, aveva raggiunto quota 203. Si tratta di casi nei quali nuove indagini, revisioni processuali o altri elementi hanno consentito il riconoscimento dell'innocenza secondo i criteri adottati dall'organizzazione. Dietro queste cifre ci sono persone che hanno trascorso anni, talvolta decenni, nel braccio della morte prima che emergessero errori, testimonianze inattendibili, confessioni problematiche o irregolarità investigative. La questione è particolarmente grave perché nessun sistema giudiziario, per quanto articolato e garantista, può considerarsi completamente immune dall'errore umano. Una condanna detentiva ingiusta può essere annullata e la persona liberata, anche se il tempo perduto e le sofferenze subite non potranno essere restituiti. Una condanna a morte eseguita, invece, non può essere corretta in alcun modo.

La pena capitale previene davvero gli omicidi? Il confronto tra sicurezza e deterrenza

Uno degli argomenti più frequentemente utilizzati da chi sostiene la pena di morte riguarda la sua presunta capacità di scoraggiare i crimini più gravi. Secondo questa posizione, la prospettiva di perdere la vita potrebbe rappresentare un deterrente più efficace rispetto a una lunga detenzione o all'ergastolo. Altri sostenitori considerano invece la pena capitale una risposta proporzionata a determinati reati, soprattutto quando hanno provocato sofferenze particolarmente gravi alle vittime e alle loro famiglie. Chi contesta l'esecuzione capitale richiama, al contrario, l'irreversibilità della punizione, il rischio di errori giudiziari, le disparità economiche e sociali nell'accesso alla difesa e il principio secondo cui lo Stato non dovrebbe esercitare il proprio potere attraverso la soppressione della vita. Ma che cosa dice la ricerca scientifica sulla deterrenza? Un'importante analisi pubblicata nel 2012 dal National Research Council statunitense, appartenente alle National Academies, ha esaminato gli studi disponibili sull'effetto della pena di morte sui tassi di omicidio, concludendo che le ricerche allora esistenti non permettevano di stabilire se la pena capitale aumentasse, diminuisse oppure non modificasse il numero degli omicidi. Gli autori hanno evidenziato problemi metodologici, soprattutto nella difficoltà di distinguere gli effetti della minaccia di esecuzione da quelli delle pene detentive alternative. Non sarebbe quindi corretto affermare, sulla base di queste evidenze, né che la pena capitale sia certamente un deterrente efficace né che sia scientificamente dimostrata la sua totale inefficacia. Resta inoltre aperta una questione più generale: quale funzione attribuiamo alla giustizia penale? Proteggere la società, prevenire nuovi crimini, riconoscere la sofferenza delle vittime e garantire una punizione proporzionata sono obiettivi che devono essere considerati insieme, senza ridurre il confronto a una semplice contrapposizione tra severità e indulgenza.

L'Italia, la Costituzione e l'impegno internazionale per l'abolizione

L'Italia ha costruito nel corso della propria storia una tradizione giuridica particolarmente importante nel dibattito sulla pena capitale, dal pensiero illuminista di Cesare Beccaria fino all'attuale ordinamento costituzionale. L'articolo 27 della Costituzione stabilisce che la responsabilità penale è personale, che l'imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva e che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, dovendo tendere alla rieducazione del condannato. Lo stesso articolo contiene una disposizione inequivocabile: «Non è ammessa la pena di morte». La riforma costituzionale del 2007 ha eliminato anche l'ultima eccezione formalmente prevista in precedenza per le leggi militari di guerra, consolidando definitivamente il divieto. Sul piano internazionale, l'Italia sostiene da molti anni le iniziative diplomatiche volte a promuovere una moratoria universale delle esecuzioni capitali, nell'ambito delle Nazioni Unite e attraverso il confronto con gli Stati che continuano a prevedere questa sanzione. La moratoria non coincide necessariamente con l'abolizione legislativa della pena di morte, ma rappresenta un passaggio importante perché comporta la sospensione delle esecuzioni e può favorire una successiva revisione degli ordinamenti penali. Questa posizione si inserisce in un più ampio percorso internazionale di tutela dei diritti umani, nel quale il rispetto della dignità personale viene considerato un principio che deve essere garantito anche nei confronti di chi abbia commesso reati particolarmente gravi.

La morte trasformata in spettacolo: il nuovo interrogativo dell'era digitale

Accanto alle questioni tradizionali sulla legittimità e sull'efficacia della pena capitale, l'evoluzione dei mezzi di comunicazione introduce oggi un problema ulteriore: la possibilità di trasformare un'esecuzione in un evento mediatico accessibile a un pubblico potenzialmente illimitato. Il 9 ottobre 2026, secondo quanto riportato da Reuters e Associated Press, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha annunciato l'intenzione di trasmettere in diretta streaming l'esecuzione di un ex militare condannato per la strage avvenuta nel 2009 a Fort Hood, in Texas. L'esecuzione è prevista per il 3 dicembre 2026, ma la sua realizzazione rimane soggetta ai possibili sviluppi giudiziari. La decisione annunciata ha suscitato critiche e interrogativi sul rapporto tra trasparenza dell'azione dello Stato, diritto all'informazione e rispetto della dignità umana. In passato le esecuzioni pubbliche richiamavano folle nelle piazze; nell'epoca digitale, invece, la diffusione delle immagini può raggiungere persone in ogni parte del mondo, essere registrata, riprodotta e condivisa senza limiti territoriali. La questione non riguarda soltanto la sensibilità degli spettatori, ma anche il rischio che la violenza diventi un contenuto destinato a generare attenzione e visibilità. Informare il pubblico sulle decisioni della giustizia è un compito fondamentale dei mezzi di comunicazione; trasformare la morte in un'esperienza audiovisiva collettiva solleva invece interrogativi profondi sulle responsabilità delle istituzioni e sul significato della punizione. Il confine tra testimonianza, informazione e spettacolarizzazione diventa così uno dei temi più delicati del dibattito contemporaneo.

La giustizia, il valore della vita e una domanda che riguarda tutti

La Giornata mondiale contro la pena di morte offre l'occasione per riflettere su una questione che attraversa culture, ordinamenti giuridici e sensibilità differenti. Di fronte ai crimini più efferati, il dolore delle vittime e dei loro familiari merita riconoscimento, rispetto e risposte concrete da parte della giustizia. Nessuna riflessione sulla pena capitale dovrebbe dimenticare questa dimensione umana, perché dietro ogni reato grave esistono persone, famiglie e comunità segnate da sofferenze spesso irreparabili. Allo stesso tempo, la discussione sul potere dello Stato di togliere la vita a un condannato pone interrogativi che non possono essere affrontati soltanto attraverso l'emozione suscitata dai singoli delitti. Occorre considerare le garanzie processuali, la possibilità di errori giudiziari, la proporzionalità delle pene, la protezione della collettività e il rispetto dei principi fondamentali dello Stato di diritto. Il percorso storico dell'abolizionismo dimostra quanto sia cambiato, nel corso dei secoli, il modo di concepire la funzione della punizione, mentre i dati internazionali più recenti ricordano che questo cambiamento non è ancora condiviso universalmente. La domanda di fondo rimane dunque aperta nel confronto tra società e sistemi giuridici differenti: la giustizia raggiunge il proprio scopo attraverso la massima severità della punizione, oppure deve trovare il proprio limite proprio nei diritti fondamentali che è chiamata a proteggere? È un interrogativo che riguarda non soltanto i tribunali e i legislatori, ma l'idea stessa di civiltà giuridica sulla quale ogni società costruisce il proprio futuro.

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GEO: Italia – Approfondimento internazionale sulla pena di morte e sui diritti umani. Giornata mondiale contro la pena di morte, 10 ottobre 2026.

Fonti e approfondimenti: Amnesty International, Death Sentences and Executions 2025, pubblicato il 18 maggio 2026; Death Penalty Information Center, dati sulle persone scagionate dai bracci della morte statunitensi; National Research Council, Deterrence and the Death Penalty, 2012; Senato della Repubblica, articolo 27 della Costituzione italiana; Reuters e Associated Press, 9 ottobre 2026, sulla prevista trasmissione in diretta di un'esecuzione negli Stati Uniti.

Approfondimento originale a cura di Alessandria Post.

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Crediti: Immagine editoriale generata con Intelligenza Artificiale per Alessandria Post.

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Nota editoriale: Immagine simbolica generata con Intelligenza Artificiale. Il carcere raffigurato è di fantasia e non rappresenta una struttura penitenziaria reale né uno specifico braccio della morte.

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