Oltre il veleno delle parole: la poesia di Regina Resta come scudo e verità umana. Riflessione e analisi di Ada Rizzo

 


Quando una poesia nasce da un'esigenza così viscerale di elaborare un torto o un'amarezza, senza la preoccupazione di apparire raffinati o intellettuali, la forma, a mio avviso,  passa inevitabilmente in secondo piano. A emergere non è la costruzione retorica, ma la voce nuda della persona. E' il caso del componimento di Regina Resta che proponiamo oggi.


La cattiveria non ha un’anima

Non ho mai imparato a comprendere
la cattiveria senza ragione
l’invidia che diventa veleno
la gelosia che ferisce
e si traveste da ragione.
Non comprendo chi distrugge parole
chi inventa menzogne alle spalle
chi cerca nel difetto altrui
un rifugio alle proprie miserie.
Come si può ferire senza rimorso
godere del dolore di un altro
e dormire tranquilli
senza che la coscienza
bussi almeno una volta alla porta?
Forse hanno smarrito Dio
nei labirinti del proprio orgoglio
dimenticando che nessuna cattiveria
resta per sempre senza risposta.
Perché la vita non dimentica
il tempo porta alla luce
ciò che l’ombra nasconde
e ogni seme, prima o poi,
restituisce il frutto che contiene.
Io non so odiare.
E forse è questa la mia condanna
continuare a cercare un cuore
anche dove abita soltanto il rancore.
Ma non permetterò al male ricevuto
di trasformarmi in ciò che disprezzo.
Preferisco il dolore di una coscienza pulita
alla pace finta di chi ferisce
e non sente più nulla.
Regina Resta copyright 2026



Confrontarsi con una poesia come La cattiveria non ha un’anima significa entrare nel territorio della poesia confessionale ed etica, un genere che punta dritto al contenuto morale senza mediazioni o barriere cifrate.

  1. La funzione terapeutica: Mettere nero su bianco il dolore, la delusione o l’ingiustizia subita permette di "oggettificarli". Smettono di essere un caos informe dentro la testa o un peso sul petto e diventano qualcosa di esterno, che si può guardare, circoscrivere e, in un certo senso, governare.

  2. La funzione di denuncia: È il coraggio di non girarsi dall’altra parte, di non fare finta che il male non esista o che sia normale subire la meschinità altrui. Dare un nome alla cattiveria, all'invidia e alla slealtà significa rifiutarne la normalizzazione.

  3. La funzione di confronto e specchio: Anche se nasce da un’esigenza intima e privata, quando una voce esprime così apertamente una vulnerabilità o un rifiuto del compromesso morale, smette di essere solo "personalmente" un fatto isolato. Chi legge si riconosce in quella stessa ferita e in quella stessa resistenza, trovando una forma di validazione e conforto: non ci si sente più soli nel subire certe dinamiche.

È una scrittura che non cerca l'applauso estetico, ma la verità umana. Dal punto di vista strettamente letterario, il testo scivola spesso in una forma di prosa rimata o spezzata, dove la poesia cede il passo alla riflessione morale diretta. Molti passaggi sono fortemente didascalici e dichiarativi (es. "l’invidia che diventa veleno / la gelosia che ferisce / e si traveste da ragione"): dicono tutto al lettore, non lasciandogli alcuno spazio di decodifica o interpretazione evocativa.

Tuttavia, mi piace per la sua coerenza umana e per il coraggio della vulnerabilità. Funziona molto bene come testimonianza civile e psicologica di resistenza interiore: è lo sfogo limpido di chi sceglie la ferita pur di non rinunciare alla propria integrità morale. È un chiaro e onesto documento di umanità ferita che rifiutta la contaminazione con il male.

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