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| Un fiore adagiato sulla terra e una figura femminile evocano la maternità, la perdita e quella fecondità interiore che resiste anche quando ci si sente «arida, derubata». |
Ci sono poesie che non raccontano semplicemente un sentimento, ma cercano di raggiungerne la radice più profonda, quasi biologica, là dove la parola incontra la carne, la natura e la memoria. “Madre”, poesia inedita di G. Bianchi, appartiene a questa dimensione. In pochi versi, essenziali e dolorosi, l’autrice costruisce una potente metafora della maternità attraverso l’immagine del fiore e della terra: parti diverse di un unico ciclo vitale che possono separarsi, cadere, resistere, generare. Ma dietro la natura si intravede una donna che si sente privata di qualcosa, svuotata, forse ferita, e che tuttavia continua a riconoscersi nella parola più definitiva e irriducibile: madre.
Pier Carlo Lava
Madre
Che ogni parte del fiore sia divisa
I petali cadere
Lo stelo sorreggere
Il pistillo fecondare
E il terreno,
cos'è quella distesa dove passa l'aratro
dove i vermi si nutrono
dove sfugge l'intangibile fecondo?
Come questo
mi sento
arida derubata
[ eppure madre ]
@GBianchi
☆☆ Poesie 2026
La poesia si apre con una sorta di scomposizione del fiore. Petali, stelo, pistillo e terreno vengono osservati separatamente, quasi come se l’autrice volesse comprendere quale parte custodisca davvero il mistero della vita. I petali cadono, lo stelo sostiene, il pistillo feconda; ogni elemento possiede una funzione precisa e, allo stesso tempo, inevitabilmente fragile. È una rappresentazione della natura che può essere letta anche come metafora del corpo femminile e della maternità, nella quale bellezza, sostegno, generazione e perdita convivono continuamente.
Particolarmente intensa è l’immagine del terreno attraversato dall’aratro. La terra viene aperta, incisa, rivoltata; è luogo di nutrimento e decomposizione, ma anche spazio dal quale può nascere nuova vita. I vermi che vi si nutrono introducono una componente concreta, persino aspra, che impedisce alla poesia di trasformarsi in una visione idealizzata della maternità. Qui la vita nasce dentro un processo che comprende anche consumo, trasformazione e perdita. È proprio in questa terra apparentemente povera che l’autrice cerca «l’intangibile fecondo», qualcosa che non può essere completamente afferrato né spiegato.
La domanda posta al centro del testo è forse il suo passaggio più enigmatico: dove sfugge l’intangibile fecondo? La fecondità non coincide soltanto con la capacità fisica di generare. Può essere memoria, legame, responsabilità, amore, presenza. È qualcosa che attraversa il corpo ma al tempo stesso lo supera. L’autrice sembra cercare proprio questa sostanza invisibile, domandandosi dove rimanga quando tutto il resto appare consumato o sottratto.
Il ritmo cambia radicalmente negli ultimi versi. Dopo le immagini della natura arriva improvvisamente la confessione: «mi sento / arida derubata». Le parole sono isolate graficamente, quasi trattenute. La distanza tra «Come questo» e «mi sento» produce un vuoto visivo che diventa anche vuoto emotivo. Non sappiamo esattamente quale sia la perdita evocata, e proprio questa indeterminatezza amplia la forza della poesia: può essere una separazione, un lutto, il passare del tempo, la distanza da un figlio o una ferita che appartiene soltanto alla storia personale dell’autrice.
Poi arriva l’ultimo verso: «[ eppure madre ]». È racchiuso tra parentesi quadre, quasi fosse una nota segreta, una verità custodita al margine del discorso. Ma proprio ciò che appare marginale diventa il centro dell’intero componimento. Nonostante l’aridità, nonostante la sensazione di essere stata privata di qualcosa, l’identità materna rimane. Non viene cancellata dalla perdita e non dipende esclusivamente dalla fecondità biologica. Essere madre diventa qui una condizione profonda e permanente.
La forza di “Madre” sta soprattutto nella sua capacità di non spiegare troppo. G. Bianchi sceglie immagini elementari – il fiore, la terra, l’aratro – e affida loro un significato molto più vasto. La natura non è semplice decorazione, ma il linguaggio attraverso il quale viene raccontata un’esperienza interiore. Ne nasce una poesia breve, scarna e volutamente irregolare, nella quale persino gli spazi bianchi partecipano alla costruzione del significato.
Il verso conclusivo resta impresso perché contiene insieme fragilità e resistenza. Arida, derubata, eppure madre: tre condizioni che sembrerebbero inconciliabili e che invece convivono nella stessa persona. È forse proprio questo il nucleo più autentico della poesia: ricordare che alcune forme d’amore e alcune identità profonde continuano a esistere anche quando la vita sembra aver sottratto tutto il resto.
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GEO: Italia – Poesia contemporanea – Letteratura – Cultura – Maternità – Emozioni – Poesia inedita.
“Madre”, poesia inedita di G. Bianchi, racconta con immagini essenziali di fiore, terra e fecondità il legame profondo tra maternità, perdita e identità.
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Crediti immagine: Immagine realizzata con Intelligenza Artificiale per Alessandria Post.

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